In fuga dagli Instagramers

Quando il mondo là fuori inizia a fare paura

Un amico mi diceva spesso: “Stai alla larga da chi si fa i selfie, ha qualche neurone mancante”. Non era noto per la sua flessibilità, eppure lui sì che aveva ragione. Alzi la mano chi non ha mai fatto un selfie? Probabilmente la platea intera resterebbe a mani basse, perchè almeno la foto con la smorfia da mandare nel gruppo whatsapp di famiglia, tutti l’hanno inviata. E quel fratello, proprio quello che ha risposto fotografandosi le chiappe (o lo scroto, nel gruppo whatsapp degli amici) è forse più intelligente degli Instagramers, quei mostri che si aggirano ovunque intorno a noi? Ma credo proprio di poter rispondere un sì convinto.

Pace, fratello.

Una volta ho scritto un articolo su un’ipotetica vita senza social, e l’esclusione che talvolta deriva dal non integrarsi – non solo tecnologicamente – col mondo degli iperconnessi. Tralasciando la (non troppo) trita e ritrita questione sull’importanza che ha assunto l’apparenza, a livelli critici e anche piuttosto gravi, mi ero sempre sentita rincuorata dall’avere tanti amici Sconessi, che non vuol dire non usare la rete 4g, ma semplicemente non sentirsi in dovere di postare la propria faccia ogni mattina. Ahimè questo conforto è venuto meno negli ultimi mesi quando, dopo un anno full-immersion in mezzo ai nerd (che per quanto con i propri difettucci, almeno non amano mettersi troppo in mostra), mi sono ritrovata invasa da Instagramers In Viaggio.

Lasciate ogni speranza voi che entrate. L’epidemia si è diffusa e cosa te ne fai più del vaiolo.

Una nuova invasione aliena

Di cosa ciascuno voglia fare con la propria immagine (e con i propri neuroni), ci interessa relativamente poco. C’è una linea di confine tra gli stolti e gli uomini assennati, e star lì a rimarcarla sarebbe pleonastico. Non è solo buon gusto evitare di fotografarsi i seni e pubblicarli con l’hashtag #comemammamihafatto. Non è solo segno di intelligenza tacere, anzichè propinare citazioni di Gandhi sotto lo sguardo ammiccante da aspirante fotomodello, ma è anche segno di senso civico, oserei dire.

Pensate un po’ quanto sarebbe sensato, perfino autentico, viaggiare e non doverlo dimostrare a tutti? Se si visitasse un luogo, uno nuovo, uno speciale, uno da scoprire tutto e certo, anche da fotografare, evitando di inscenare set da studio per creare book da cui traspaiono solo falsità, tristezza e anche un non so che di ritoccato a quei baffetti?

Ma non è questo il punto, o finirei per ricadere in quel famoso trito e ritrito (ma a quanto pare non assimilato) a cui accennavo prima. Capitando nel fulcro di alcuni luoghi molto turistici – parentesi, non è possibile evitarli tutti perdendosi luoghi meravigliosi solo perchè inflazionati – mi sono accorta, e non è che ci voglia un particolare occhio, di questa invasione aliena.

Esseri umani spalmati a terra, sulle pareti, in posa, agghindati con abiti e gioielli sotto i quaranta gradi, a fare fotografie su fotografie di se stessi con qualche pezzetto di paesaggio dietro, giusto lì a dimostrare che #iocisonostato. Lo so che siamo nel mondo digitale, lo so e hanno iniziato a ricordarmelo e inculcarmelo all’università e lo vedo ogni giorno, lo so io e lo sapete voi, ma è davvero, davvero necessario tramutare l’oggetto digitale, l’immagine, il simbolo, nel fine ultimo di ogni nostra esperienza, quale che sia? Specialmente dato che le suddette immagini sono tutte uguali, tutte ugualmente non creative, scopiazzate tra gli Instagramers di diverso successo – se tale si può definire, tutte ugualmente modificate e con la saturazione sparata a mille. Tutte vergognosamente artefatte.

In viaggio per finta

Che critica sterile sto muovendo, altro che trito, perchè mai sorprendermi di un fenomeno che è dilagante e pienamente accettato? Perchè questo è stupido, perchè è il sintomo di una società malata, capitalista, noi stessi altro non siamo che merci vendibili sui social. Venduti e vendibili.

Non sono pochi i professionisti digitali che si lamentano, fortunamente, di incontrare solo fuffa e decaloghi su come diventare ricchi e famosi scattando così, scrivendo quello, facendo quell’altro, che per carità nessun problema nel volersi farsi conoscere dal pubblico, ma fosse almeno per qualcosa di diverso dal proprio aspetto fisico? Dalla dimostrazione di aver abbastanza credito da poter viaggiare fino al Perù (ma magari, le mete ormai sembrano seguire delle mode che si diffondono a chiazza: ora per esempio è molto quotato il viaggio di nozze in Giappone, mentre i temerari volano in Giordania e i vintage a Cuba)?

La storia più vecchia del mondo insegna che spesso i geni non raggiungono mai la fama, e che il successo va a chi insegue i gusti della massa, questa massa che adesso è del tutto senza freni nel perdere grazia e dignità, neanche con lo scopo di avere foto ricordo, ma solo per condividerle. Uno stimato professore e sociologo parlava della società della falsa condivisione, del concetto di “share” propinato come rivoluzionario – vedasi Airbnb e Uber – e che in realtà nasconde solo prezzi bassi, tanto bassi che a rimetterci non siamo noi, nè il lavoratore, e sicuramente non l’azienda, ma l’intero sistema marcio che, fingendo di voler offrire opportunità, inasprisce le disuguaglianze e favorisce il mondo delle corporation in cui a pagare il vero prezzo sono, in realtà, in tanti: i poveri, l’ambiente, le piccole realtà commerciali.

C’è davvero tutto questo dietro una foto di Instagram? Ciò che conta è interrogarsi sempre sul rapporto tra tecnologia e società, tra individuo e politica. Sì, è davvero importante comprendere che oggi più che mai ci vogliono superficiali, frivoli e ignoranti. Ci vogliono come perfetti consumatori, convinti di aver bisogno di cose e cose, ci vogliono esattamente bisognosi e noi abbiamo il compito di non essere marionette, ma essere consapevoli. Che dietro la nostra galleria fotografica chilometrica, a volte semi porno, banale e ricca di like, c’è quel senso di soddisfazione di chi si sente appagato, coinvolto, integrato, molto cool, quel senso la cui funzione è non pensare a ciò che conta davvero. Cosa conta davvero?, potrei rispondere con un libro intero, ma ciò che posso dire nell’immediato è che sono certa, sicura, che a contare non siano le nostre foto da Instagramer in viaggio ingenui e contenti e, infine, ben manipolati.

Che pesantezza, che drasticità, l’ho forse buttata lì in modo poco SEO friendly, avrò pochi share e critiche perchè poi, alla fine, l’account Instagram ce l’ho pure io. Cosa fare? Prenoto il prossimo viaggio e vado a scattarmi foto fighe, che forse, e dico forse, le piramidi i lungimiranti Egizi le hanno costruite per quello.