Una sottile ironia, due ragazzini e una zia in viaggio, una mamma fantasma che fa da protagonista.

TRAMA: “Sono in tre, partono dal Canada, sfrecciano verso il confine messicano.
Al volante Hattie, giovanissima zia, tornata al volo da Parigi perché la sorella Min, tanto per cambiare, picchia in testa e lascia i figli da soli.
Di fianco a lei Logan, pantaloni troppo larghi, parole poche ma precise, incise sul cruscotto con la punta del coltello: la sua musica Crucifucks, OutKast, Public Enemy, e gli piace sapere che in ogni angolo del mondo troverà uno straccio di campetto di basket dove tirare a canestro.
Ha quindici anni, succhiotti sul collo, e il suo sorriso è come un uragano, eroina, partorire un figlio.
Sul sedile dietro Thebes, undici anni, un fiume di parole, costruisce aquiloni e buoni regalo giganti che danno diritto a diventare attore, o ad affidarle dieci segreti da custodire.
Viaggia con un enorme dizionario che la tiene attaccata alla terra, mentre i suoi pensieri volano sempre più su. Il suo saluto è “Bonjourno!”, la sua sensibilità profetica, il suo umorismo irresistibile.
 Puntano al margine della California, al luogo sperduto nel deserto dove il padre si è rifugiato da anni, in esilio da un amore troppo difficile con la madre dei suoi figli.
È un viaggio di sogni, giochi meravigliosi e parole, telefonate ad amori lontani. 
Nel vapore della doccia di un motel si vede chiaramente con chi stiamo, a cosa apparteniamo: seduti sul paraurti nel deserto apriamo finalmente le braccia a chi è dentro di noi.”

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Ci sono dei punti che toccano delle corde dell’anima, che risultano di una sensibilità davvero disarmante. Nonostante ciò, la storia annoia dopo un po’.

Per quanto marginale e non essenziale, i numerosi dialoghi  senza virgolette hanno reso la lettura più difficile. Di per sè non è infatti molto scorrevole. Ciò che c’è dietro le parole è delicato, profondo, e non può non colpire il lettore, per i dettagli e l’ironia, eppure c’è qualcosa che rende In fuga con la zia non indelebile. Sarà che la storia in fondo non decolla mai e sembri girare in tondo, una serie di episodi in realtà poi non strutturati nè particolarmente sorprendenti.

Non c’era telepatia che tenesse, con lui, ma forse bisogna essere a migliaia di distanza di chilometri da qualcuno perchè i tuoi pensieri acquistino la potenza e la velocità necessarie per colpire il bersaglio.

La figura di Min, sorella della voce parlante  e madre dei due ragazzi, è quella più interessante, l’ombra che muove i fili, la protagonista di flashback, l’instabile e sofferente donna che vuole morire nel suo malessere influenzando coloro che ha attorno. Ha presa sui suoi due figli, Thebes e Logan, che si difendono ma la amano immensamente, la proteggono e si proteggono come possono. La sensazione di dolore e nostalgia, amore e sofferenza, che pervade l’intero libro, lo rende davvero interessante, emozionante, ma nonostante questo leggerlo è faticoso.

Insomma ci sono tutte le potenzialità perchè sia da considerarsi un buon romanzo, seppur con qualche incertezza.

Se lungo la strada si trova qualcosa, qualcos’altro, di certo, andrà perduto.