Quanto è difficile scrivere una storia che tratti d’amore, in prima persona per giunta, senza cadere nel patetismo o negli eccessi, nelle banalità o peggio morbosità? Tanto. Come ne esce l’autrice? A metà.

TRAMA: “In un luogo fatto di polvere, dove ogni cosa ha un soprannome, dove il quartiere in cui sono nati e cresciuti è chiamato “la Fortezza”, Beatrice e Alfredo sono per tutti “i gemelli”. I due però non hanno in comune il sangue, ma qualcosa di più profondo. A legarli è un’amicizia ruvida come l’intonaco sbrecciato dei palazzi in cui abitano, nata quando erano bambini e sopravvissuta a tutto ciò che di oscuro la vita può regalare. Un’amicizia che cresce con loro fino a diventare un amore selvaggio, graffiante come vetro spezzato, delicato e luminoso come un girasole. Un amore nato nonostante tutto e tutti, nonostante loro stessi per primi. Ma alle soglie dei vent’anni, la voce di Beatrice è stanca e strozzata. E il cuore fragile di Alfredo ha perso i suoi colori. Perché tutto sta per cambiare.”

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Cominciamo dall’ambientazione che è tra le più cupe e degradate esistenti. A volte leggendo pensi che ci si stia riferendo addirittura a baracche e alla vita di persone che hanno già oltrepassato di tanto la soglia della povertà. Questo è eccessivo, dato che poi alla fin fine nessuno dei ragazzi sta messo poi così male, nei fatti raccontati, rispetto a quanto la voce narrante vuol far credere. Insomma, non si crepa di fame ma la D’Urbano ci marcia su per alimentare una tragicità che stona.

Nonostante ciò la storia trascina innegabilmente in un posto buio ma pieno di emozioni contranti, si fa leggere tutto d’un fiato. Andando oltre quella vena vittimistica e quegli eccessi di cui si parla spesso solo per drammatizzare sentimenti e personaggi, la storia funziona. La ragione è che Valentina d’Urbano è brava, ecco tutto. Scrive con un ritmo incalzante e descrive un personaggio forte e fragile come Beatrice in maniera impetuosa.

Intriga il rapporto tra Alfredo e Beatrice, fulcro del romanzo, anche se lei gli è nettamente superiore, in tutto. A volte si fa detestare e detesta se stessa, ma lo fa con consapevolezza e determinazione. La Fortezza, il posto in cui vivono, è una specie di quartiere maledetto. Pensate che al di fuori i negozianti non assumono chi viene da lì, come se le persone di lì avessero la lebbra (è questo l’eccesso criticabile e inverosimile). Qui si muovono Alfredo e Beatrice, che si amano in modo non convenzionale. Loro si prendono a schiaffi, letteralmente, si mordono, si procurano lividi, si fanno del male, sanguinano, ma poi tornano sempre. Non hanno un altro modo per amarsi. Sono violenti perchè cresciuti nella violenza, grezzi e rozzi come il posto che li ha cresciuti.

Quello che spezza il cuore è che all’inizio già lo sai che Alfredo muore, è questo l’incipit, per cui si cerca di non affezionarsi troppo a quella loro storia per non restarci male. Ma niente, l’autrice ti ci vuole tirare per forza dentro, e il fatto che lo si sappia da prima ti intristisce e ti spinge a voler sapere come, come succede? Cosa succede?

 

«Perchè devi sempre cercare di proteggermi?»

«Perchè te c’hai la strana tendenza a farti del male.»

«E a te che cazzo te ne frega? Non mi parli, neanche mi guardi. Stai sempre con quella lì. Pure se muoio, neanche te ne accorgi.»

«Non essere stupida, Bea. Anche se le persone non sono come vorresti, non significa che non le ami più. Odio quando cerchi di farti del male da sola. Mi fa male pure a me.»

 

E poi, eccola lì. La droga spunta tra le pagine e distrugge luoghi e persone. E Alfredo. E allora ecco la lotta disperata di Bea per salvare Alfredo, il suo gemello, il suo unico amore. Graffi, pugni, bugie, la voglia d arrendersi. I tremori, l’orrore, le conseguenze sul corpo e sulla testa. Il fatto che l’amore non basta, in certi casi. Da metà romanzo la piega diventa ruvida, più amara, meno intensa per ritmo e più indigesta.

 

Lo sapevo che era difficile, ma pensavo che io gli sarei bastata.

Io, che ci sarei stata sempre.

Io, che non lo avrei lasciato mai.

Io, che non ho mantenuto la promessa, perchè alla fine è stato lui a lasciare me.

Insomma è una storia che non è innovativa per i contenuti e che comunque non convince fino in fondo, ma intensa. Non è un libro, è un quadro a tinte forti, si percepisce più che con le parole con la forza delle emozioni, odio, disperazione, amore, impotenza. È questo è un merito grande, l’aver reso così bene lo sviluppo di Bea e Alfredo, il loro scontrarsi e riprendersi, il loro legame così forte.

 

Lui amava come un cane, con la stessa insensata fiducia , con lo stesso cieco trasporto. Io odiavo. 

Il rumore dei tuoi passi, il tuo odore che svanisce sul cuscino, la luce del giorno in cui mi hai lasciato sola.