Il festival del cinema di Siviglia: tre film

Proprio quando iniziavo a preoccuparmi, ipotizzando che a Siviglia non esistesse una valida scelta culturale di eventi, si è presentato il festival del cinema per zittire a colpo d’ascia i miei pensieri malpensanti. Una settimana intensa di film e documentari (3,50 euro cadauno in lingua originale e sottotitolati in due lingue) di uno spessore che purtroppo esiste di rado nei cinema d’oggi, i quali spesso privilegiano programmazioni procura-soldi per intrattenere noi massa-di-cervelli-atrofizzati.

Del resto, non so quanti avrebbero scelto di vedere i film attualmente in programmazione a Siviglia, visto lo stile anti-marketing dei trailer. Eppure, ecco a voi degli esempi di docu-film che fossi in voi appunterei in un quadernino delle liste (non sono l’unica a possederne quattro o cinque, vero?). Detto che, quanti ne sono rimasti fuori per mancanza di tempo, sono già riservati in una lista speciale per lo streaming.

It must be heaven

Standing ovation per la commedia più intelligente che ho visto di recente. Si tratta di una metafora della commedia umana universale che ci pone di fronte quanto noi uomini possiamo essere ridicoli. E sì che lo siamo, e pure tanto. Con pochi dialoghi, il film di Elia Suleiman gioca con l’accostamento di eventi e di immagini. Lo schermo diventa il campo da gioco di una continua rappresentazione a doppio senso tra forma e significato, con tempi giusti. L’abilità di Suleiman sta nel porre lo spettatore al di fuori della scena, come sembra esserlo il protagonista, in un punto privilegiato per ridere delle assurdità umane.

Che poi da ridere ci sia ben poco, visto che il cuore del film è mostrare un mondo superficiale e indifferente a questioni che appaiono irrisolvibili, come la Palestina, che del resto non è neanche più una nazione. Tra Parigi e New York, l’eco silente della noncuranza occidentale arriva fino alla Palestina, da cui il film parte e a cui ritorna.

Tutti bevono per dimenticare. I palestinesi, invece, sono gli unici a bere per ricordare…

Synonimes

Orso d’oro a Berlino per un film che, secondo me, ha lasciato gli spettatori insoddisfatti rispetto agli apprezzamenti della critica. Synonimes ci presenta Yoav, israeliano approdato a Parigi in cerca di una nuova identità, di una nuova patria. Appena giunto, si ritrova nudo e senza nulla, ma lo soccorrono due parigini, una coppia di giovani borghesi: ed è subito Bertolucci. Spudoratamente simulacri di The dreamers, senza vergogna voi francesi, eh? Emile è esplicitamente attratto dal nuovo amico israeliano, mentre Caroline, la spenta Caroline (merito dell’attrice o del personaggio, non saprei), non ha alcun senso di esistere in questa trama, se non per completare il ormai-abbiamo-capito-grazie ménage à trois tanto idolatrato dai francesi.

La linea conduttrice del film si basa sul rifiuto di Yoav nell’accettare la sua nazionalità, tanto che si ossessiona a imparare il francese, ripetendo parole come un flusso di pensieri. Non è difficile immaginare il perché del premio al film di Nadav Lapid, che pare più una scelta di “intenzioni” che di merito. Inoltre, Synonimes sa come parlare dell’impossibilità di scegliere un Paese da abitare e delle difficoltà che si incontrano nel sentirsi del tutto straniero. Sul finale, emergono tutte le contraddizioni del paese paese più liberale d’occidente, ma la confusione della trama si perdona solo per l’interpretazione del protagonista, il quale con la sua fisicità marmorea invade lo schermo, riempendo ogni vuoto. La regia è perfettamente coerente con il personaggio, peccato soltanto che resti un film troppo astratto, tanto da non farsi godere.

Camorra

Mah, vorrei dire qualcosa che non sia “ho pianto”, ma non credo di essere in grado esprimere a parole il documentario di Francesco Patierno. È riuscito a parlare di camorra scoprendo le pieghe più nascoste e terribili e al tempo stesso più fragili di coloro che ne fanno parte, presentandoci gli occhi della povertà e la miseria dei luoghi dell’epoca, quando tutto è cominciato. Il regista non si è accontentato di descrivere, tramite spezzoni di vecchi filmati reperiti dall’archivio Rai, il fenomeno nella sua rappresentazione più conosciuta. È andato a scovare fino in fondo mostrando, senza alcuna retorica, dove e perché i bambini hanno iniziato a fare rapine e a spacciare, come e quando la camorra ha preso forza, e chi gliel’ha permesso. E come ha reagito Napoli, e sullo sfondo, come non ha reagito lo Stato Italiano.

Fa paura, Camorra. Perché ti spezza decisamente il cuore in due. Non solo vedi condizioni di vita miserrime, attraverso gli occhi di innocenti di chi è diventato criminale: Patierno coglie un aspetto del fenomeno che tutt’ora a me, napoletana, sembra inspiegabile. La voce di Meg e le musiche fanno il resto.

Napoli non è una città ribelle. Napoli è assuefazione delle classi popolari e plebee. La ribellione sociale è stata contenuta e rivolta all’interno. È implosa in comportamenti, atteggiamenti e organizzazioni che hanno disciplinato il disordine, impedendone la deflagrazione contro le classi dominanti.

Sono Marianna, scrivo cose, a caso?, per caso. Sono una (s)content creator, ho paura delle balene, ho sempre nostalgia di Parigi e mi diverto immaginando nomi da dare a un cane che ancora non ho. Ogni tanto soffro di logorrea, non ho tempo di scrivere ma mi narro storie nella testa. Vivo con personaggi che non esistono, ma non sono pazza, non troppo, giuro.
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