Il canto della fenice

Così l’ha ribattezzato il mio fidato collega e amico, il mio ultimo giorno di lavoro: il canto della fenice. Non è che abbia pensato di scriverci su un articolo, ma ogni separazione scelta o forzata l’affronto così, scrivendo qualcosa che poi categoricamente non mi piace e finisco per cancellare. Quindi sarà cancellato?

Cancellare con la gomma e ricominciare, e poi restano tipo i segni nel foglio e questo significa ogni volta ricominciare. Ho pensato spesso a come fosse prima, prima che tutto diventasse così fluido tanto da offrire l’opportunità e al tempo stesso la dannazione di poter e dover cambiare luogo. Come doveva essere sapere di poter crescere e stabilirsi in un posto solo? Asfissiante o rassicurante?

E cambiare luogo vuol dire trasloco, e venire a patti con i propri oggetti. Di cosa ho bisogno? Di cosa ho bisogno davvero? Cosa tengo, cosa lascio, cosa mando via? E così quell’orribile maglia che credevo mi appartenesse adesso sembra solo una cosa slabbrata e lontana anni luce, invece quella lontana anni luce sono io. E così anche le scarpe coi tacchi che indossavo chi lo sa quando adesso restano lì, per tutto il tempo inutilizzate, e chissà chi ero io, quando le indossavo.

E cambiare luogo vuol dire lasciare le pareti, il soffitto fissato la sera prima di dormire. E la lampada acquistata e montata con difficoltà. Lasciare quell’abitudine ad affacciarsi dalla doccia per afferrare lo shampoo, e lasciare il rumore della lavatrice che accompagna le cene. Il fischio del lavello, un divano che è un caos, e lasciare quell’angolo di scrivania adatto alle domeniche difficili, a compilare liste. E soprattutto lasciare quella finestra, che anche se affaccia sul niente è stato un pezzo di mondo sicuro per del tempo.

Che poi il peggio è lasciare il tavolo della cucina, il fulcro della compagnia come un fuoco accesso in tempi antichi. Noi intorno a dirci storie e a raccattare i pezzi. La cucina che racchiude pianti e paure e sonore risate, il caldo del forno d’inverno e le zanzare ronzanti d’estate. Che poi andarsene vuol dire anche lasciare la nuova famiglia che mai pensavi ti avrebbe accolto e invece eccola lì: amici, o colleghi, o coinquilini, o tutto insieme. Che tanto senza di loro, sarebbe stato il niente.

Andar via vuol dire cambiare i percorsi, quelli quotidiani. Le strade imparate a fatica, i trucchetti e le scorciatoie guadagnate sbagliando. Perdendosi. Certo sarà bello perdersi ancora e imparare, ma quanto fa paura partire da capo? Ma del resto è questo che fa la fenice. Pare che dalla morte riesca a rinascere, dal nulla, dalle ceneri. Rinasce più ricca? Non ne dubito. Ma quanto costa morire e risorgere?

Gli inizi e gli strascichi

Ogni tanto faccio interviste. Chiedo alle persone banalità che per me sono, tuttavia, molto importanti – come scrittrice, come persona, come essere umano. Cosa vorresti di più, cosa ti manca, cosa non hai mai digerito e se qualcosa di grande e intenso ti è successo, come lo hai gestito? Cosa ti ha cambiato la vita, come trasformi la tua energia in moto?

Invece di me non scrivo granché, anche se qualcuno potrebbe obiettare che scrivere il proprio pensiero è già molto esplicativo di qualcuno. L’unico appunto che vorrei fare su di me, è che mi costringo a cambiare e questa è per me una forma di violenza che mal tollero, ma per cui spesso mi sono ringraziata. E da quando ho iniziato è diventato al contempo difficile cambiare vita e ancora più difficile, forse, non cambiarla. Non è il coraggio che manca, a tutti coloro che vorrebbero uscire dalla comfort zone ed esplorare nuovi orizzonti, ma è l’amor proprio, molto più probabilmente.

Ricominci, piangi in aereo, in treno, in metro, durante il tragitto, scrivi bigliettini, leggi lettere, neanche stessi partendo per il fronte, neanche fossi in viaggio per Punto Nemo, il punto oceanico più lontano dalle terre emerse. Transizione – da transitio, transire, passare.

Volo, spicco, atterro.

Quando entri in una casa nuova e sai che dovrai passare lì la notte, non dormi. Il letto è deforme, le lenzuola ostili, i rumori dal corridoio sono fastidi. E le relazioni di quieta rilassatezza nell’alzarsi e andare a fare la pipì, o farsi un toast, diventano legnose, ogni gesto si complica. Almeno quel primo giorno, in casa di sconosciuti.

Gli strascichi pesano. La fenice non risorge, arde ancora. Quanto dura quel fuoco, nessuno può dirlo. Alla prima cena tra amici? Alla prima tranquilla defecazione? Alla prima volta che si ritorna a casa senza smarrirsi? O forse alla prima volta che ci si addormenta completamente sereni? O ancora, quando discuti della politica con un vecchio sbronzo come te nel bar più improbabile della tua nuova nazione, regione, città?

Non lo so. So che le città, a un certo punto, sembrano parlarti e indicarti la strada. Con le abitudini che plasmi su di loro, con il modus vivendi di tutti coloro che le abitano, con i luoghi, i tramonti, la musica, con tutto quello che le città ti offrono, alla fine ti accorgi che sei meno solo. E che stai cambiando, proprio come speravi. Che la paura è passata, almeno un po’.

Siamo ossessionati dal voler cancellare il dolore, e che invece è quello che ci apre le porte. Che lo vogliamo evitare come se fosse inderogabile, e invece dovremmo accettare che sì, è proprio inevitabile. Transire.

Sono Marianna, scrivo cose, a caso?, per caso. Sono una (s)content creator, ho paura delle balene, ho sempre nostalgia di Parigi e mi diverto immaginando nomi da dare a un cane che ancora non ho. Ogni tanto soffro di logorrea, non ho tempo di scrivere ma mi narro storie nella testa. Vivo con personaggi che non esistono, ma non sono pazza, non troppo, giuro.
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