balcon manet punto nemo

Rappresentare l’invisibile. Il balcone di Manet

Per dare seguito all’articolo precedente, questa volta mi sembra interessante poter fare delle considerazioni che concernono il visibile e l’invisibile e ancora più, forse, la rappresentabilità dell’invisibile, passando per la pittura e il cinema. A questo riguardo vorrei prendere in considerazione un saggio che riporta una conferenza che il filosofo francese Michel Foucault tenne nel 1971 a Tunisi. Il titolo della conferenza era La pittura di Manet. L’analisi del dipinto Le Balcon più degli altri mi sembra indicativo ai fini di questo articolo. 

Si vedono nel dipinto delle imposte verdi con numerosissime linee orizzontali che bordano il quadro. Abbiamo dunque un quadro architettato in linee verticali e orizzontali. La finestra duplica con esattezza la tela e ne riproduce le verticali e le orizzontali. Anche la ringhiera di ferro battuto davanti alla finestra riproduce le verticali e le orizzontali.

Anziché far dimenticare il rettangolo sul quale dipingeva, Manet non fa che riprodurlo, insiste su di esso, lo ripete, lo moltiplica all’interno del quadro stesso.

(M. Foucault, La peinture de Manet, ABSCONDITA SRL, Milano 2005)

Evidenzia la rappresentazione, pone l’accento sulla qualità materica della sua opera. È un quadro. 

Viene velocemente alla mente Ceci n’est pas une pipe di Magritte. Lascia giocare lo spazio invece di chiuderlo nelle regole della prospettiva. 

C’è sempre qualcosa nelle immagini di Manet che non si chiude in una rappresentazione, c’è sempre qualcosa che non torna, e questo qualcosa sta nel dettaglio. 

È proprio il dettaglio che inserisce qualcosa che rende l’immagine perturbante, è il dettaglio che fa saltare la prospettiva e dà inizio alla pittura moderna, in cui non c’è più l’intento di creare una mimesi della realtà e anche se ci fosse, non si potrebbe comunque fare. Non c’è più Dio, c’è l’uomo e la vita, che lascia sempre un sapore di qualcosa di inconosciuto, inspiegabile, di perturbante. 

Tutto il quadro è in bianco e nero, con un unico altro colore, il verde. Il verde è utilizzato per le persiane e la ringhiera, cioè per gli elementi architettonici. Questa è un’inversione della formula del Quattrocento, dove i grandi elementi architettonici erano in chiaroscuro, dovevano essere immersi nell’ombra, mentre i personaggi erano tradizionalmente rappresentati con sontuosi vestiti colorati. Qui accade l’esatto contrario. Il verde è per antonomasia il colore della soglia. 

Per quanto riguarda la profondità poi, si può dire che il dipinto apre su una profondità del tutto dissimulata, come in La Gare Saint-Lazare (Edouard Manet, 1872-1873) il paesaggio è nascosto dal vapore del treno, qui c’è una finestra che si apre su qualcosa, ma questo qualcosa è del tutto buio, invisibile. Non vediamo che nero perché la luce è fuori. La luce invece che penetrare nel quadro rimane all’esterno di esso, è tutta fuori ed è tutta fuori perché siamo su un balcone.

manet la ferrovia

Anziché avere un quadro in chiaroscuro, cioè in cui ombra e luce si combinano, abbiamo un curioso dipinto in cui tutta l’ombra è da un lato e tutta la luce dall’altro. Sembra come se fosse la verticalità stessa della tela a separare un mondo d’ombra che è dietro e un mondo di luce, che è davanti.

Ed è proprio al limite di questi due mondi che si trovano i tre personaggi, sospesi tra luce e oscurità, tra interno ed esterno. Si trovano sulla soglia tra la vita e la morte.

Magritte, il pittore surrealista, ha dipinto una variazione di questo quadro in cui ha rappresentato gli stessi elementi, ma al posto dei tre personaggi ci ha messo tre bare. È proprio il confine tra la vita e la morte, tra la luce e l’oscurità, a essere rappresentato da questi tre personaggi. 

L’invisibile: dalla pittura al cinema

Questi tre personaggi inoltre guardano verso qualcosa, hanno lo sguardo intensamente puntato verso qualcosa che noi non possiamo vedere. 

Ecco che l’invisibile fa la sua apparizione, è rappresentato all’interno della rappresentazione, viene come indicato dal fatto che i personaggi guardano in tre direzioni diverse, rapiti da uno spettacolo che noi non possiamo conoscere perché si svolge nello spazio davanti la tela, cioè dove siamo noi, e ai lati di essa. 

Noi non vediamo che degli sguardi, nulla c’è dato vedere se non un gesto. Come succede ne Le déjeuner sur l’herbe (E. Manet 1863), gli elementi divergenti provocano un senso di turbamento in un quadro che non è altro se non l’esplosione dell’invisibilità stessa. 

In realtà la tela non dice che l’invisibile, non mostra che l’invisibile e non fa che indicare con la direzione degli sguardi qualcosa che è necessariamente invisibile, perché accade dinanzi o ai lati di essa. 

La tela anziché mostrare quel che c’è da vedere, lo nasconde e lo sottrae

La superficie, con le sue due facce recto-verso, non è un luogo dove si manifesta la visibilità, ma il luogo che assicura, al contrario, l’invisibilità di quel che viene guardato dai personaggi che sono sul piano della tela.

C’è come un dualismo intrinseco all’identità, una contraddizione, una contraddizione nella natura stessa dell’esistenza umana, e così anche nelle arti che ne sono certo una conseguenza. 

Sembra che ignorando questa duplice natura qualunque discorso sarebbe incompleto, seppure anche considerandola, sembra non si riesca mai a raggiungere la conoscenza completa.

Potremmo ricordare Un chien andalou di Louis Buñuel. É considerato il film più rilevante del periodo del cinema surrealista e contiene alcune delle immagini più brucianti e memorabili mai girate. 

La prima immagine, forse la più famosa, dell’occhio aperto di una donna che è tagliato con un rasoio affilato da un uomo, fa pensare all’intenzione del regista di alludere alla necessità che l’occhio vada al di là del visibile, ma questo comporta imprescindibilmente una ferita, un dolore.

L’occhio tagliato apre uno squarcio sull’interno, su qualcosa che prima non si vedeva ma che c’era, qualcosa di nascosto, apre uno squarcio sulla profondità invisibile dell’uomo. 

Buñuel sceglie immagini oniriche che creano uno spaesamento ma che diventano vie privilegiate per raggiungere l’inconscio e aprire la strada verso la coscienza.

Studentessa di Beni culturali e arte, ballerina di professione, mi muovo tra Napoli e Parigi, sempre in ceca di ispirazione.
Articolo creato 1

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Articoli correlati

Inizia a scrivere il termine ricerca qua sopra e premi invio per iniziare la ricerca. Premi ESC per annullare.

Torna in alto