Il grande marinaio di Catherine Poulain

Un romanzo pluripremiato in Francia scritto da una donna che sa davvero il fatto suo. A metà tra l’avventura e la ricerca esistenziale del senso della vita, capace di coinvolgere il lettore in un viaggio fino all’estremità del mondo – l’Alaska.

Molti l’hanno recensito come strano. Molti hanno definito la Poulain come una Hemingway donna. Alcuni hanno sottolineato quanto la vita della scrittrice abbia influenzato il romanzo. Ma, più che altro, io consiglierei questo romanzo perchè risplende di una lucida sofferenza caratteristica non del personaggio ma dell’essere umano. Una grande metafora dell’esistenza e della lotta dell’uomo per resistere, e andare avanti.

Lili scappa via dalla Francia, non si sa perchè, non viene mai detto. Lily soffre, non ha bisogno di un motivo. Tutti gli uomini che incontrerà avranno fantasmi a perseguitarli, incubi notturni, la voglia di non voltarsi mai indietro. Tutti avranno una buona dose di disperazione e rimpianti. Così lei si trova immersa in un mondo pieno, così difficile, fatto di enormi sacrifici, un lavoro ininterrotto, duro, pericoloso. Il corpo non ne può più, ma nessuno sente di poter smettere.

Non so cosa spinga una persona a voler soffrire tanto, per niente, in fondo. Mancare di tutto, sonno, caldo, anche amore, fino a non poterne più, fino a odiare il mestiere, e ciò nonostante ne vuoi ancora, perchè il resto del mondo ti sembra insipido, ti annoia da impazzire.

Tutto è una lotta, perfino sventrare i pesci e ammazzarli. Restare svegli per il turno di guardia, sottostare agli ordini, non sbronzarsi troppo. Dormire sul pavimento. Per quanto a volte estremamente ripetitiva, l’autrice riesce a far sì che il viaggio di Lily – che sembra un’autopunizione – sia proprio metafora dell’esistenza umana. Il mito di Sisifo, mi vien da dire, una riflessione su come il lavoro possa sembrare fine a se stesso. Riflessioni sulla vita e la morte, sul senso di voler vivere qualcosa in grado di espiare colpe, e tanto dolore. Vivere perchè si possa provare a darvi un senso.

Penso a quelli che sono rimasti a terra, con i piedi incatenati a un mondo quadrato, portandosi dietro tutto il loro peso di esseri umani. Mi fanno compassione. Vorrei raccontare a tutti che torno da un posto più alto dei gabbiani – anche al più grande dei marinai.

Ciò che si apprezza della narrazione in prima persona è la capacità dell’autrice di non fra emergere emozioni e sentimenti dei personaggi attraverso descrizioni, ma attraverso i loro gesti. Credo che non sia semplice né frequente da trovare. Sono i fatti narrati che danno vita a suggestioni e sensazioni, assieme ai dialoghi, all’ambientazione, ma non è il flusso di coscienza a dare voce a Lily. Tutto parla più di lei, i flutti delle onde e gli odori, le birre e i sentimenti, il vuoto, il ghiaccio.

Un respiro lento, il ritmo monotono del flusso e riflusso. Canto di eternità. Mi giro verso il mare, ha il rosso ramato del giorno morente. Forse ce ne andremo per sempre così, fino alla fine di tutti i tempi, sull’oceano rosseggiante e verso il cielo aperto, una corsa folle e magnifica nel nulla, nel tutto.

Ad un tratto si profila tra questi cuori duri una parvenza di amore, proprio per il grande marinaio, rude e sofferente, quasi goffo nella sua ubriachezza, stanchezza di vivere. Di lì alla conclusione si perde quella scintilla iniziale e tutto inizia ad essere piuttosto ripetitivo. Quasi come se l’amore non bastasse, e chi scappa scapperà per sempre perché la vita di ogni giorno non basta più a coloro che vogliono di più.

Siete venuti a cercare qualcosa che è impossibile da trovare. Una sicurezza? Beh, no, neanche, dato che quello che avete l’aria di cercare, o comunque di voler incontrare, è la morte. Cercate una certezza forse… qualcosa che sia abbastanza forte da combattere le vostre paure, i vostri dolori, il vostro passato – che salvi tutti, voi per primi.