Gli uccelli di Tarjei Vesaas

Un’opera, poco conosciuta qui in Italia, che è un piccolo capolavoro.

Un romanzo simbolico figlio di uno scrittore dotatissimo, vincitore del Premio del consiglio nordico della letteratura nel 1946.

È veramente difficile scrivere una recensione su questo romanzo così profondo, così affascinante, edito Iperborea. Vesaas è bravissimo nel coinvolgere il lettore all’interno delle vicende di Mattis, protagonista di questa storia.

Riusciamo a comprendere il suo punto di vista, così spontaneo, ma riusciamo anche a vedere la scena da fuori. E questo fa riflettere, tanto. Comprendiamo, con un sorriso, tutte le azioni, i pensieri, a volte le bizzarrie o anche le infantilità di Mattis; al tempo stesso riusciamo a giudicarle da fuori, a realizzare come ai nostri occhi esterni, senza sapere tutto ciò che gli passa per la testa, sembrerebbe solo un pazzo, o uno stupido. Quanto conosciamo gli altri? Quanto è impossibile conoscerli davvero a fondo? Quanto è possibile avere un modo di percepire il mondo diverso da coloro che ci circondano, e quale solitudine questo comporta?

La scrittura di Vesaas è lineare e semplice, asciutta, ma estremamente efficace. Ha una capacità nel descrivere le piccole cose, gesti, espressioni, reazioni, che mi ha colpito. A volte ermetico, riesce davvero a far capire ciò che è sotteso dietro le parole. Ma è soprattutto attraverso i dialoghi che riesce a colpire nel segno.

«Sì, non è colpa tua», disse ad alta voce distintamente.

Il negoziante, sorpreso, sgranò tanto d’occhi: «Che cosa non è colpa mia?»

«Che sei così come sei», rispose e gli sembrò di essersela cavata ottimamente. 

Mattis non è intelligente, ma vorrebbe tanto esserlo e si fa domande su domande. Domande che gli altri ritengono sciocche. Lui, così emarginato, in realtà si pone forse le uniche domande che abbiano davvero un senso, ma che, al tempo stesso, sono incomprensibili agli altri. Lui che, in completa fusione con la natura – la beccaccia, gli alberi – non riesce a non dire ad alta voce ciò che gli sta passando per la testa. Di una spontaneità commovente, è un personaggio che brilla di un’autenticità pura.

Agisce seguendo impulsi, riflessioni che potrebbero sembrare alogiche ma non per questo prive di senso. Seguiamo il suo percorso comprendendolo, ma comprendendo anche il perchè della sua emarginazione, della sua grande difficoltà.

Il disagio di Mattis è un disagio che può definirsi esistenziale, che il lettore capisce a fondo e sente scorrere sulla sua stessa pelle. È la difficoltà di chi, estraniato da un mondo ostile, dà importanza a ciò che non lo è per gli altri. Eppure vien da chiedersi: non è importante il volo di un uccello, non lo è interrogarsi sul mondo?

 (Mattis) «Ci sono cose più importanti da pensare. Credevo l’avessi capito anche tu.»

Ruolo centrale nella storia è quello di Hege, la sorella infelice che si prende cura di lui. Piegata in due dal lavoro, inchiodata al villaggio con il fratello “idiota”, sopravvive dando ben poco conto alle parole di Mattis. Non lo tratta come un uomo di pari livello, quasi sempre disturbata dalle sue domande. La svolta si avrà esattamente quando Mattis sentirà il terrore di perderla, e da lì l’intera storia prenderà un’altra piega.

Dunque una storia bellissima, toccante, che fa riflettere. Con “Gli uccelli” si aggiunge una nuova perla alla letteratura nordeuropea edita da Iperborea.