Un romanzo che fa riflettere e si fa leggere in un soffio, che pone tante domande senza mai dare una risposta: il compito spetta al lettore.

SINOSSI: Lou Bertignac ha tredici anni e un quoziente intellettivo di 160. Per questo frequenta una classe in cui gli studenti sono ragazzi piu’ grandi, che non hanno nulla da spartire con lei. A casa la situazione è anche peggiore: la sua famiglia, chiusa nel ricordo inconfessabile di una tragedia del passato, vive in un silenzio opprimente. Incapace di creare relazioni con chiunque, Lou passa il tempo libero a vivere le emozioni degli altri e, nelle stazioni parigine, ama osservare quanto si dipinge sui volti di chi si lascia o si ritrova. È così che nella stazione di Austerlitz conosce Nolwenn, una ragazza di poco piu’ grande che si è lasciata alle spalle un passato difficile e ora vive da randagia. Con lei si crea al primo sguardo un’intesa speciale. Due ragazze totalmente sole finiranno così per stringere un’amicizia che cambierà la loro vita e il loro mondo. E che, se anche non riuscirà a salvarle, darà loro nuove speranze.

 

 

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Lou Bertignac è una bambina, e anche il suo modo di raccontare in prima persona è a tratti infantile. Ma la storia  entra dentro proprio per questo: noi vediamo il mondo con gli occhi di una bambina, più intelligente del normale, che si pone domande a cui nessun adulto sa dare risposta.

Da quando è troppo tardi? Da quale momento è troppo tardi?

Lou ha il potere di farti sentire in colpa. Perchè ti racconta che esistono persone per te invisibili ma che sono ovunque, persone in difficoltà che noi ignoriamo. E ti dice con ovvietà che basterebbe poco per aiutarle, che sarebbe così facile – no, non facile, ma giusto, e con poco forse tutto sarebbe migliore. Che non sia facile diventa ovvio dalla seconda parte del libro. Quando tutto sembra si stia evolvendo in una bella storiella dal lieto fine, una piacevole lettura, in realtà i problemi veri ti vengono sbattuti in faccia. Sempre dietro gli occhi di Lou: No è una senzatetto, No è ferita e sola, No ha bisogno di aiuto, ma No beve e si droga, No soffre e non può lavorare. No deve essere aiutata e solo io lo capisco, in questo mondo, perchè solo io le voglio bene.

Non si può negare che sia un romanzo che fa riflettere molto, e sì, anche stare male. Il rapporto che si instaura tra Lou e No è sincero, fa commuovere.

Vorrei tanto dirle che mi manca, anche se pare assurdo, anche se è lei a mancare di tutto.

La vita di Lou non è semplice, la madre è depressa, a scuola si sente fuori luogo. Ma sa di essere fortunata, ha un tetto e una famiglia e il caldo e del cibo. Un ragazzo che le piace, un posto in cui ritornare. È No che non ha niente, e forse quello che basta è essere amati, a volte. O almeno è quello che Lou si chiede, Lou si fa tante domande e osserva.

Ho pensato a tutti gli sguardi morti della Terra, milioni, privi di luce e di splendore, sguardi smarriti che riflettono solo la complessità del mondo, un mondo saturo di suoni e di immagini, eppure così indifeso. 

Ma Lou non ottiene le risposte. Il finale lascia decidere al lettore: come vuoi rispondere? Che vuoi pensare? Che ne pensi? Che risposte dai? La storia non te le fornisce, devi trovartele da te. Nessuna delle due protagoniste può essere salvata, nè Lou nè No, ma tutto cambia, anche dentro il lettore.

Penso che un libro misuri il suo valore anche in base alle riflessioni che fa sorgere, e Gli effetti secondari dei sogni ci riesce. Ed è lì che nasce l’emozione della storia: quando continua dentro di te, anche dopo.

Consigliato.