Lo scrittore di “Sostiene Pereira” torna a passi di danza con la sua (aspettata e non delusa) maestria.

SINOSSI: Una città di mare che somiglia a Genova, un oscuro fatto di sangue, un cadavere anonimo, un uomo che istruisce una sua privata inchiesta per svelarne l’identità. Ma il procedimento di Spino, il detective della vicenda, non segue una logica di causa/effetto. Invece delle apparenze visibili egli cerca i significati che queste apparenze contengono e la sua ricerca corre sul filo ambiguo che separa lo spettacolo dallo spettatore. Così la sua inchiesta “impazzisce” e da indagine su una morte slitta sul piano delle segrete ragioni che guidano un’esistenza, trasformandosi in una sorta di caduta libera, vertiginosa e obbligata al tempo stesso: una ricerca senza respiro tesa verso un obiettivo che, come l’orizzonte, sembra spostarsi con chi lo segue. Un indimenticabile romanzo-enigma che sotto l’apparenza del ‘giallo’ nasconde un’interrogazione sul senso delle cose.

 

Una storia vaga, mai approfondita, scritta come solo Tabucchi sa fare. Se Per Isabel non mi aveva fatto innamorare, posso ribadire che anche con Il filo dell’orizzonte non ho sentito l’urgenza di girare le pagine. Ma ho capito che Tabucchi è così, scrive storie in cui ci si interroga sul senso e poi ad un tratto si presentano estratti di incantevole bellezza per cui il resto passa in secondo piano.

E allora lui ha sentito una stanchezza opprimente, come se gli pesasse sulle spalle la stanchezza di tutto ciò che lo circondava, è uscito nel cortile e ha sentito che anche il cortile era stanco, e le mura di quel vecchio ospedale erano stanche, e anche le finestre, e la città, e tutto; ha guardato e gli è parso che anche le stelle fossero stanche, e ha desiderato che ci fosse un’eccezione per tutto ciò che è, come un differimento o una dimenticanza.

La storia ha un che di banale, niente di particolarmente eccitante anche se aleggia il mistero sul cadavere che Spino ha ritrovato. Entriamo nella vita del protagonista ma neanche poi tanto, e quel senso di vaghezza rende comunque tutto magico. Un obitorio, un corpo a cui dare una storia, in fondo basta veramente poco per creare una storia di una semplicità fine. Tabucchi è uno dei rari autori di cui, a volte, basta semplicemente leggere le parole.

[…] niente succede per caso; e che il caso è proprio questo. la nostra impossibilità di cogliere i veri nessi delle cose che sono, e ha sentito la volgarità e la superbia con cui uniamo le cose che ci circondano.