exit west in punto nemo

Exit West di Mohsin Hamid

Siamo tutti migranti nel tempo. 

Il romanzo di Hamid è importante, per diversi motivi. Perchè sceglie di narrare la vita quotidiana di cittadini comuni, e come questa venga sconvolta dalla guerra. Perchè racconta una storia d’amore scontata e come essa si sviluppi nella situazione critica, tragica, di dover lasciare il proprio paese. Perchè vi è la scelta di introdurre un elemento fantasioso, delle porte magiche attraverso cui viaggiare, anzichè raccontare un percorso travagliato con mezzi di trasporto reali. 

Se di migranti si parla, Hamid in Exit West rende i personaggi reali, inseriti nel quotidiano, all’interno di una favola nera. E il dramma non è immediato, si infiltra piano nella storia, attraverso le finestre che devono essere sbarrate, gli uffici di lavoro che si svuotano, il coprifuoco, le sparatorie. La guerra sembra fare solo da sfondo alla relazione tra il tranquillo Saeed e l’emancipata Nadia, mentre invece è il fulcro del romanzo che piano esplode, fino a costringerli alla fuga. Con tutti i suoi addii e le sue incertezze, con il dispiacere e la paura di non sapere cosa verrà dopo. Con la consapevolezza che si finirà in un luogo sconosciuto in cui non si sarà ben accetti – per partito preso o perchè è effettivamente sempre così, questo Hamid non lo vuole approfondire. L’autore sceglie di descrivere un Occidente soltanto ostile, un potente padrone che decide di mettere da parte la propria umanità per difendere la propria ricchezza. 

Grazie alle porte magiche, la dipartita è tuttavia facile, quasi estemporanea per quanto irreale. In ogni città in cui fuggono Nadia e Saeed, trovano ostacoli. Nessuno li vuole, questi migranti. Tornassero a casa loro. I “nativisti” premono perchè l’esercito sloggi ogni straniero e chiuda ogni porta di accesso, quella che era l’unica salvezza e speranza per milioni di persone.

Perchè la vita e la sua fine sono imprevedibili, soprattutto a distanza, da dove la morte sembra colpire mirando a casaccio. 

Exit West è scorrevole, può sembrare perfino banale; può infastidire la soluzione delle porte magiche (che ricorda tanto quella de La ferrovia sotterranea di Whitehead), eppure funziona proprio per questi elementi. Anche se, nonostante il suo unanime successo tra critica e lettori, molti dubbi li lascia. 

Perchè non viene mai nominato il Paese in cui è ambientato Exit West. Se questo nasce dall’intento di universalità dell’opera, fa sì anche che tutto sia troppo generalizzato. Un tema così complesso, quale l’immigrazione nei paesi occidentali – l’emigrazione da paesi poveri e in guerra, è trattato in modo abbastanza stereotipato, seppur non banale. Credo che Hamid abbia volutamente reso vaghe le situazioni, creando un’opera necessaria ma anche rischiosa. L’importanza di far luce sulla vita dei migranti – difficile e a volte impossibile – dal loro punto di vista, era ed è senza dubbio fondamentale, ma l’originale scelta di generalizzazione di Hamid porta con sè anche tanti dubbi sulla superficialità con cui quasi sorvola questioni quali il ruolo della politica e l’identità culturale (e sessuale) dei migranti.

Quando pregava, era in contatto coi suoi genitori, con cui altrimenti non avrebbe più potuto entrare in contatto, ed entrava in contatto con la sensazione che siamo tutti figli che abbiamo perso i nostri genitori, tutti, ogni uomo e donna e ragazzo e ragazza, e noi verremo persi da coloro che verranno dopo di noi e ci ameranno, e questo lutto unisce tutta l’umanità, unisce ogni essere umano, la natura fugace del nostro essere qui, il nostro dolore condiviso, lo struggimento che tutti ci portiamo dentro  ma che troppo spesso ci rifiutiamo di riconoscere negli altri. 

exit west in punto nemo

Leave a Reply