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Napoli: manifesto

Essere napoletani è una croce

Ho a lungo pensato a come definire la napoletanità con una sola parola, magari un aggettivo onesto e funzionale, ci ho pensato però c’è poco da fare, l’unica cosa che si avvicina al vero è che essere napoletani è una croce. Con tanto di chiodi e corona di spine.

I napoletani sono tutti blasfemi Gesù ambulanti in fuga dalla crocifissione, ma crocifissi ci nasciamo già e quindi niente, facciamo pure come se non fosse così ma a trentatré anni se non ci aspetta Ponzio Pilato lo fa l’espatrio o la pazzia. Aut aut, non ci sono tante vie di mezzo. A volte le due cose giungono insieme, pure.

I chiodi nella membra sono fissi, bruciano la carne e non ci siamo abituati neanche per sogno, però facciamo come lo fossimo. Questa è caratteristica nostra peculiare, abituarci un po’ a tutto e dissimulare il malessere acuito ma sminuito, fingendo che sia così che deve andare. Siamo sempre a teatro, cresciamo sul palco, lo viviamo per strada e nei negozi e in ogni anfratto. Va bene, va benissimo, la croce alle spalle e insieme sceneggiature impareggiabili per bellezza e creatività, ironia e contraddizioni.

Nasciamo con l’etichetta napoletano in fronte e via il primo chiodo, si chiama camorra, qualcuno lo chiama Gomorra, altri lo chiamano criminalità, altri “attento al portafogli se vai a Napoli”, ognuno dà un suo nome al primo chiodo, silenzio rabbia e via, fuori la prima mano. La seconda mano si inchioda di conseguenza, questo lo chiamerei il chiodo della giustificazione: l’esigenza vergognosa di dover sempre spiegare di essere una persona perbene. A volte lo stesso napoletano finisce per dubitarne, visto che cresce allenandosi a dire bugie, che poi tanto nessuno gli crede e se si incazza diventa oggetto di scherno: oh coleroso camorrista, giustificati quanto vuoi che tanto anche la mano sinistra è andata.

Persi gli arti i napoletani si dedicano all’arte, recitano cantano e ballano e la loro arte senza arti è così disperata che fa paura, brilla di una speranza morta e a chi lo puoi spiegare?, è inno alla vita non privo di lamenti, lamenti inascoltati. Tanto che le cose cambino è solo un’utopia, però provarci è un dovere, una sorta di sentimento. Chi va via muore nella colpa di non aver tentato abbastanza e nella nostalgia, chi resta lotta col coraggio dei guerrieri e la frustrazione del martire. Tutti perdono, alla fin fine, in un modo o in un altro.

Le spine, l’amore e la malinconia

Nel percorso di vita di un Gesù crocifisso a Napoli, un poco meno dedito alla teologia e molto più al buon cibo, sopraggiungono spine che poi come i chiodi sono un fastidio quotidiano, calli e affezioni. Ognuna ha un nome, mezzi pubblici, infrastrutture, il caos che è anarchia, un’armonia disfunzionale a cui di nuovo fingiamo di abituarci. Ci diciamo che passano in secondo piano, certe cose, perché poi dalla cumana si vede il mare che è il compagno di vita, conforto. Ci guarisce le ferite, quelle della croce, e ci pesa di meno tenerle lì, belle esposte. A volte sembra cicatrizzino perfino, ma è sempre per un periodo limitato. Nel mare di Napoli ci stanno i cadaveri delle speranze di tutti, le onde li raccolgono e restituiscono in cambio un po’ di pace, come un cimitero, pesci come fiori.

Però tutto questo resta sempre un segreto, è il segreto di chi ci vive, perché fa parte della piéce, si nasconde dietro la melodia dialettale, un’allegria artefatta ma autentica, la facciata a forma di Vesuvio e un magma di malinconia.

Quant’è bella, Napoli, che tutti i giorni scende in guerra per non arrendersi e se di qualcosa puzza, puzza di sogni irrealizzabili. Proprio quello la rende così tormentata, e la croce te la porti in ogni parte del mondo. Perché le spine e i chiodi stanno là, non si muovono, possono aumentare ma non diminuiscono mai. Ci si può accontentare della sconfitta della Juve, certamente, eppure non basta neanche quello, a un certo punto non basta più. O ci deve bastare?

Essere napoletani è una croce perché, quando cresci, quello che appariva sopportabile, inizia a non esserlo più, e perché ami una città che prende più di quanto dà. Ricerchi un po’ di quella unicità in giro per il mondo, ma è un controsenso, ciò che è unico non si duplica, se la scegli la devi prendere tutta com’è, Napoli: una sconfitta ogni due vittorie, è così che va.

È esilarante, il connubio, i poveri vivono affianco ai ricchi, a un passo, il bello mangia il brutto e l’umoristico supera l’umiliante. Gli uni si vergognano degli altri, tutti senza ombra di dubbio si vergognano di quelli che vanno a popolare le spiagge d’estate. La croce è quella, il corpo amato della donna che si ama invasa dalle metastasi dell’ignoranza, della malavita. Per questo basta poco per sentirsi orgogliosi, anche solo di un articolo, di un’iniziativa, di un progetto. Ci vantiamo del bicchiere d’acqua col caffè, della generosità e dell’accoglienza, perché ci manca tanto ma noi lo vogliamo compensare, i napoletani lo compensano e il ritmo è sempre simile, una sconfitta e due vittorie, o una vittoria e cinque sconfitte di fila. Aspettiamo lo scudetto ma mica solo quello, aspettiamo i segnali della rinascita da che ne abbiamo ricordo, cerchiamo di far parte del cambiamento, siamo la forza motrice, falliamo, ricominciamo. Il manifesto è d’amore, di quelli non corrisposti, di quelli disperati, “l’acqua sopra l’acqua e la malinconia”.

Essere napoletani è una croce, ma a chi lo vai a spiegare?

Sono Marianna, scrivo cose, a caso?, per caso. Sono una (s)content creator, ho paura delle balene, ho sempre nostalgia di Parigi e mi diverto immaginando nomi da dare a un cane che ancora non ho. Ogni tanto soffro di logorrea, non ho tempo di scrivere ma mi narro storie nella testa. Vivo con personaggi che non esistono, ma non sono pazza, non troppo, giuro.

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