Byung-chul Han libro
Saggi

Eros in agonia

di Byung-chul Han

Titolo emblematico per il breve saggio di Byung-chul Han, filosofo sudcoreano docente a Berlino, da cui esce fuori un ritratto sincero della nostra società, da lui chiamata della prestazione e narcisistica, in cui non c’è più spazio per l’alterità. Byung-chul Han ci pone davanti a uno specchio in cui è difficile non riconoscersi.

Il soggetto narcisistico […] è incapace di riconoscere l’Altro nella sua alterità e di accettare questa alterità; per lui ha senso solo ciò in cui si può riconoscere, in qualche modo, se stesso. Egli sprofonda ovunque nell’ombra di sé, sino ad annegare in se stesso.

Per strappare l’uomo dall’inferno dell’Uguale c’è bisogno di Eros che rende possibile l’esperienza dell’Altro, ma oggi l’amore viene positivizzato: perde la negatività, l’irrecuperabilità, l’offesa, la trasgressione, l’eccesso. L’amore positivizzato di oggi é come una formula per il godimento, per il piacere,

l’amore viene addomesticato in una forma di consumo priva di rischio e pericolo, priva di eccesso e follia. Ogni negatività, ogni sentimento negativo viene evitato.

Ecco come l’amore diviene un oggetto di consumo figlio del neoliberalismo. Eros in agonia sostiene le sue argomentazioni con il confronto con film (Melancholia di Lars von Trier), filosofi (Bataille, Levinas), ma è in particolare Hegel che, sensibile all’Altro come nessun altro pensatore, serve a Byung-chul Han per sostenere la sua visione.

La vita dello spirito include la capacità di accettare la morte, la sua vitalità è dovuta proprio alla morte. E anche l’amore, conclusione assoluta, deve passare attraverso la morte nel momento in cui moriamo dentro l’Altro, pur poi ritornando in sé. Ma “il soggetto narcisistico-depressivo è incapace di ogni conclusione“, perché è anche un soggetto di prestazione che non sa scegliere, non sa decidere, non sa concludere.

La vita dell’uomo nella società neoliberale è quella di uno schiavo, nella quale non c’è spazio per Eros, c’è spazio solo per la sopravvivenza in un continuo sfruttamento di sé. L’uomo nella società della stanchezza non è mai libero, anche se lo crede.

Porno uccide Eros

In una società nella quale ciascuno è imprenditore di se stesso, domina un’economia della sopravvivenza: essa è diametralmente opposta alla non-economia dell’Eros e della morte.

Se siamo incapaci di morire nell’Altro, ciò è dovuto anche alla distruzione dell’erotismo sacro: “il capitalismo profana feticisticamente l’Eros nel porno.”

Ne viene fuori, con l’esposizione della nudità, dell’oscenità, non un incremento della fantasia bensì la sua morte. Le fantasie oggi non generano l’Altro, riproducono quella legge dell’Uguale, dato che l’immaginazione è determinata dal mercato dei beni di consumo.

Eros per Byung-chul Han è anche profondamente connesso con la politica, e non è un caso se ci troviamo dinanzi a una depoliticizzazione della società. Eros viene ucciso, Eros è in agonia perché la possibilità dell’Altro è in agonia, perché il desiderio viene castrato dalle innumerevoli informazioni disponibili che apportano cognizione ma non conoscenza. La sessualità non è privazione, ma è eccesso, sovrabbondanza.

La costruzione dell’Altro non dipende dall’avere più o meno informazioni: solo la negatività della privazione realizza la sua diversità atopica. […] Responsabile della delusione montante nella società odierna non sarebbe l’accresciuta fantasia bensì, semmai, la maggiore aspettativa. […] Il porno, che massimizza l’informazione visiva, distrugge la fantasia erotica.

Niente di nuovo, sempre vero

Che questo libercolo di sole 90 pagine possa appassionare molto più i filosofi e filo-filosofi, è chiaro: che non dica nulla di innovativo è altrettanto chiaro, anche se in fondo il messaggio resta sempre attuale.

Che pensassi alla nostra società come della prestazione, della stanchezza, del narcisismo, nessun dubbio, ma Byung-chul Han fa qualcosa in più: ci mette di fronte a noi stessi e alla nostra difficoltà di accogliere l’Altro la cui causa non è da rintracciarsi nell’esterno, nel mondo, ma dentro di noi, proprio all’interno di quel narcisismo di cui siamo malati.

Il mio commento personale a cuore caldo: arriva un punto in cui si sceglie come vivere la propria vita (o almeno, chi ha la possibilità di farlo), e quella scelta riguarda troppo spesso se stessi e molto poco gli altri. Nel parlare con coloro che, più piccoli o più grandi di me, scelgono quali sono le proprie priorità, ho l’impressione schiacciante che il narcisismo abbia preso del tutto il sopravvento: l’Altro è sempre più delegato alle sole relazioni personali, l’Altro esce dalla sfera del politico che è ormai svuotato di senso. L’Altro siamo noi proiettati, proprio come Byung-chul Han afferma.

Importa comprare di più, avere più soldi: se poi compriamo un viaggio o adottiamo un bambino, poco importa. Le scelte di vita riguardano sempre di più il proprio benessere personale, e solo per quello si lotta: l’Altro, vicino o lontano che sia, è solo un riflesso. E se un’azione è in grado, nel piccolo, di migliorare forse qualcosa, ugualmente la evitiamo, ripetendoci che tanto non cambierà nulla, quindi tanto vale godersi la vita. Ma che vita è mai questa vivere nel proprio agio interessati solo a non annoiarsi e coltivare il proprio sè in mezzo agli altri, più che con gli altri?

Perfino le azioni che potremmo catalogare come “buone”, o generose, hanno il sole fine di farci sentire migliori. Ma qual è il modo con cui ciascuno si migliora, se non pensare al sé e sempre e solo al sé?

Sono Marianna, scrivo cose, a caso?, per caso. Sono una (s)content creator, ho paura delle balene, ho sempre nostalgia di Parigi e mi diverto immaginando nomi da dare a un cane che ancora non ho. Ogni tanto soffro di logorrea, non ho tempo di scrivere ma mi narro storie nella testa. Vivo con personaggi che non esistono, ma non sono pazza, non troppo, giuro.

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