Elogio della fuga di Herni Laborit

Elogio della fuga di Herni Laborit

In tempi come questi la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare.

Acquistando Elogio della fuga, ci si potrebbe aspettare un saggio leggero sull’importanza della fuga dallo stress del mondo moderno, mentre ci si trova davanti a un testo denso, aspramente critico – per quanto informativo. Cinico, si potrebbe pensare. Cosa aspettarsi di diverso da un biologo, del resto?

Ogni capitolo del testo è suddiviso in un argomento: Amore, Morte, Libertà, Felicità e via dicendo. E Laborit entra a gamba tesa su ogni tematica sviscerandola, capovolgendola, criticando ogni tipo di conformismo che ci porta a credenze non solo errate, ma anche pericolose.

L’idea da cui parte il biologo è che la funzionalità del nostro sistema nervoso preveda come scopo principale il mantenimento della nostra struttura organica; da ciò deriva l’esigenza di sentirsi gratificati tramite l’azione; nel farlo, ci si scontra con gli altri esseri umani, i quali vivono “nell’angoscia di non capire ciò che siamo e ciò che essi sono, prigionieri incatenati allo stesso mondo di incoerenza e morte“.

[..] che i nostri sistemi nervosi siano programmati in modo da permetterci di agire in un determinato spazio e di conservare, grazie all’azione, la struttura dell’organismo a cui appartengono; che cerchino in questo spazio di avere a disposizione gli esseri e gli oggetti gratificanti indicati dall’esperienza come adatti al mantenimento della loro struttura organica, frel piacere; che a questo punto entrino inevitabilmente in gara con glia ltri per ottenere la proprietà di quegli oggetti e quegli esseri e che da tutto ciò scaturisca inevitabilmente una gerarchia; che nel mondo umano tale gerarchia avvantaggi coloro che manipolano l’informazione tecnica astratta, necessaria alla creazione di macchine o alla produzione intensiva di merci. […] L’alienazione gerarchica causa più malessere sociale delle disparità economiche.

Gerarchie di dominanza e creazione

Il punto su cui insiste lo scrittore è la gerarchia su cui si basano tutti i rapporti di dominanza all’interno della società, rapporti legati al possesso di cose e che quindi sono più marci e radicati nelle società capitaliste, dove la cultura diviene utile sono quando vendibile, o viene lasciata ai margini poichè considerata soltanto una fonte di svago. Ecco che più si produce più si innestano falsi bisogni (tramite la pubblicità) e i consumatori non riescono mai a soddisfare i loro continui desideri inappagabili. Non che Laborit possa definirsi marxista, poichè critica profondamente anche l’idea di creare una società nuova senza disuguaglianze: secondo lui, una volta eliminato il profitto capitalistico si verranno a creare nuove gerarchie, perchè tra uomini ci sono e ci saranno sempre sfruttatore e sfruttato, padrone e schiavo. Nonostante egli auspichi la fine del capitalismo, non ha molta fiducia nello sviluppo di una nuova società libera. Anche perchè, secondo l’autore, l’uomo non è libero, anzi la libertà non esiste se non nell’immaginazione.

La poca carne di cui siamo fatti, fonte delle nostre motivazioni, di tristezza come di allegria, questa carne che suscita in noi il desiderio di goderne ma anche di fuggirla gratificandoci senza costrizioni nell’immaginazione, che ci dà l’angoscia senza la quale non ci sarebbe liberazione, questa poca carne piena di inventiva non deve ingabbiare la propria creatività nella prigione delle socioculture, delle parole, degli inquadramenti prefabbricati, dei gruppi sociali, delle parrocchie, delle lingue, delle classi. Prendere per finalità gratificanti uno di questi sottoinsiemi significa essere profondamente razzisti.

Nonostante non condivida molte affermazioni (troppo brutali) di Laborit, ciò non toglie che la sua analisi puntuale abbia come scopo non tanto un nichilismo senza scampo e soluzioni bensì mostrare la vacuità di alcune (molte) prese di posizioni attraverso la condivisione della conoscenza. Conoscenza dell’uomo per l’uomo.

Il futuro? Sta nel far sì che gli uomini siano consapevoli di cosa li governa, di come sono fatti, così da non perdersi nella superficialità di altre menzogne (quelle delle classi dominanti) e così da poter sperare, forse, nel capovolgimento delle cose, seppure da questa prigione non c’è uscita. La creazione, per Laborit, è la via di fuga più efficace, molto più di quegli svaghi organizzati a cui ci sottoponiamo illudendoci di essere liberi. L’immaginazione crea ciò che non c’è e ha il potere di salvarci, almeno un po’.

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