Doppler, vita con l’alce di Erlend Loe

Doppler è un norvegese benestante, con una famiglia e un lavoro di successo, che si schianta con la sua amatissima bici mentre pedala nei pressi del bosco, e la sua vita cambia di punto in bianco. Così inizia il racconto rocambolesco, divertente e intenso di Doppler che va a vivere nel bosco. Ho amato “Doppler, vita con l’alce“, edito Iperborea, dall’inizio alla fine, l’ho divorato e ho amato soprattutto l’alce, a dirla tutta.

Doppler decide di piantare la sua tenda nel bosco per ribellarsi a una vita borghese che non gli dà nulla, per vivere la noia non come un flagello ma come uno stile di vita, per godersi il non far niente in contrapposizione al categorico “dover fare sempre qualcosa” della società contemporanea.

Ce l’abbiamo proprio radicata questa idea che dobbiamo sempre fare qualcosa. […] Vogliamo a tutti i costi evitare di annoiarci, ma comincio a rendermi conto che non mi dispiace affatto annoiarmi. La noia è sottovalutata. Dico a Gregus che il mio piano è annoiarmi fino a sentirmi felice.

Doppler parla in prima persona e la scrittura di Erlend Loe è così divertente che non potrò fare a meno di leggere altri suoi libri. Odia le persone, a lui non piacciono e non ne può assolutamente più di tantissime cose, tra cui le canzoncine per bambini dei programmi alla tv, per dirne una. Decide di procacciarsi da solo il cibo e ammazza un’alce, ma caso vuole che quest’alce abbia un figlio che gli si affeziona. Ecco comparire, da subito, il personaggio di Bongo, un piccolo alce orfano che fa assolutamente straziare il cuore dalla tenerezza. Bongo diventa il confidente di Doppler, il quale gli riserva spiegazioni, discorsi, incoraggiamenti, proprio come se fosse un bambino, creando una situazione ilare e spassosa.

La Norvegia non andrà agli Europei in Portogallo. E vabè, tanto non avevamo granchè da fare lì, no? Cosa ne pensi tu, Bongo, gli chiedo, e non è facile sapere cosa ne pensa Bongo, davvero non è facile, si tiene le carte strette al petto senza svelare una parola su cosa ne pensa dell’allenatore della nazionale. Ma mi potrai pur dire se ti piace, no? Niente, lui sta zitto. Potrai dirmi se ti sembra un tipo carismatico o se se credi che invece farebbe bene ad andare all’inferno, no? Risposta zero.

Bene, allora scelgo di pensare che secondo te dovrebbe andare all’inferno. Correggimi se sbaglio. Ma lui non mi corregge e io non sbaglio. È un po’ scioccante, dico. Sembri così carino, dolce e buono, però dentro ti porti un bel po’ di aggressività, eh. Dovresti veramente lavorarci su, dico. Tutti abbiamo le nostre cosuccie su cui lavorare. Anch’io ne ho un paio su cui sto lavorando. Ma che tu te ne vada in giro ad augurarti il male dell’allenatore Semb mi stupisce un po’. Che non ti piaccia particolarmente si può anche capire, ma che vada proprio all’inferno?

Ma sì, perchè no, avrai le tue ragioni.

Humor norvegese per riflessioni sulla vita

Doppler ha perso suo padre da poco, senza averlo conosciuto veramente (di lui sapeva solo che amava fotografare tutti i gabinetti di cui aveva fatto uso). Questo è l’evento scatenante che conduce il protagonista a deviare percorso decidendo di vivere in modo atipico, selvaggio, al di fuori di ogni regola.

Tramite piccoli furti, dovuti al suo bisogno estremo di latte – poichè “il latte scremato nobilita l’uomo” – conosce Dusseldorf, personaggio originale fissato con il modellismo e con l’idea di ricostruire il momento della morte di suo padre. I due diventano bizzarramente amici, e stessa stramberia caratterizza l’amicizia di Doppler con uno scassinatore. Anche se, a mio avviso, il personaggio più meritevole è “l’uomo di destra”, costruito a perfezione.

A questa cornice si aggiunge la figlia di Doppler, Nora, fissata con Tolkien e il linguaggio elfico, e il piccolo Gregus. La moglie del nostro protagonista tollera il suo “periodo di follia”, ma è incinta, quindi gli dà un tempo limite per ritornare a casa. Eppure Doppler, pur di non fare ritorno, mente e intanto progetta la fuga con tanto di arco e freccia, mentre è intento a scolpire un enorme totem nel bosco, in memoria di suo padre.

Doppler critica il concetto di bravura da cui è sempre stato assefuatto: essere il più bravo a scuola, e poi a lavoro, e con gli amici, e con la famiglia. Essere bravi secondo lui è una condanna.

Ho fatto così tanto. Sono stato così bravo. Sono stato maledettamente bravo.

Ero bravo all’asilo. Ero bravo alle elementari. Ero bravo alle medie. Al liceo ero bravo da fare schifo, non solo negli studi ma anche socialmente. Ero bravo senza essere un secchione, senza essere quello che studia solo per l’interrogazione, a volte ero ribelle e impertinente e trattavo i professori al limite del consentito, eppure ero il preferito, e per riuscirci uno deve essere brvao quasi da fare schifo, me ne rendo conto adesso. Studiavo da bravo e avevo una bravissima fidanzata che ho sposato da bravo circondato da bravi amici dopo che mi era stato offerto un posto così da bravo che non ha fatto altro che spalancarmi le porte per altri posti da bravo.

Poi abbiamo avuto dei figli con cui siamo stati bravi, abbiamo trovato casa e l’abbiamo messa a posto da bravi. Non ho fatto che girare intorno a tutta questa bravura per anni. Ho respirato bravura e a poco a poco ho perso la mia vita.

Adolescere?

La postfazione di “Doppler, vita con l’alce”, a cura di Cristina Falcinella, parla dell’adolescere, una condizione per cui si fa fatica, nell’era attuale, ad accettare di crescere. Non è la medesima lettura che potrei fare io di questo libro, specialmente poichè il protagonista è un padre di famiglia che, in teoria, ha già superato la sindrome di Peter Pan. Ciò che smuove Doppler non è la paura di dover diventare adulto, nè semplicemente di rassegnarsi a una vita comune. Piuttosto è la consapevolezza di non dover vivere necessariamente negli schemi che ci vengono imposti: l’idea di vivere in un bosco è folle, impensabile, difficile da attuare, eppure è rivoluzionaria e perchè no, praticabile. Doppler, a modo suo, vuole contribuire a mettere in luce tutte quelle crepe della società occidentale in cui la vita dell’individuo ruota attorno ai soldi, alla famiglia, al lavoro, al consumo continuo di beni e all’accumulo, così che ci dimentichiamo del tutto quale sia il senso del nostre esistere. E Erlend Loe sceglie di animare un personaggio positivo, non un reietto della società, non un escluso, ma un eroe dei tempi moderni che, ironia come compagna, va incontro a un destino per quanto ignoto, positivo e speranzoso.

Iperborea non smette di sorprendermi positivamente.

Il programma ti dice che va benissimo essere strani , purchè si sia anche norvegesi. Siamo strani e norvegesi tutti quanti. E visto che siamo tutti strani, in un certo senso è normale esserlo, quindi la conclusione è che nessuno di noi è strano. Solo norvegese.