Lettere d’amore: Da A a X di John Berger

Mi soplete,

Ti sto scrivendo. Adesso guardo le mie mani che vorrebbero toccarti e mi sembrano obsolete perché é da è da così tanto che non ti toccano.

Tua A’ida

John Berger, geniale John Berger, ci lascia un libro lirico e intenso in questo epistolario a senso unico tra A’ida e Xavier: da A a X, dall’inizio alla fine del nostro alfabeto, dalla presenza alla mancanza. Dopo una breve intro in cui Berger finge con espediente letterario di aver trovato queste lettere in un carcere ormai abbattuto, inizia la lettura immersiva di queste pagine poetiche dietro le quali si cela un universo intero.

Xavier è stato condannato a due ergastoli, motivo per cui A’ida sa che non lo vedrà mai più: inoltre, non essendosi sposati prima della cattura, non può neanche fargli visita. Ma il tempo, nelle parole di Berger, si annulla e diventa un puntino insignificante, lì dove l’amore si fa traino dell’ingiustizia, della distanza, della disperazione e della prigionia.

Mi guapo,

L’attesa di un corpo può durare quanto qualsiasi speranza. Come la mia che aspetta il tuo. Quando ti hanno condannato a due ergastoli, ho smesso di credere nel loro tempo.

A.

Ciò che affascina e al tempo stesso distrugge, in queste pagine che vanno da A a X, è la motivazione della prigionia di X, sospettato di presunto terrorismo: i due unici protagonisti di queste lettere in realtà sono degli attivisti, sicuramente in lotta contro il regime, anche se non viene specificato apertamente. Ma il fulcro della storia è proprio questo, A e X che sognano la rivoluzione, perché “i poveri sono collettivamente inafferrabili. Non sono soltanto la maggioranza del pianeta, sono dappertutto, e anche il più piccolo evento parla in qualche modo di loro. Di conseguenza l’attività dei ricchi è costruire muri: muri di cemento, di sorveglianza elettronica, sbarramenti missilistici, campi minati, frontiere armate, disinformazione mediatica, e infine il muro del denaro per separare la speculazione finanziaria dalla produzione.” A loro non sta bene, e lottano per abbattere quei muri.

Lottano, anche se questo significa perdere. Come nel caso di Xavier, che ha perso la libertà e si trova rinchiuso in celle di due metri per tre. Anche qui, come già in Modi di vedere, John Berger denuncia le condizioni disumane delle prigioni, i luoghi, per lui, dove gli uomini sognano di più.

Il cielo azzurro non è indifferente, tutt’altro. Non collabora mai con i vincitori, solo con i perseguitati. Ho lo stesso pensiero tutte le volte che metto piede in cortile. In cella, a leggere e prendere appunti. Dove c’è poco altro, le parole contano.

E ci si sente davvero in prigione, a leggere queste lettere meravigliose, ricche di speranze, di umanità. Perchè A parla del futuro, e dei progetti da fare insieme, come se davvero credesse che il tempo non esiste. E poi ci sono le lettere non spedite, quelle da non far pesare su X, sempre immaginato lì come in un animale in gabbia (è così, del resto) e sempre lontano ma presente in ogni gesto e accadimento quotidiano. “Per il resto dei miei giorni, sarò sempre tua, mi Guapo“, e noi lettori col fiato corto.

Ya nur,

Ogni notte ti metto insieme – osso dopo osso, delicatamente.

[…] L’errore più grande che si può fare è credere che l’assenza sia il nulla. La differenza tra i due è una questione di tempo. Il nulla è prima e l’assenza è dopo. 

Non è facile descrivere il modo in cui Berger scrive. Pur non dando volti e nomi agli oppressori, li designa perfettamente. Sottolineando che l’ordine delle lettere è sparso, fa intendere sempre un duplice messaggio in codice dietro ogni lettera, scatenando la nostra immaginazione che inizia a giocare con le parole e a decifrare possibili altre interpretazioni semnatiche.

E poi ci sono le intense riflessioni del prigioniero, come: “Dire la verità? Parole torturate finché non si arrendono al loro esatto opposto; Democrazia, Libertà, Progresso, quando vengono rimandate nelle loro celle, sono incoerenti. Poi ci sono altre parole, Imperialismo, Capitalismo, Schiavitù, alle quali è negato l’ingresso, che vengono ricacciate indietro a ogni posto di frontiera, e i cui documenti sono confiscati e consegnati a impostori come Globalizzazione, Libero Mercato, Ordine naturale. Soluzione: la lingua notturna dei poveri. Chi la usa riesce a dire e avere qualche verità.”

Ecco come Berger, schierandosi contro gli oppressori, parteggiando per chi ancora lotta e si sacrifica, costruisce un’opera struggente, in cui la prosa è poesia. E la generalizzazione di vicende e personaggi e luoghi, il solo abbozzo di tutto ciò che è all’esterno di questo rapporto d’amore, è in realtà molto efficace a rendere vivida ogni parola che diventa quasi tattile, una continua sinestesia: le mani, le mani di A’ida, le vediamo anche, mentre siamo in cella con Xavier.

Questa prigione non è Da nessuna parte.

Sono Marianna, scrivo cose, a caso?, per caso. Sono una (s)content creator, ho paura delle balene, ho sempre nostalgia di Parigi e mi diverto immaginando nomi da dare a un cane che ancora non ho. Ogni tanto soffro di logorrea, non ho tempo di scrivere ma mi narro storie nella testa. Vivo con personaggi che non esistono, ma non sono pazza, non troppo, giuro.
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