Chirù di Michela Murgia

Dopo il fascino di Accabadora, nulla da dire sul talento di Michela Murgia che anche stavolta sa farsi apprezzare, pur lasciando molte perplessità.

SINOSSI: Quando Eleonora e Chirù si incontrano, lui ha diciotto anni e lei quarantaquattro. Le loro vite sembrano non avere niente in comune. Eppure è con apparente naturalezza che lei diventa la sua guida, e ogni esperienza che condividono, dall’arte alla cucina, li rende più complici. Eleonora non è nuova a quel compromettente tipo di istruzione. Nel suo passato ci sono tre allievi, due dei quali hanno ora vite brillanti e grandi successi. Che ne sia stato del terzo, lei non lo racconta volentieri. Eleonora offre a Chirù ogni cosa che sa, cercando in cambio l’energia di tutte le prime volte. E’ così che salgono a galla anche i ricordi e le scorie, dall’infanzia all’ombra di un padre violento fino a un presente che è dominato dall’ansia del controllo. Chirù farà suo ogni insegnamento in modo spietato, dando a Eleonora il successo formativo più eclatante e la più dura lezione della sua vita.

 

Lo stile di scrittura della Murgia, che molti hanno già apprezzato amato nei precedenti romanzi della  scrittrice, si ritrova fin da subito.

Eppure la trama, stavolta, sembra avere qualche pecca. Ciò che non convince  è il nocciolo del rapporto tra Eleonora e Chirù: che significa mai far da mentore a dei ragazzi? Con quale presunzione? “Riconoscevo la superbia insita nel ruolo della docenza”.  Non nego che ci siano pagine di un’intelligenza brillante, ma l’intera storia si basa su un rapporto che non vede motivo d’esistere. Dei ragazzi vanno da questa donna, Eleonora, per imparare a “vivere”. Ma cosa significa? La stessa autrice / personaggio se lo domanda, ma non dà risposte sufficienti a reggere il gioco. “Mi si era affidato perchè gli mostrassi un livello imprevisto  di gestione dell’esistenza”. Cos’è allora la protagonista? Maestra di vita, filosofa, pedagoga, cosa? E soprattutto perché questa pretesa inverosimile?  Inoltre i dialoghi e i pensieri sono imbevuti di un’arroganza a volte infastidisce. “Percepii la variazione di temperatura nella sua voce e non ne fui stupita: dopotutto il ragazzo con cui stavo parlando a telefono aveva imparato da me a riconoscere le sfumature.” Eleonora cioè, snocciolando qua e là una serie di aforismi, ritiene di aver insegnato al ragazzo come comportarsi nella vita. Non si può negare la bellezza di alcuni di essi sono spesso ance forzati.

È sempre la dose che fa il veleno.

La riflessione di fondo sull’amore e sul potere è ciò che spinge maggiormente a continuare il romanzo, tra l’altro scritto egregiamente, ma lascia un senso di insoddisfazione, nonché di ingiustizia. Non è giusto perchè insegnare a essere ben inseriti nella società, a mentire pur senza essere disonesti, a vestirsi in un certo modo e riconoscere il vestiario degli altri, anche forse ad analizzare la propria vita, fanno parte di una serie di regole a cui non bisogna necessariamente conformarsi per avere successo e potere. E ancora di più, non sono quelli a renderti “qualcuno”. L’autrice lo sa ma insegna l’arte del sapersela cavare, mentre forse scontrarsi con questo conformismo, cadere e rialzarsi, fa parte di ognuno di noi ed è molto più interessante che “sapersi muovere nel mondo”.

Chi può dire cosa sia il fallimento? Perchè chiudere il successo all’interno delle colonne bigotte della società? L’autrice dà priorità al successo, alla fama, alla carriera, trascurando parecchi valori importanti..

A causa di ciò, un malessere di fondo mi ha accompagnato per tutta la lettura, disturbandomi assieme alla superbia insita dietro ogni parola. Per questo motivo non sento di avere avuto sintonia con Chirù. c

Prendo ad esempio queste citazioni: “[…] che non avesse ancora imparato che la superiorità intellettuale bisogna farsela perdonare” oppure “muovevo il culo proprio come una ragazza che torna da un appuntamento che conta.” Eleonora si accosta al ragazzo sentendo di averlo in pugno, e così va avanti il loro rapporto a metà tra quello di una maestra e di un’amante.

Nonostante ciò, ci sono degli stralci più veri e sentiti, specialmente quelle in cui la protagonista/autrice si lascia andare, abbandona quell’urgenza di doversi collocare una spanna sopra gli altri e si rivela umana e fragile. È intenso il rapporto (poco approfondito) con Nin, il suo ex allievo. Interessante anche la sagacia di alcune riflessioni poi in contrasto con quello che la protagonista vorrebbe insegnare: ad esempio che un matrimonio non ci sistema, che la famiglia non la scegliamo ma possiamo scegliere di allontanarcisi.

“Nessuno può sapere quanto rumore fa una certezza che si rompe.”

“Bisognerebbe difendersi dalle prime volte, perchè consumano la nostra capacità di evocare la meraviglia.”

Per ulteriori chiarimenti, ho letto un’intervista a Michela Murgia che diceva di aver scritto Chirù con il cancro: dunque ha scritto cose “prima del tempo”, prima di quanto si sarebbe aspettata, pensando che potesse essere il suo ultimo libro. Come a lasciare dei moniti. Questo spiegherebbe in parte perchè abbia ritenuto necessario snocciolare insegnamenti di vita che non rendono l’intera storia indimenticabile ma più che altro un esercizio di bravura: ma che fosse brava, si sapeva già.

 

 

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