Anna Bocchino, la drammaturgia

Che cos’è la scrittura teatrale?

di Anna Bocchino

Drammaturgia: la difficoltà di una definizione

Non semplice per me parlare di scrittura teatrale. Non sono una drammaturga, un’autrice, una scrittrice (ahimè, ci sono tante specificazioni da considerare in questo mondo!), ma cercherò di rispondere con semplicità a questa domanda. In che modo? Parlandovi da attrice, ovvero da un altro punto di vista, se volete, meno tecnico.

La parola “drammaturgia”, già al sentirla, spaventa un po’, ma in effetti si tratta della scrittura teatrale, per il teatro. O meglio, della scrittura per la rappresentazione teatrale… o composizione drammatica? O potremmo dire… la tecnica del componimento drammatico? No, forse meglio dire… l’arte della poetica del teatro? Ecco qua! (…vi avevo avvisato che esistono parecchie definizioni in questo mondo!)

A questo punto è meglio che non mi soffermi sul fatto che la parola drammaturgia possa essere accostata anche ad altro, perché potremmo ritrovarci infatti in situazioni realmente drammatiche (ops!), ovvero difficili. Ad esempio, potremmo parlare di “drammaturgia musicale”, “drammaturgia dell’attore”, “drammaturgia scenica”, insomma “drammaturgia dell’ogni possibile!”, e quindi per non perdere il focus proseguiamo oltre.

Il testo drammaturgico

Il “testo drammaturgico” diventa “testo teatrale” all’atto della performance in sé, attraverso il dialogo che si instaura tra l’attore e il pubblico, superando la relazione che invece si instaura tra il testo e coloro che leggono il testo. Per me, è parola agìta.

Un testo drammaturgico, a differenza di quello letterario, contiene in sé la dinamica dell’azione. E’ scritto per essere agito, vissuto, pronunciato ad alta voce. Senza queste caratteristiche perde la sua natura/potenza. E sottolineo che, quando parlo di azioni, non escludo le non – azioni. Le azioni emergono anche interiormente e possono intendersi anche come azioni emotive.

Un’altra cosa imprescindibile del testo drammaturgico è la relazione. Un testo che funziona drammaturgicamente è un testo che dà vita alle relazioni sceniche tra i personaggi (vale anche per un monologo), le relazioni anche con e tra gli oggetti, e naturalmente con il pubblico.

Quando un drammaturgo scrive, immagina per uno specifico personaggio delle parole ben precise che non potranno mai funzionare nella bocca di un altro. E soprattutto, quando scrive, ne contempla anche i silenzi.  

Infatti il linguaggio delle dramatis personae ci dice moltissimo. Ogni volta possiamo, leggendo e rileggendo, provando e riprovando, trovare continuamente informazioni e spunti. Fondamentali sono il sotto testo e le parole “degli altri” che determinano e autodeterminano la natura del singolo personaggio.

Attraverso il loro linguaggio, ci danno il permesso di entrare nel loro mondo, ci aprono le porte delle loro dinamiche interiori, dei loro tormenti.  Attraverso i respiri, le pause, i “non detti” sentiamo la loro pelle per un attimo addosso. E come se abitassimo tutti (attori, registi, spettatori) una seconda pelle. Quando accade, pure se raramente, si crea un breve attimo di sospensione dal reale che ti fa sentire ancora più vivo e ancorato alla realtà. E questo trovo sia di una potenza unica. Per me la magia del teatro si trova in questa universalità/collettività.

Quando leggi un testo letterario è come se nella testa in qualche modo risuonasse la voce unica dell’autore. Il che è molto emozionante, ti senti spettatore unico e privilegiato, la tua fantasia corre libera e senza freni. Quando si legge un testo drammaturgico, invece, accade una cosa diversa. E’ come se si ascoltassero tante voci quanti sono i personaggi – nonostante l’uniformità formale del testo in sé – e in qualche modo la lettura da più intima, più delicata, più personale diventa più impattante, più invadente, “meno educata”.  E’ come se la lettura contenesse già il “vivere” un’esperienza.

Ma in ogni caso, senza il corpo degli attori, senza il pubblico seduto in poltrona o per terra o in un piazza e senza le scene fatte di carta o di ferro, il testo drammaturgico resterà sempre e comunque un’opera sterile, incompiuta.

Un esercizio di scrittura teatrale

Potremmo continuare ancora e potremmo parlare dei tantissimi testi scritti e delle loro differenze. Di quelli più folli, di quelli insensati (almeno in apparenza), di quelli senza parole, ma preferisco lasciarvi con un piccolo invito. E una piccola confessione.

Non sono una drammaturga, come ho detto, ma un’esperienza di scrittura l’ho avuta ed è accaduta un po’ per caso. Un mio amico attore scrisse un testo da cui voleva trarne una messa in scena e mi chiese di far parte del progetto come attrice. Dopo un po’ di lavoro, di analisi e di studio, con il regista si decise di ampliarlo. Mi propose di aggiungere qualcosa, di scrivere, e io rifiutai categoricamente.

Alla fine mi feci convincere e con tutti i dubbi del caso accettai. Da qualche parte ero attratta da quell’esperimento e, data la natura appunto sperimentale del progetto, anche solo per studio, decisi di farlo.

Mi colpì un vero e proprio esercizio di scrittura che mi proposero e che ora voglio condividere con voi: attiva un cronometro – datti un tempo – poggia la penna sul foglio bianco – non alzarla mai (nemmeno se dovessi ritrovarti a scrivere sempre “casa casa casa”) – non fare correzioni – non cancellare – non tornare indietro – non aggiungere – è scaduto il tempo – alza la penna – stop. Fine.

Ne uscirà sicuramente qualcosa. Un qualcosa che consiglio di non giudicare e di rileggere sicuramente con coraggio! Questo qualcosa non dovrà essere per forza un racconto, un libro, uno spettacolo (non voglio invitare nessuno ad improvvisarsi scrittore, sia chiaro), ma sicuramente sarà un qualcosa di autentico, intenso e perché no, magari divertente.

Siamo così poco abituati a scrivere e a fermare su carta i pensieri, che ogni tanto farebbe bene. Mette in ordine le cose.

Anna Bocchino per Un Altro Teatro


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