Chahdortt Djavan e Assia Djebar

Chahdortt Djavan e Assia Djebar

Oggi vorrei scrivere di due autrici molto diverse ma che hanno in comune la lotta per i diritti degli esseri umani, e in particolare per le donne, soprattutto quelle oppresse dal regime islamista.

Assia Djebar è uno pseudonimo che sta a significare “consolazione” e “intransigente”: una contraddizione che meglio non avrebbe potuto spiegare la condizione di una donna algerina che studia il francese fin da bambina, che si trasferisce in Francia per lavoro ma che torna in Algeria durante la guerra d’indipendenza per manifestare assieme agli studenti. Si definisce una “femme en marche”, donna nomade divisa tra due paesi e testimone degli effetti della colonizzazione – e decolonizzazione. Non vuole essere definita un simbolo, eppure si dichiara contraria alle unicità figlie dell’ignoranza e dell’oppressione: un’unica religione, un’unica razza. A favore della pluralità delle culture sempre e comunque, pur essendo di religione musulmana critica ogni forma di estremismo religioso. Autrice morta nel 2016 che ha insegnato anche in Louisiana e a New York, credo meriti la dovuta attenzione.

 

L’AMORE, LA GUERRA

“Ripercorrere il passato del proprio paese, dare voce alle donne segregate, ritrovare l’orgoglio arabo contro i conquistatori stranieri: superare il silenzio di coloro che non hanno mai potuto raccontare e primo fra tutti il silenzio della scrittrice stessa che vuole narrare usando la parola dell’altro, la parola dello straniero. Così l’immagine autobiografica della bambina algerina condotta per mano dal padre alla scuola francese diventa la figura emblematica di una formazione intellettuale che permette di sfuggire alla costrizione della tradizione ma che nello stesso tempo obbliga all’uso di una lingua altra che induce al mutismo, all’impossibilità di esprimere liberamente i propri sentimenti. Tutto il romanzo si snoda così tra passato e presente, silenzio e parola, chiusura e liberazione, per rivendicare la libertà della donna e della scrittrice, per ricostruire una memoria collettiva al femminile.”

 

Per quanto riguarda invece Chahdortt Djavann, è iraniana immigrata a Parigi che tuttora si schiera apertamente contro il velo e contro l’estremismo islamico. Suo nonno fu assassinato, suo padre accusato di essere un traditore, da bambina si vede vietato lo studio della letteratura francese in favore dei quello del Corano. Per aver manifestato contro il regime, viene incarcerata per tre settimane, picchiata, e due delle sue migliori amiche vengono uccise. Decide così di fuggire, vivendo la terribile condizione di immigrata – senza denaro, senza contatti, senza conoscere la lingua. Si ritroverà poi a studiare la storia del suo paese in un’altra lingua, diventando scrittrice e antropologa. Critica aspramente il totalitarismo islamico e la barbarie religiosa che riduce le donne a oggetti, ma anche tutti coloro che fanno il gioco dell’ideologia islamica. Parla di islamofobia e di terrorismo, ma anche di prostituzione, di quello che lei definisce un “regime erotico” che attenta alla libertà di tutti noi.

 

LA MUTA

“Fatemeh ha quindici anni, e negli occhi e nel cuore si porta il ricordo della zia, uccisa sulla pubblica piazza. La sua colpa? Aver fatto l’amore con lo zio materno di Fatemeh quando era stata già promessa in sposa a un altro, un mullah. Adulterio, quindi, pur senza essere sposata. “La muta”: così veniva chiamata questa zia tanto bella quanto silenziosa, che aveva scelto il silenzio come “arte di vivere”, perché “tacere significava forse non tradire la verità”, fatta di traumi troppo dolorosi da dire. E adesso tocca a Fatemeh, la nipote fedele. Sposata a quello stesso mullah cui era stata promessa in sposa la muta, costretta a subire la violenza sessuale di un uomo che non ama e le angherie delle sue altre mogli, ha ucciso il marito e il frutto di quell’amore violento – una bambina che avrebbe a sua volta subito il destino delle donne iraniane. In carcere, dunque, mentre attende la pena atroce che ha già portato via la muta, Fatemeh scrive il racconto della sua vicenda e rievoca quella della zia. Donne sole, impotenti, ma accomunate dalla volontà di opporsi al fondamentalismo islamico.”

 

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