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Blatero ergo sum

Il bandalo della matassa

Non riesco neanche a pensare al titolo di questo articolo e infatti vedetelo così: come un finale. Non ho da un po’ l’esigenza di espletare pensieri su carta virtuale e forse soprattutto perché sto scrivendo altro, e quando non scrivo questo “altro” penso a come scriverlo e mi torturo sulla mia incapacità di avere costanza (e sostanza, quando sono più severa).

Soprattutto è la seconda volta in un anno che cambio nazione e stavolta passo dal caldo cocente sudista al gelo nordico, di palo in frasca, una frasca meno economica e più noir, atmosfera alla Broadchurch. Dalla padella di tapas alla brace di wurstel, insomma, per dire che sono stata impegnata a lanciarmi in un nuovo inizio post pandemico e il cibo resta sempre nei miei pensieri da provinciale gordita. Vorrei dirlo in tedesco ma non so dire neanche ciao, e rispondo con gracias e quanto sono fuori luogo, sempre, e quanto è stimolante esserlo, soprattutto.

Sto blaterando ed è un lusso che in effetti posso permettermi, poiché il pubblico del mio amato Punto Nemo il-punto-più-lontano-dalle-terre-emerse al momento sono io, mare del Nord, direzione sconosciuta (mi sento vagamente come la Lily de Il grande marinaio, eppure non mi sono imbarcata affatto). Un po’ nell’atmosfera dei romanzi Iperborea, un po’ con la dolente nostalgia dei giorni parigini, ho trovato l’appiglio per un nuovo inizio ancora molto lontano dalle idee che covo nell’incavo anatomico dei miei sogni, ma pur sempre una boccata di aria fredda ma pulita. Posso smettere dunque di dedicarmi alla costruzione di un prodotto fruibile e godibile e tante parole così che a me fanno pensare più a un sesso represso che a un’operazione di marketing: ero decisamente stanca di questo continuo maquillage della mia persona, di questa becera ipocrisia nel descrivermi come determinata e sicura di me: (onomatopea di una pernacchia), se uno fa comunicazione deve essere un buon venditore di se stesso, un esperto di personal branding (altra onomatopea).

Non smetterò di dire che trovo molto difficile rendere significativa la mia vita, soprattutto se essa è inserita all’interno del mercato del lavoro al quale dovrebbe adattarsi (mercato del lavoro: due banane, un paio di mutande, in cambio di una bella illusione confezionata). E anzi ultimamente trovo che mi diano significato i libri di estetica con i discorsi sul dionisiaco e sull’arte che a volte non capisco, fare i collage con Photoshop, montare una coreografia di nemmeno un otto che poi non eseguo nemmeno, e poi fare ciò immaginando mondi e universi paralleli che sono solo dentro la mia testa, condicio sine qua non imprescindibile per una come me, una Julia Roberts nel film Closer (leggasi: mai quieta e ben lontana da ogni forma di realismo).

E quindi si tira un sospiro di sollievo quando si ritorna a essere se stessi, quando la si smette di ossessionarsi componendo oggetti immateriali che si aggiungano a un ipotetico accattivante portfolio, quando si può anche leggere un libro senza l’angoscia di non essere abbastanza produttivi, neanche fossi una macchina per i marshmallow. Ma non è orribilmente capitalista la sensazione di fallimento che si prova nel godersi il tempo libero o il dolce far niente? Leggevo un articolo di psicologia spicciola che citava il risveglio degli italiani nei confronti del gusto di stare con se stessi, imparare cose nuove e saper perdere tempo. Che poi quasi tutti avevano risposto che passavano il tempo su Netflix, è un altro (triste) discorso, ma comunque: elogio al vivere senza progetto, come suggerirebbe forse il caro Bataille: “si trova soddisfazione vanitosa solo in progetto; la soddisfazione sfugge non appena si realizza, si torna presto al piano del soggetto, in tal modo si ricade nella fuga, come una bestia in una trappola senza fine; un giorno qualsiasi, si muore idioti.”

E quindi io pure muoio idiota, ma almeno per un po’ la smetto con questa ossessione di Linkedin. E ho pensato che dopo questi mesetti estivi di ritorno alla gioventù bruciata del paesello e di piani campati in aria, un articolo post-it ricordo ci sarebbe stato bene, anche se il mio cervello mi dice che è una scusa per non mettermi a studiare il tedesco (macchina dei marshmallow, e l’ho pure scritto ben due volte senza sbagliare la sequenza di lettere!)

Adesso insomma mi tocca trovare un titolo ancora prima delle conclusioni, e Dio mio santo come mi fanno stare male i finali.

Sono Marianna, scrivo cose, a caso?, per caso. Sono una (s)content creator, ho paura delle balene, ho sempre nostalgia di Parigi e mi diverto immaginando nomi da dare a un cane che ancora non ho. Ogni tanto soffro di logorrea, non ho tempo di scrivere ma mi narro storie nella testa. Vivo con personaggi che non esistono, ma non sono pazza, non troppo, giuro.

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