Benedizione di Kent Haruf

Benedizione di Kent Haruf

All’altezza delle sue recensioni, una scrittura essenziale eppure potente. Kent Haruf va letto almeno una volta nella vita.

La Trilogia della pianura è un insieme di tre libri di Holt che, tuttavia, può essere letto nell’ordine che il lettore preferisce. Io ho iniziato così, con Benedizione.

C’è un motivo se lo scrittore ha avuto e ha ancora tanto successo, anche dopo la sua recente scomparsa. Ciò che conta nei suoi romanzi non è la trama, ma la scrittura sublime che ti introduce nella cittadina di Holt.

Se ne stava seduto nella veranda davanti a casa, sorseggiando una birra e stringendo la mano della moglie. Il fatto era che stava morendo. È di questo che parlavano. Prima della fine dell’estate sarebbe morto. Entro l’inizio di settembre quel che restava di lui sarebbe stato ricoperto di terra nel cimitero tre miglia a ovest della città. Qualcuno avrebbe scolpito il suo nome su una pietra tombale e sarebbe stato come se lui non fosse mai esistito.

Il romanzo ruota attorno alla vita di Dad, che sta morendo a causa di una malattia. Gli resta soltanto un’estate da vivere, dunque ripensa agli episodi del suo passato, quelli che gli hanno lasciato più rimorsi, soprattutto,e  ripercorriamo con lui una vita onesta che non manca però di errori e sconfitte.

Interessanti tutti i personaggi che compaiono nel romanzo. Mary e Lorraine, moglie e figlia di Dad, la seconda stravolta dalla perdita della figlia sedicenne. Il reverendo Lyle, aggredito e sbeffeggiato solo perchè ha detto la sua e ha avuto il coraggio di dire che la guerra è sbagliata. Il rapporto con suo figlio, così difficile proprio come quello che ha Dad con Frank. Frank che a causa del padre è andato via, con la sola colpa di essere omosessuale. Le Johnson, così solide e unite. La piccola Alice, che ha perso la madre e abita con la nonna, e viene coccolata da tutti.

A poco servirebbe descrivere le loro vicende, però. Ci pensa la scrittura di Haruf che lascia che siano i dialoghi a parlare. Di primo impatto sembra uno stile semplice, asciutto, invece ci si accorge durante la lettura che ha la magia di imprimere nel lettore ogni emozione. Eppure non c’è mai dramma, mai pathos, solo lo scorrere della vita così com’è. È questa la grandezza dello scrittore: narrare con semplicità cogliendo quanto c’è di più impercettibile sulla vita.

Ecco perché sono crollato. Era la mia vita quella che stavo vedendo. Quel piccolo contatto tra me e un’altra persona, una mattina d’estate, dietro il bancone. Scambiare due parole. Tutto qui. E non era niente.

Haruf parla di eventi drammatici della vita umana, come la separazione, la morte, il disincanto, la vecchiaia, la fine, con una naturalezza che fa comprendere al lettore che in fondo la vita è esattamente così. È così che succede, non a uno soltanto ma a tutti noi, esseri umani. Amiamo e invecchiamo, nel percorso perdiamo e a volte vinciamo. E qualche volta passiamo il resto della nostra vita a rimpiangere qualcosa, o qualcuno. Haruf non dà giudizi, racconta solo. Anche se, a volte, tutta la malinconia insita nella vita viene fuori più chiaramente.

Dopo un po’ dimentichi. Inizi a fare caso ai tuoi acciacchi e ai tuoi mali. Pensi a una protesi all’anca. La vista si indebolisce. Inizi a pensare alla morte. La vita si fa più limitata. Smetti di preoccuparti del mese che viene. Speri di non tirare avanti troppo a lungo.

La descrizione della provincia, lenta, quasi immobile, dove ognuno conosce l’altro, è sublime. Lo si accetta e basta, e dietro ciò si nasconde bigottismo e ignoranza, fede religiosa e contraddizioni. Potrebbe essere una cittadina qualunque, non soltanto una del Colorado, e i personaggi potrebbero essere i nostri vicini e amici.

Leggete Haruf, e continuerò a farlo anche io. La certezza è che in ogni suo romanzo egli descriva con la stessa grazia e la stessa potenza ogni personaggio e ogni storia.

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