Le città post-pandemia: Barcellona

Le città post-pandemia: Barcellona

Sono convinta che la pandemia abbia cambiato il volto delle città. Non dal punto di vista architettonico, stilistico e banalmente “visibile”: parlo del flusso, delle dinamiche che le muovono, delle persone che la popolano e la vivono.

Erano passati quattro anni da quel lontanissimo 2017 che ha racchiuso il “periodo spagnolo” della mia vita: l’idea di tornare a Barcellona era emozionante tanto quanto spaventosa. Non sapevo davvero cosa potermi aspettare dopo tanto tempo e una pandemia di mezzo; i miei amici mi descrivevano una città cambiata, svuotata dal turismo massivo che la rendeva quasi insopportabile d’estate, senza la movida e i locali che sono il cuore vivo della città più ambita di Spagna.

Nei mesi precedenti, la maggioranza dei miei amici catalani e spagnoli era fuggito nei paesini limitrofi o era rientrato a casa: dai loro racconti la pandemia aveva reso invivibile il centro della città, i mini-appartamenti condivisi senza molti spazi d’aria e luce e la mancanza di eventi di socialità.

Ad aumentare la mia ansia pre-partenza c’era, quindi, la delusione di trovarmi in una città che non riconoscevo più, senza le sensazioni che mi aveva lasciato dentro e che mi aspettavo di rivivere. Con aggravante di coprifuoco e restrizioni reintrodotte proprio in quella settimana, la solita fortuna.

Cosa è davvero cambiato?

In realtà la sorpresa è stata quella di ritrovare una città molto viva e dinamica nonostante le restrizioni; una situazione completamente differente da quella che ho vissuto a Lisbona e che vi ho descritto qualche mese fa.

Questo è ovviamente dovuto alle diverse regolamentazioni governative e territoriali, certo, ma a due settimane di distanza tra un viaggio e l’altro – in due paesi tra l’altro limitrofi – la percezione è stata completamente diversa.

Sicuramente la città è cambiata nei suoi ritmi: la metro è poco affollata e per la Rambla si passeggia tranquillamente; sulla spiaggia della Barceloneta è finalmente possibile trovare un posticino per stendere l’asciugamano e prendere un po’ di sole rispetto a qualche anno fa, quando i turisti la affollavano per almeno 4 mesi d’estate.

Ahimè, non ho avuto modo di visitare alcuni posti della mia top 10 (di solito mi piace averne una per ogni città preferita): il Bunkers del Carmel per godere di una vista panoramica della città, il Jardin de l’horta con il suo meraviglioso labirinto geometrico, la montagna del Tibidabo e tanti altri posti del cuore chiusi al pubblico e momentaneamente inaccessibili.

Ma viaggiare ai tempi della pandemia è anche questo: bisogna essere pronti alle “delusioni” dovute a chiusure temporanee e a una situazione in continuo mutamento, che non ti permettono di godere della città e delle sue meraviglie appieno e soprattutto, ripercorrendo una città conosciuta e in cui hai vissuto, di fare tutto quello che si poteva fare “una volta”.

Questo non mi ha affatto impedito di rivivere la mia città, di rimanere nuovamente incantata dalle meraviglie architettoniche del Modernismo catalano di Gaudì, dal profumo di paella e mariscos per le strade, per il tramonto a Bogatell bevendo una Estrella e per la gioia di rivedere amici, ex colleghi e coinquilini che mi hanno accolta calorosamente.

Cerveza a Barcellona

Trasferirsi a Barcellona durante la pandemia

Quanto può essere difficile in questo periodo trasferirsi in un nuovo paese e in una nuova città?

Prendiamo l’esempio di Alessandra, 29 anni e un sogno nel cassetto: lavorare come script supervisor nel mondo del cinema. Nel 2020 lascia il suo ruolo da developer in un’azienda a Bologna per trasferirsi a Barcellona e frequentare la rinomata Escuela de Cine.

Parte in piena pandemia, nel settembre del 2020, in una situazione di incertezza globale e piena di dubbi sul futuro.

La pandemia ha reso questa esperienza una sfida ancora maggiore: l’ostacolo linguistico iniziale, il trasferimento coinciso con la nuova ondata dell’ottobre 2020 e le successive chiusure hanno reso quasi impossibile ambientarsi a Barcellona e socializzare. Di certo le occasioni di incontro al di fuori della scuola sono pochissime, ancora di più se si lavora da smartworker da casa, come nel caso del suo compagno.

Vivere quasi un anno in una città che non si conosce, di cui sai poco e che avresti invece voglia di scoprire. Alessandra è orgogliosa della sua scelta e del suo percorso, è felice nonostante riconosca che la pandemia abbia limitato le sue potenzialità di ricrearsi un ambiente familiare in una città nuova.

Molti come lei hanno vissuto la stessa esperienza a cavallo tra 2019 e 2020 e hanno percepito il drastico cambio di tono che il trasferirsi all’estero e vivere una nuova esperienza può significare oggi.

Anche in città come Barcellona, piene di multiculturalità e favorevoli alla socialità e alle realtà collettive, la pandemia ha reso difficile ambientarsi e crearsi una propria rete.

Ma quindi, Barcellona ha un nuovo volto?

Per me no.

Ho trovato lo stesso spirito fresco, vivo, pieno di stimoli di sempre: sono cambiate le condizioni e le modalità, ma trovo ancora possibile godere appieno della città e delle sue mille sfaccettature.

E voi, cosa ne pensate? Non siete ancora tornati nelle vostre città del cuore in pandemia? Mi piacerebbe iniziare ad ascoltare anche i vostri racconti di viaggio, coraggio!

 

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