Atti osceni in luogo privato di Marco Missiroli

Un romanzo ambivalente con un grande potenziale, e che sa farsi amare.

Il viaggio in prima persona di Libero inizia con tentennamenti, un inizio alla scoperta di sè e del proprio sesso. Se credete che parli soltanto di sesso vi sbagliate, anzi sembra un pretesto (provocatorio) per aprire la storia.

Viene da dire che Missiroli ha giocato su un campo facile, come personaggi e ambientazione, eppure sa farsi apprezzare.

Parigi ruba il cuore, naturalmente. La sensazione di estraneità di Libero, l’italiano a Parigi, può essere facilmente compresa dai 350 mila italiani che risiedono lì al momento, ma forse anche da chi ci è stato solo in vacanza. La delicatezza con cui Missiroli descrive il rapporto tra madre e padre, tra madre e amante, tra figlio e padre, è toccante. Godibile il rapporto tra Marie e Libero, i consigli sui libri che sono assolutamente fondamentali anche nella vicenda. E i film, l’importanza dell’arte che trasuda in ogni riga.

Atti osceni in luogo privato si colloca a metà tra l’arroganza dell’autore nell’esibire la sua cultura (nominando autori e opere altrui) e tra il romanzo di formazione. Dolce la descrizione del primo amore, che si sofferma però molto sul sesso, sulla prima volta, sui desideri erotici, anzi, col primo amore Lunette e la maturazione di Libero c’è una crescita anche del romanzo. Interessante, particolare, non banale.

Ci tenemmo lì per la prima volta e avvertii la paura che le succedesse qualcosa, che la mia felicità fosse la sua, e anche i dolori e le apprensioni e la possibilità di qualcosa di buono. Non ero più vulnerabile per me stesso, ero fragile per noi. Passai dalla prima persona singolare a quella plurale. Intuii, in quell’abbraccio furtivo,  che avrei potuto prendere le ferite di un altro essere umano e tentare di ripararle, e che io stesso avrei potuto affidare le mie.

Poi c’è Milano, e la lettura tentenna un po’. Poco chiaro il legame con Mario e Lorenzo, gli amici di sempre che non hanno davvero voce e carattere. Poco messa a fuoco la figura di Giorgio, un grillo parlante. E da Milano ancora a Parigi, una storia insulsa con Frida, che rappresenta però la rinascita dopo il dolore della perdita del primo amore. E poi?

Libero conosce Anna quando mancano ancora molte pagine alla fine. Una fine frettolosa, non perchè lo sia davvero, ma perchè è come se l’autore avesse voluto mettere i puntini sulle i. L’amore maturo non può segnare la fine dell’inquietudine. L’amore è una lotta continua, alti e bassi, sconfitte, qui sembra che tutto si calmi solo quando si trova qualcuno da amare. E tanto meno la nascita di un figlio può dirsi un traguardo finito, come Missiroli lascia a intendere. Un romanzo così avrebbe meritato un finale aperto. Non può bastare l’innamoramento come epilogo, neanche come compiutezza nel sentirsi essere sessuale, d’un tratto Libero ha tutti gli stimoli di cui ha bisogno – perchè ama? No, la vita reale è raramente così.

Libero diventa un insegnante, si appaga del suo mestiere, si appaga con la sua donna e con un figlio. Ed ecco che fine banalizza la storia, pur senza rovinarla.

Non si grida al capolavoro, ma qualcosa lo lascia dentro il lettore.