Anatomia di una casa

L’anatomia di una casa non si descrive, si scopre. Si attraversa, direi, con tutti i sensi. E poi cambia, costantemente, e non si riesce a sintetizzare lo spazio tra pareti, soprattutto quando casa diventa passato e quando si ha un nuovo soffitto da contemplare. Penso all’ossatura che è solo apparenza, mentre sono i dettagli infimi a cui adattarsi che te la fanno comprendere. Ci si può curare a vicenda, se lo si vuole. Come tra uomini.

Sono cresciuta in una casa enorme per chiunque, dove potevo fingere che ogni stanza fosse solo per me, dove ogni spazio aspettava solo di farsi abitare da uno di noi. Il salone notturno era un mostro gigante da cui nascondersi, anche a vent’anni scappavo da lui, le scale di corsa, convinta mi inseguissero. Sapevo che la vista mare fosse impagabile, pur avendo vissuto lì come una provinciale in trappola che detesta le sue origini. Ora ci torno come una fuggitiva che trova pace, più che comfort.

La casa in cui mi trovo adesso non è casa, non ancora, almeno. Siamo in fase di diffidenza, non ci piacciamo. Non so se ci piaceremo mai, io e lei. Un po’ quando si incontra un essere umano fastidioso, uno di quelli che crede di sapere tutto e parla per slogan. No, peggio, uno di quelli là che apprezzano i libri su “come fatturare per vivere ricchi e felici”. Ecco, la casa in cui sono ora è così, ottusa e arrogante, proviamo a comunicare ma non ci intendiamo. Quando rincaso mi sento afflitta, e poco importa se abitarla mi è comodo, ogni angolo è ostacolo. Un dispetto.

La mancanza del forno si fa sentire, e anche quella di luce. Vorrei vivere in una casa per lucertole, questa è per pipistrelli. Mi fa sentire un pipistrello, cieco e sinistro, e ogni mobile mi irretisce. Perfino le finestre, o soprattutto quelle. E quel rumore esterno che allontana in un colpo solo ogni tipo di intimità? Ecco, la casa in cui vivo adesso è come uno di quei coinquilini che dopo il primo giorno, non comprendendo la necessità di instaurare familiarità, invita ospiti a cena ogni giorno. Questa casa fa entrare ogni esternalità estranea ai suoi inquilini, e io non mi concedo a lei.

Spazi abitati

A Parigi vivevo in una casa calda, e questo è già tutto, è già tanto. Non battevo i denti ogni volta che dovevo cambiare una maglietta, amen. Avevo un divano letto con al centro una spaccatura, o così la chiamavo, e ci dormivo letteralmente dentro, coricata di lato. Come porta avevo una tenda, garante di una privacy inesistente, e come armadio una scrivania. Però l’avevo sentita subito come casa, anzi di più, forse più di sempre. Perché mi permetteva di essere esattamente dove volevo stare, e perché mi aiutava a guarire. C’erano le scale a chiocciola e tutti a turno abbiamo rischiato di cadere, almeno una volta. E c’era uno specchio, almeno allora.

La seconda volta a Parigi avevo una casa meravigliosa, di cui una stanza normale e mediamente fredda. Senza serratura, ma con un armadio. E una finestra che dava sul cortile. L’unica cosa bizzarra era dover condividere gli spazi con un personaggio sopra le righe. La cosa più confortevole di questa casa era la doccia, magnificamente grande, piena di funzionalità, bollente. E poi allora avevo perfino il frullatore, allora non avevo bisogno di portarmelo dietro come una reliquia. Adesso sì, adesso è in ogni valigia. La lavastoviglie, poi, era un privilegio perfino immeritato.

La mia casa a Bologna era una condanna. Buia e fredda, con la carta da parati ai muri. Non bastavano le coperte, e neanche i calzini. Di armadi neanche a parlarne, però una credenza ne prendeva le veci. Nessuno specchio, nemmeno uno. Il cuore della casa era la cucina, con quel meraviglioso forno fonte di calore e cene pessime ma veloci. Tutto l’arredo, poi, era vecchio, e tutto sporco, e tutto pronto a cedere. Come quel finto aspirapolvere che lottava invano contro i cumuli. La polvere era la regina indiscussa di una casa impossibile da gestire, e in cui il mio disordine ha trovato un ospite perfetto. Anche lì, un letto sfondato non propriamente adatto alle ernie, ma grande abbastanza da contenere la mia infelicità serale, di ritorno da lavoro.

Paese che vai, casa che trovi

Odissea, cercare casa è un’odissea quasi sempre, a meno che non si vada a vivere in una villetta nella campagna della provincia di una penisola sperduta. Viva la globalizzazione. Tra il terrore di pagare più di quanto sia sostenibile, e quello di beccarsi coinquilini nefasti, “ricerca casa” significa quasi sempre, in qualunque paese, una discesa lenta negli inferi. E l’ho fatta rosea. Dio non voglia che ci sia bisogno di misurarsi con i colloqui di selezione: ho collezionato momenti drammatici e esilaranti tutti nella stessa settimana, storie che potrei raccontare ai posteri.

Ogni città ha il suo modo di conformare le architetture, come il restringimento di spazi parigino, dove ho visto tubi doccia accanto al letto, o i riscaldamenti anni Venti, come a Bologna. Chi lo sa quanti senzatetto sognano una casa, una notte d’inverno. Forse questo li accomuna. come accomuna il desiderio di ogni inquilino del mondo di conformare lo spazio circostante a sé. Appendendo foto o comprando un cesto per la biancheria sporca a forma di fungo. Che paura, le case curate fino all’ultimo particolare. Che paura, le case asettiche.

Ci sono paesi in cui stare a casa è obbligatorio, per il coprifuoco; e poi ci sono paesi in cui casa vuol dire fango. In altri ancora, le case si alzano nell’unico posto rimasto per costruire – il cielo – e si finisce per vivere al quarantatreesimo piano, si spera con ascensore.

Paese che vai, casa che trovi.

Che poi mentre scrivevo ha iniziato a piovere, e ho notato che in questa casa il rumore della pioggia si sente ovunque, una nave in tempesta. Pare ironico che sia la prima volta che scopro una cosa qui dentro che mi piace. Potrebbe essere lo spiraglio di una lenta apertura vicendevole, ma si fa presto a dirlo: è transitorio, il nostro abitare odierno è così transitorio che perfino curare ciò che ci circonda nel privato diventa un pericoloso attaccamento, che ci lascerà quasi per certo con un vuoto allargato e qualche scatolo sempre meno pieno.

Sono Marianna, scrivo cose, a caso?, per caso. Sono una (s)content creator, ho paura delle balene, ho sempre nostalgia di Parigi e mi diverto immaginando nomi da dare a un cane che ancora non ho. Ogni tanto soffro di logorrea, non ho tempo di scrivere ma mi narro storie nella testa. Vivo con personaggi che non esistono, ma non sono pazza, non troppo, giuro.
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