amica geniale serie

Storie di donne geniali

Mi ricordo con estrema accuratezza ogni dettaglio di quella figura che io definivo con mistica importanza migliore amica, quando solevo ancora etichettare i legami e le relazioni con grande solennità. Ogni ragazza che impara ad essere di genere femmina ha una migliore amica, un doppio, un fastidioso ed emblematico doppio, e il merito della serie L’amica geniale è di portare sulle schermo la complicata interdipendenza di due bambine, ragazze, donne, che crescono insieme.

Lina e Lenù, due personalità, due storie, un legame intricato, forte, splendente, che finora la serie è stata in grado di mettere in luce nelle sue crepe, nei suoi punti più fragili. Ma perché ci rispecchiamo nel rapporto delle due protagoniste?

L’amica come doppio

L’entusiasmo infantile del trovare una compagna di confidenze è ineguagliabile, da principio, e la condivisione si muove su un territorio di pace. Due bambine che diventano amiche si sentono estremamente preziose l’una per l’altra, custodi di importanti segreti.

Con l’adolescenza, inizia il duro confronto, soprattutto con il proprio corpo che si deforma, e allora la figura della migliore amica è una sorta di specchio al contrario: all’apparenza un sostegno contro la solitudine, spesso un compagno di avventure, ma anche un campo minato. Le insicurezze e le gelosie e le paure più grandi, sono tutte negli occhi del doppio, Lenù guarda Lila e Lila guarda Lenù, e le differenze segnano i loro volti e la loro identità. Una identità che si forgia grazie a e con l’altra.

É lo stesso confronto che avviene fin dalla giovane età con la madre. Con la migliore amica si è un po’ madre l’una dell’altra, senza imposizioni, con la complicità da cui gli adulti sono esclusi, con una comprensione e una confidenza che con la madre non si può, per forza di cose, avere. Ma anche con severità di giudizio, con il bisogno impellente di indipendenza, di distinguersi, di affermarsi.

Comprendersi attraverso il dolore del distacco, perdere per sentire, così arriva il momento in cui l’esclusività di un rapporto spesso morboso, estremamente delicato, s’interrompe, bruscamente o lentamente che sia. Come il parto, di ineguagliabile dolore, è necessario per la vita, il distacco dalla migliore amica è inevitabile: solo tagliando il cordone e nascendo nuovamente, la femmina costruisce la sua identità di donna.

Talvolta può sembrare che sia l’avvento e l’intrusione del genere maschile, a cambiare le carte in tavola – come pare stia accadendo nel caso di Nino Sarratore ne L’amica geniale. In realtà, è la sessualità a fare capolino, insieme con le scelte di vita che cozzano, divergono, si inerpicano su mondi a volte troppo distanti.

Lila non ha mai avuto le opportunità di Lenù, e in una Napoli autentica, tanto veritiera nel suo passato da far rabbrividire, il rapporto tra le due migliori amiche va a sbalzi, in momenti di occultata sofferenza e mancata onestà, o in altri di sincero affetto. Perché il doppio, da cui la femmina tenta di separarsi, ferisce e intenerisce: è figlia, è donna, forse madre. Come noi. E come noi, limitata, oppressa, schiacciata.

Uomini che mangiano donne

Sono molte le scene di questa stagione de L’amica geniale che sono uno schiaffo sul viso. La condizione delle donne è talmente soffocante, svilente, che non si può non soffrire con quei personaggi femminili che, nonostante il cappio al collo, lottano per preservare la propria umanità.

Tre sono le scene a mio avviso maggiormente d’impatto.

La prima notte di nozze di Lila, in cui ogni sogno d’amore viene spazzato via dalla violenza. La verginità le viene portata via in modo brutale, e si vede l’innocenza perduta volare via da uno sguardo spento, morto, in capo a un corpo stuprato. La violenza diventerà la sua quotidianità, la norma, la regola, legge spietata.

La seconda è la storia secondaria di Pinuccia, incinta, che in vacanza ad Ischia scopre cosa vuol dire avere degli amici, divertirsi e innamorarsi. Ha così paura di questa libertà, e dei suoi sentimenti, che scappa di nuovo nella sua prigione, una casa da gestire che odia, un marito che non ama. Avuto il bambino, la sua sarà una vita di pura infelicità. Per il neonato prova una pura avversione, condannata com’è a una vita di reclusione e accudimento.

Infine, il rifiuto di avere bambini che ha Lila, perchè lei non vuole diventare come tutte le donne del rione, si traduce in una sequenza di immagini toccanti (episodio 2, minuto 34), con la voce narrante che spiega che le donne, una volta sposate e con figli, finiscono per inglobare la bruttezza degli uomini al loro fianco. Lenù si guarda intorno e la scena è delle più commoventi che abbia visto: donne che inseguono bambini, urlando, donne trascurate, prive di grazia, prive di gioia. Donne piegate, sottomesse.

Non voleva diventare come le nostre madri, e vicine di casa, e parenti. Parevano aver perso i connotati femminili, erano state mangiate dal corpo dei mariti, dei padri, dei fratelli a cui finivano per assomigliare. Cominciava con le gravidanze questa trasformazione, con il lavoro domestico, con le mazzate…

Per quanto sullo sfondo di una città complicata come Napoli, la narrazione de L’amica geniale, che affronta anche il rapporto tra classi dipingendo a tinte scure la condizione di povertà e cosa essa implichi, è donna. Donna in cui ognuno di noi può e dovrebbe riconoscersi, uomini inclusi.

Sono Marianna, scrivo cose, a caso?, per caso. Sono una (s)content creator, ho paura delle balene, ho sempre nostalgia di Parigi e mi diverto immaginando nomi da dare a un cane che ancora non ho. Ogni tanto soffro di logorrea, non ho tempo di scrivere ma mi narro storie nella testa. Vivo con personaggi che non esistono, ma non sono pazza, non troppo, giuro.
Articolo creato 211

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