Accadimenti nell’irrealtà immediata di Max Blecher

Chi è lo scrittore rumeno Max Blecher, autore di un così denso e intenso testo a metà tra diario, opera narrativa e opera intimamente filosofica? Uno scrittore, purtroppo sfortunato, a cui venne diagnosticata una terribile malattia a soli 18 anni. I sogni di studiare medicina finirono così ben presto, tanto che fu costretto a letto per il resto della sua breve vita, finita a soli 28 anni. Nonostante gli impedimenti fisici e la grande sofferenza, a mente lucida continuò a scrivere e si tenne in contatto con altri grandi letterati, giungendo a noi con Accadimenti nell’irrealtà immediata, scritto nel 1936 e pubblicato grazie a Keller Editore solo negli ultimi anni in Italia.

La mini biografia dell’autore serve, in questo caso, a comprendere quello che è un un sordo tentativo di affidarsi alla letteratura senza che essa assuma quel ruolo salvifico ricercato (o sperato) da Blecher. Questa, almeno, è la mia lettura di Accadimenti nell’irrealtà immediata, titolo che si chiarisce soltanto poi.

Questo romanzo è la descrizione in prima persona di una visione immaginifica del mondo che si esplica in quelle che il protagonista identifica con “crisi”, momenti di estraneità al limite con la schizofrenia. La percezione del soggetto, a partire dalla materialità degli oggetti, diventa irreale e quasi nauseabonda, per dirlo alla Sartre.

Solo in quest’improvvisa scomparsa di indentità ritrovo le mie cadute negli spazi maledetti di un tempo e solo nei momenti di immediata lucidità, che si succedono al ritorno in superficie, il mondo mi appare in quell’insolita atmosfera di inutilità e desuetudine, che si formava attorno a me quando le mi allucinanti trance finivano per abbattermi.

L’incompiuta immaginazione

Potrebbe sembrare, per una metà del libro, che si stiano raccontando le disavventure di un adolescente alle prese con la scoperta della sessualità, degli altri, di sè. Ero confusa. Non capivo esattamente dove Blecher volesse arrivare passando da una profonda descrizione del sè percipiente al narrare fatti anche poco coerenti tra loro, inserendo un flusso di coscienza nella descrizione della quotidianità di un ragazzino. E invece alla fine il senso delle parole tarda ad arrivare, ma arriva.

Le persone non sarebbero più state state escrescenze multicolori, piene di organi complicati e putrescibili, bensì dei puri vuoti, fluttuanti, come delle bolle d’aria nell’acqua, nella materia calda e molle dell’universo pieno. […] io esistevo solo come un semplice vuoto che si posta di qua e di là senza senso.

Dalla disperazione del protagonista, errante e confuso, fuoriesce quella che è in realtà la fuga di un Blecher impossibilitato nel trovare conforto nella semplice e pura immaginazione: il suo personaggio è lui stesso, che tenta di fuggire da un corpo malato – condannato; eppure, neanche la scrittura riesce a fungere da via di uscita. Così Blecher tenta di costruire una bolla narrativa dalla quale entra ed esce, senza sottrarsi da quella è che è, appunto, la sua realtà immediata che si fa irreale frazie al pensiero: finzione incompleta, tutto ciò che accade dentro la testa dell’autore è irrealizzato e irrealizzabile, e la disperazione sta nel non riuscire a compiere gli eventi immaginati neanche nella sua immaginazione. Ripiomba alla realtà.

Ecco allora che gli oggetti – e il rapporto con essi – assumono nuovo senso e sembrano diventare ancore di passaggio tra reale e immaginario, le porte tra due mondi, l’uno che si vorrebbe rifiutare e l’altro che non riesce a imporsi sul primo. Ed ecco perchè Accadimenti nell’irrealtà immediata mi ha dato l’impressione di un grido inascoltato, strozzato. Non c’è soltanto la morbosa attenzione a una realtà sensibile interpretabile e disonesta per quanto incomprensibile, ma anche l’illusione di poter creare un mondo-rifugio, nel quale Blecher non trova alcun conforto e in cui anzi, riscopre il suo senso di vuoto e inutilità, trafiggendo noi lettori.

L’inutilità riempì la cavità del mondo come un liquido che si fosse sparso in tutte le direzioni, mentre il cielo sopra di me, assurdo e indefinito, acquisì il colore specifico della disperazione. In questa inutilità che mi circonda e sotto questo cielo eternamente maledetto passeggio ancora.