Interviste

A tavola col nemico

Mi ha scritto un amico, chiedendomi di scrivere un articolo, un’intervista, perché i disturbi alimentari esistono e se ne deve parlare. Così, diretto e onesto. Ci ho riflettuto sì e no per un secondo, perché conosco così tante persone che, anche in modo occulto e non ammesso, ne soffrono, che non ho potuto non dare credito al mio amico, che ha preferito restare anonimo. Difficile ammetterlo, difficile parlarne, soprattutto se si è uomini. Forse anche di più.

Questo è il risultato della nostra chiacchierata telematica.

Domanda diretta che va dritto al punto: cosa rappresenta il cibo per te? A cosa ti fa pensare di primo acchito? Ti dico cosa è sempre stato per me: senso di colpa. Ho imparato molto presto ad associare il grande piacere del cibo, che avrei consumato in quantità esorbitanti tale il mio gusto nel mangiare, ad un fortissimo senso di colpa prima, durante e dopo l’atto. Vale anche per te?

Per me il cibo rappresenta una sofferenza, un dolore. Per me il cibo significa ‘essere inappropriati’. Per me il cibo è un allontanarmi da me stesso, un mettere a tacere. Per me il cibo è tristezza e rabbia nei miei confronti.

Che cosa significa per te avere disturbi alimentari? Quanto condiziona non solo la tua quotidianità, ma anche le tue relazioni?

Per me avere dei disturbi alimentari ha significato e significa tuttora un problema serio, una condizione di disagio. Per me significa dover fare i conti continuamente con una persona che odio che però il destino ha deciso sarà la tua migliore amica. Mi condiziona la mia vita più di quanto vorrei e le mie relazioni subiscono prepotentemente la mia situazione, anche semplicemente nel non sentirsi compresi come si spera.

Quanto è difficile ammetterlo a se stessi? E agli altri?

Penso sia la cosa più difficile di tutto il percorso, significa smettere di mentire a se stessi e riconoscere di avere un problema e aver bisogno di aiuto. Ammetterlo agli altri è stato il passo successivo, che nel mio caso è stato meno difficile.

Siamo abituati ad associare all’uomo una figura muscolosa e atletica, quasi fosse compito della sola donna curarsi della propria vanità e dell’estetica. Chiaramente non è così ed è un peso sulle spalle delle donne, dieta trucco e parrucco, e anche un tabù, a questo punto, per gli uomini. Credi che l’essere uomo aumenti il senso di inadeguatezza verso il tuo corpo? Che ti ostacoli maggiormente nel parlare dei tuoi problemi alimentari?

Io noto sempre con grande stupore che sembra che patologie come queste siano cose non associabili a noi maschi. Questo ha creato in noi in maniera radicata un ancor più difficoltà nel parlarne. Poi nostro malgrado siamo figli di una società machiste che nutre solo insicurezze.

A volte ci si guarda indietro incapaci di capire dove tutto sia iniziato, altre volte pare esista una linea di demarcazione netta (la immagino rossa) dove tutto sembra aver imboccato una inaspettata deviazione. Credi di poter rintracciare il momento in cui hai iniziato a vederti come un nemico? (Perdonami l’espressione e dimmi se sei d’accordo: rigettare il cibo è un po’ come odiarsi).

Concordo pienamente con la tua affermazione. Credo sia giusto chi definisce il disturbo alimentare come malattia dell’amore. Oggi con la consapevolezza che non è l’appetito che va curato. All’esordio troviamo sempre una ferita. E questa ferita riguarda sopratutto le relazioni primarie. In sintesi, non so davvero dirti un punto di inizio. Ma tante piccole fratture nelle relazioni anno dopo anno da che sei nato che creano una voragine.

Cosa dici a te stesso guardandoti allo specchio? Che cosa si nasconde dietro la tua figura allo specchio? Credi che con un altro involucro ti ameresti di più? Quanto conta l’amore per se stessi in questi casi?

Oggi dico a me stesso perdonati di più e sopratutto abbi cura di te. Ovviamente vado a giorni, il mio umore è altalenante, sopratutto nei miei confronti. Sicuro provo molta tenerezza per me. Dietro la mia figura allo specchio si nasconde la sensazione di non sentirsi mai abbastanza, credo. Non credo che con un altro involucro mi amerei di più, è tutto gestito dalla testa. La ricostruzione dell’amor proprio è uno dei punti fondamentali del percorso di ricostruzione di se stesso.

Da ballerina giudicata quotidianamente per il proprio peso, ho conosciuto tante persone come me che si privavano di ogni piacere gastronomico. Conosco persone che prima di colazione si allenavano per bruciare più grassi, conosco persone che ingerivano solo liquidi e lassativi, gente che rosicchiava sedano per pranzo e via dicendo. Sicuramente le figure dello spettacolo subiscono quella che a me pare una violenza attraverso il giudizio del corpo, ma vorrei chiederti come, a prescindere dalla professione che si svolge, il nostro ruolo della società dell’apparenza influisce nel nostro rapporto col cibo. Vogliamo avere un certo corpo perché ci chiedono di averlo?

Ti sta parlando una persona che era arrivata a mangiare solo un minestrone frullato a settimana (perché avevo paura delle cose solide) ed una persona che è arrivata a pesare quarantuno essendo alto per un metro e settanta di altezza. Io do una parte di responsabilità sicuramente ad una società malata che ti desidera diverso da quello che sei, una società che ti desidera sempre al meglio, impeccabile e con dei canoni malati. Viviamo degli anni violenti e invadenti, ma credo che tutto dipenda molto da noi. Sicuramente gli agenti esterni contribuiscono, però non sono i totali responsabili.

Come, secondo te, entra in gioco la nozione di controllo?

Nel mio caso in maniera totale: il cibo per me in primis significava non farmi sentire, non perdere il controllo. Io abbassavo il volume di un emozione. Controllare è uno dei fattori determinanti della patologia.

Cosa diresti ad altre persone che stanno attraversando questo momento difficile, in particolare ad altri uomini?

Questa forse è la domanda più difficile… Gli direi di farsi aiutare.
Gli dire: non avere paura. Domani sorgerà nuovamente il sole, sarà un percorso duro e difficile, non abbatterti mai, domani è sempre un nuovo inizio. Sei più forte di quello che credi!

Ho ricevuto il tuo messaggio per creare insieme questa intervista: potresti spiegare perché hai sentito questa esigenza?

L’altra mattina ero per motivi lavorativi di passaggio nei pressi di piazza Municipio (Napoli). Mentre prendevo un caffè, ho visto un ragazzino tutto solo il lacrime, ed era chiaro fosse successo qualcosa. L’ho guardato, scrutato. Non gli ho chiesto niente, non ne ho avuto il coraggio. Tornato a casa pensavo e ripensavo a quel ragazzo, ai suoi occhi umidi. Ecco, ho sentito l’esigenza di raccontare la mia storia. Mi sono rivisto nella solitudine di quel ragazzo. Mio caro piccolo uomo, spero che in qualche modo ti arrivi la mia storia, è una storia qualunque ma che ti può aiutare. Ti prego piccolo uomo, non fare gli stessi sbagli che ho fatto io, fanne altri, fanne di tuoi. Non fare gli stessi miei, quelli lasciali a me, li ho già fatti io basta e avanza.
Lo so ci si può sentire molto soli. Ma tu sei più forte di questa solitudine.

Numero Verde S.O.S. Disturbi Alimentari – 800 180969. 

Sono Marianna, scrivo cose, a caso?, per caso. Sono una (s)content creator, ho paura delle balene, ho sempre nostalgia di Parigi e mi diverto immaginando nomi da dare a un cane che ancora non ho. Ogni tanto soffro di logorrea, non ho tempo di scrivere ma mi narro storie nella testa. Vivo con personaggi che non esistono, ma non sono pazza, non troppo, giuro.

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