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Brevemente risplendiamo sulla terra…

e L’istante Largo: i libri di marzo

Cari amici e care amiche, eccomi di nuovo nella strenua lotta contro il tempo a cercare di legare, con un cordoncino spesso, le storie che leggo alla mia memoria. E dunque inizierei con L’istante largo di Sara Fruner, che mi ha ricordato un po’ i libri che tanto mi piacevano quando ero più giovane: un protagonista adolescente, un mistero da risolvere, tanti personaggi affascinanti.

Ti osservo. Quando hai consumato un libro, ti attacchi subito a un altro. Riempi le pagine di storie che non fai leggere a nessuno. Non finirà mai la nostalgia che senti, chiquito. Puoi solo lavorare per sentire dell’altro. Sentire è un lavoro senza fine.

Macondo vive con la nonna adottiva, un’artista che non parla a causa di un tumore alla faringe e che comunica con lui attraverso tutta una serie di post-it. Tali post-it sono in realtà un espediente narrativo dell’autrice per aggiungere un tocco poetico alla storia e anche per dare vita a una serie di digressioni – che allungano solo il brodo prima di arrivare all’acmè della trama: la scoperta tanto agognata dal protagonista, lo scioglimento del suo desiderio: chi sono i suoi genitori?, o meglio: chi sono le sue tre madri? Perchè nessuno gli hai mai parlato della sua nascita? Perchè la nonna custodisce gelosamente il segreto che gli svelerà solo ai 18 anni?

Naturalmente nel corso degli eventi ci saranno indizi disseminati, fino a ricostruire i pezzi di una storia del tutto incentrata sulla psicologia dei personaggi, lasciando fuori quasi del tutto ogni tema sociale e politico che avrebbe dato un contesto molto più veritiero e interessante alla trama.

Già ho premesso una delle pecche (le digressioni inutili) del romanzo primo di Sara Fauner, italiana trapiantata in America, che fa muovere i suoi personaggi tra Cile, Italia e New York, dando però una grande preminenza a riferimenti culturali solo italiani. La multiculturalità, tema ricorrente ne L’istante largo, è in realtà solo un concetto vuoto e radical chic che riflette tradizioni e costumi italiani e che in realtà, nei confronti delle altre culture, è sterile: sia perchè non pone alcun dibattito in merito sia perchè, da un punto di vista narrativo, le altre culture sono solo uno sfondo esotico. Il che è un peccato, perchè questo rende il romanzo un prodotto superficiale che si nasconde dietro tematiche intellettuali, la passione per l’arte e una scrittura tuttavia buona.

Tra lunghe digressioni su personaggi secondari che hanno un ruolo marginale, il costante ed evidente tentativo dell’autrice di rendere L’istante largo un chiaro prodotto ispirato a Cent’anni di solitudine, direi: buona la prima, ma sarà meglio la seconda.

Il romanzo del poeta Ocean Vuong che ha spopolato nel mondo

Lettera alla madre: un vomito di parole che arrivano con la bile, il dolore e la disperazione dei ricordi d’infanzia del poeta Ocean Vuong, abilissimo scrittore, che ha la capacità di dare un immenso potere evocativo alla sua storia. La dimensione narrativa in cui entriamo è una commistione di immagini che si susseguono e di parole scelte a pennello.

Una volta mi hai detto che l’occhio umano è l’invenzione più solitaria di dio. Tutto il mondo che attraversa la pupilla eppure la pupilla non trattiene niente. L’occhio, da solo nella sua orbita, non sa neanche che ce n’è un altro proprio come lui, a pochi centimetri di distanza, altrettanto affamato, altrettanto vacuo. Spalancando la porta di casa sulla prima nevicata della mia vita hai sussurrato: Guarda.

Anche qui possiamo parlare di romanzo di formazione, nel senso di ricerca di una propria identità attraverso la lettera a una madre che non la leggerà mai e che non conosce l’inglese. Infatti, Ocean Vuong ci parla di cosa significhi – anzi, di cosa abbia significato per lui – essere un vietnamita in America: scontarsi con l’estraneità, la lingua traditrice di un passato, la difficile condizione di immigrato. La violenza è un’onda che continua a spazzare via tutto, ma al tempo stesso la magia della poesia dà sempre nuova luce a un presente modesto.

L’intera storia, che non ha certo una trama precisa, si basa sull’alternanza continua di tenerezza e brutalità, di amore e dolore. Vi lascio una recensione più completa a questo link, perchè non è un libro di cui mi sento di scrivere più di tanto. Mi ha trapassato: appunti per ricordare anzichè fingermi critica letteraria: la precisa analisi sinestetica dei negozi dove lavorano le estetiste, il silenzio che è una riposta alla violenza quando è così fisica e può strapparti in due, la riluttanza nel doversi mostrare forte in una società in cui la forza corrisponde alla capacità di difendersi.

Le farfalle che volano a sud non torneranno a nord. Ogni partenza dunque, è definitiva. Solo i figli tornano, solo il futuro ritorna al passato. Che cos’è un paese se non una condanna a vita?

Un commento alla ricerca di libri

Credo di aver agguantato un paio di libricini interessanti, questo mese, ma per il resto miei cari lettori sono avida di consigli e di stimoli perchè tutto mi sembra solo un’enorme strategia di marketing – sarà una deformazione professionale?, a scrivere solo per far vendere prodotti mi sento lo stomaco in costante rigurgito. E quindi cerco ancora la casa editrice che sfida le regole del mercato e vi dirò di più: inizierò a leggere in altre lingue per capire a che punto è la sperimentazione negli altri paesi, pur avendo una carta (immotivata) fede nell’editoria italiana.

Non perchè alcuni successi editoriali non siano meritevoli di lettura, ma perchè ricercare voci divergenti è un lavoro che non ho sempre tempo di svolgere, un lavoro che si rende necessario quando l’offerta del mercato incontra una domanda che non ha troppe pretese.

Ritratto

Ritratto dell’Uomo che avanza

Animale che Muore

Ho visto, 
e quello che ho visto mi ha scomposto in parti
Indefinibili
Ho un animo di animale
Che muore
Lingua di farfalla,
Bocca di pesce,
Atomi dispersi

Fashion Issue

Fall winter spring summer year, years, life

Fashion trends

New collection – OUT NOW

Raccolta Marzo 2021


Un pezzo di Grecia a Torregaveta (Campania)

L’invito a smetterla

La casa di Van Gogh

Provare a creare il mare

Celebrare il nuovo

Avere – familiarizzare con – la vasca da bagno

L’interruttore che vanta d’essere antico

Je te lasserai des mots

Crepitio stelle, La sottrazione e la quarantena

Mosche, libri e altre cose

Pensavo che avrei scritto una recensione per La sottrazione e una per Crepitio di stelle, rispettivamente editi da Sur e Iperborea. Ma non ho alcuno stimolo per farlo, mi chiedo se sia perché ho passato la seconda domenica di fila a fare polpette (io, il cui piatto forte è la pasta col tonno), o se sia più realisticamente perché nessuno dei due libri mi è entrato dentro. Avrei scritto qualcosa di banale immeritato per quei martiri degli scrittori, che si impegnano come dei matti a buttar giù in parole il loro mondo interiore attraverso una storia, e insomma non me la sono sentita perché qua la colpa più che la loro è la mia. Però insomma, avere il colpo di fulmine con un libro non è mica cosa facile. Proprio i colpi di fulmine sono cosa rara in generale, ahimè, anche se sarebbe molto utile e bello se ne avessimo tutti di più.

Ho perfino fatto la grafica con le mosche, che vedete nell’articolo. Mi sembra che questa seconda quarantena, svoltasi nella terza nazione da quando il Coronavirus si è sparpagliato, sia la peggiore per lo sciame di inerzia che ha portato con sè. Ho pure comprato le tempere, una giacca nuova che ho poi restituito, due riviste d’arte e mi sono iscritta a un corso online molto bello e sto provando nonostante tutto a scrivere a fare yoga, ma in fondo niente di niente, permane una sensazione di impazienza avvolta in una patina di tristezza.

Ma due righe le scrivo ugualmente.

Brevi commenti su una patina

La sottrazione è un esordio molto potente, ma lo avrete già letto altrove (cliccando qui, l’invitante recensione altrui su questo libro che “scava nell’ineluttabile fissità delle ossessioni”). Mi piace tanto la penna della cilena Zeran, anche se la storia non è che sia proprio strutturata. Il percorso che fanno i giovani appartenenti alla generazione post dittatura di Pinochet ha un suo fascino, ma ho avuto l’impressione che la storia si concludesse troppo presto. E che tutto fosse solo un grido di dolore con un’eco gigante incapace di prendere forma.

E che alla fine mi piacessero più le recensioni di questo libro che il libro stesso, e quando è cosi mi viene un po’ di stizza.

Speravo che Crepitio di stelle mi facesse sognare, e non posso dire che non abbia i toni romantici della nostalgia. La solita Iperborea, non sto neanche più a dirlo, e la capacità di Stefànsson di descrivere il mondo con gli occhi di un bambino è allucinante. L’ambientazione nordica ha sempre il suo fascino-da-mondo-lontano, e le storie d’amore degli antenati contribuiscono a rendere il tutto una grande favola. Solo che alla lunga mi sembrava di essere in un circuito, sapete, quando vai a correre o sei in bici e poi ti accorgi che giri in tondo e invece hai bisogno di percorrere nuove strade e vedere alberi diversi eccetera eccetera.

Dopo un po’ lo stile favola ha iniziato a darmi noia, ecco, perché le suggestioni sono forti se ben distribuite, se no diventa tutto un continuo evocare ed evocare e io troppo critica, mi perdonerete.

Questi sono i soli due romanzi che mi hanno accompagnato, lentamente, nell’ultimo mese, in quello appena trascorso. Si sono rivelati originali, ben scritti, autentici, eppure sono stati un buco nell’acqua dentro la mia dimensione, la patina è lì e al massimo ci sono mosche, cattivi pensieri che vi si attaccano, e il lavoro quotidiano è quello di strofinare, cercare di vederci più chiaro, carpire lo stimolo, vedere lo spunto, coltivarlo, raccoglierlo, usarlo, custodirlo. Ma che fatica.

Penso che il compito dell’arte sia quello di squarciare gli schemi, penso che il potere di un libro sia esattamente quello di iniziare a fare rumore – mosche che ronzano – e che quella patina che sa di stantio e di precostituito e di pensiero dominante dovrebbe essere lavata via proprio da questo, da opere, da creazioni, dalla ricerca artistica e sarò pretenziosa e a volte molto severa ma è quello che mi aspetto quando leggo, e per ora niente, sono avvolta da quella patina e nella caverna di Platone io continuo a fissare le ombre, in questa quarantena.

La storia della forchetta e altre stranezze

Ci vorrebbe proprio una passata di spugna su quest’anno, si dice in giro. Io sempre un po’ colpevole di aver avuto un anno parecchio stimolante con tutta la pandemia, penso pure che a noi non piace affatto affrontare le difficoltà: vorremmo annullarle del tutto.

Altrimenti come si spiega che siamo arrivati ai giorni nostri con un oggetto come la forchetta? Ragazzi, lettori, amici, la storia della forchetta ha un fascino incredibile, che voi ci crediate o no. Su Wikipedia trovate tutto, non solo il fatto che fosse considerato un bene di lussuoso, una moda dei privilegiati (novità non è: i ricchi dettano i trends), ma che la Chiesa addirittura la bandì: ci pensate?, oggi il papa lancia frecciatine contro l’omofobia e un tempo le forchette venivano dichiarate oggetti del demonio. Chiaro il perché, richiamavano a una simbologia satanica, probabilmente il tridente con cui io ho subito immaginato più il padre di Ariel che Satana.

Re Tritone

Ma se la forchetta si è spogliata delle sue vesti blasfeme ed ha fatto ingresso nelle nostre case, quanti altri oggetti hanno una storia recente anche se per noi sono tipo essenziali? Ho sempre pensato a questo genere di cose in due sensi: lato tecnologico, che-palle-mio-Dio-si-parla-solo-di-quello, e lato archeologia usi e costumi, del tipo vasi di terracotta e ombretto degli antichi. E invece cerca e ricerca, scopri che il documentario di Bill Gates sulle fognature ha il suo perché, certo, ma scopri anche che nel rozzo Medioevo, quello che vogliono rivalutare a tutti i costi e non definire più il secolo buio, la gente lanciava le proprie feci dalla finestra.

Mi immedesimo nel passante di turno, mi immedesimo in chi rinuncia alla passeggiata mattutina. E poi ovviamente ringrazio di essere nata un po’ più in là, anche se chiaramente sono in una pandemia ma insomma, mi pare chiaro che si possa diffondere una cosa come la peste di frequente, se cammino con la possibilità che qualcuno mi scarichi in testa la sua cacca.

Ma torniamo alla forchetta, mi chiedevo quanta comodità avesse iniettato nelle nostre vite, mi dicevo che è utile per afferrare e infilzare, non sporcarsi da capo e piedi, magari un tempo dovevo arrivare al pozzo per lavarmi?, ma no, signori, non è quello il punto. Il punto è non scottarsi, è una cosa così ovvia che mi ha fatto nascere un loop di pensieri sul bon ton.

Al punto che davvero vorrei comprare un libro sulle origini del galateo e scoprire come mai siamo passati dal mangiare con le mani stesi sul letto tipo i romani, a stare a tavola con i gomiti all’ingiù e mille tipi di posate. Probabilmente è questo un interesse che avrei potuto soddisfare già alla scuola elementare, lo so, ma ogni cosa a suo tempo, si dice. A ognuno il suo percorso.

La carta igienica batte la forchetta?

La cosa più strana di tutto questo è che se anche soprassediamo sopra l’interessante storia che ogni oggetto si porta con sé, ci rendiamo facilmente conto come l’umanità sia assurda. Avete mai cercato la storia del bottone? Una cosa come il bottone ti può far uscire di senno, ma seriamente, e non voglio insistere su tematiche purtroppo ad oggi considerate spiacevoli (esempio: i peti), ma sapete che la carta igienica ha un inventore? Joseph Gayetty, che aveva fatto anche stampare il suo nome su ogni foglio di carta. Lui voleva esplicitamente che la gente si pulisse l’ano con il suo nome.

Vi invito a visitare questa pagina che mi ha inquietato più di quanto immaginassi: Storia della carta igienica. C’è perfino un paragrafo speciale sulla carta igienica e il Covid, con tanto di foto e spiegazioni per capire come sprecarne il meno possibile in periodo di necessità: vedi ancora voce pandemia mondiale. Ma non è neanche quello a shockarmi, e nemmeno gli studi sociologici e i dibattiti di costume sull’utilizzo sull’orientamento del rotolo posto nel portarotolo che, per la miseria, esistono sul serio. No, e forse non mi sconvolge neanche che solo nel 1930 lo slogan pubblicitario della carta igienica dichiarava “senza schegge” – anche se mi regala qualche brivido, a dirla tutta (1930?? Ma mia nonna è nata in quell’epoca…).

La cosa che mi lascia più basita di tutte è che l’invenzione della carta igienica di Gayetty fu un fiasco, e lo fu anche la successiva proposta di qualcun altro di commercializzarla. La gente non voleva comprarla, non ne era interessata: il boom ci fu solo con l’idea del rotolo.

Ma che problema abbiamo? Come facciamo ad essere così restii ai cambiamenti, che accettiamo solo se ce lo vendono in formato carino? Davvero abbiamo bisogno del rotolo per abbracciare la novità? Come posso essere io una “persona di successo” se perfino l’inventore della carta igienica fu preso in giro e respinto? Quanto deve avere sofferto per aver pensato di avere inventato una cosa inutile? Perché ci è così difficile immaginare la diversità, e perché continuiamo a considerare il sovversivo, il divergente e il perturbante come elementi di pericolo e non di opportunità?

Dalla forchetta, alla carta igienica alla stagnante condizione dell’arte e dell’umanità, cari lettori. Dalla pandemia 2.0 è tutto.

Le sere di Gerard Reve

La recensione de Le sere di Gerard Reve mi appare quasi superflua, come accade per i romanzi che bisogna necessariamente leggere in prima persona per poterli comprendere a pieno. Ed è anche un libro che, iniziato con fatica, è rimasto a frullarmi nella testa impedendomi di iniziarne di nuovi.

“Bella serata”, disse Fritz. “Anche a te piace far visita all’infelicità di questo mondo? Anche tu ami passeggiare la domenica nei cimiteri? La maggior parte della gente non pensa mai a niente.”

Il protagonista di questo nuovo testo Iperborea è Fritz, un ragazzo di ventitré anni dall’ironia tagliente, che si aggira per Amsterdam raccontandoci le sue serate. Mi ha ricordato un po’ il protagonista di Fame di Knut Hamsun, per la costante immersione nei pensieri quotidiani del personaggio in tempo reale. Considerato uno dei capolavori della letteratura olandese, mi ha fatto pensare che l’inquietudine esistenzialista di Fritz (anno di pubblicazione: 1947) sia l’eco di quel filone letterario la cui pietra miliare è La nausea di Sartre (1938), anche se l’autore ha in realtà dichiarato di essere un vero appassionato di Arthur Schopenhauer ( ela cosa non mi sorprende).

Fritz è profondamente disperato, dentro di sè, e utilizza lo strumento affilato del sarcasmo per relazionarsi al mondo. Ossessionato dalla calvizie maschile, sfacciatamente schietto con gli amici, profondamente intollerante nei confronti dei genitori, sente che ciò che fa nella sua vita sia soltanto riempire il tempo.

Andò a sedersi sul divano e si mise a contemplarsi le scarpe. Sentì un treno sbuffare in lontananza. “Così passa il nostro tempo”, pensò.

Il tormento della percezione della vacuità dell’esistenza si nasconde dietro ogni avvenimento, ogni scambio di battute, ogni rigo, e il tentativo di Fritz è quello di riempire il vuoto con parole, quando è con gli altri e sente la necessità di parlare anche se non ha niente di interessante da dire, e di azioni, come accendere la radio e passeggiare e andare al cinema. Ma alla fine, dopo ogni sera così riempita, resta in lui la sensazione di stare sprecando in qualche modo la sua vita, pur senza avere di idea di cosa significhi non sprecarla: perchè la realizzazione di Fritz è che la vita è esattamente questa, un accumulo di momenti insignificanti a cui tentiamo di dare ordine e senso.

Questa consapevolezza si declina in momenti di tormentosa noia, nei pomeriggi lunghi e infiniti; in attimi di forte commozione, al pensiero che sua madre ormai invecchiata abbia speso molti soldi pensando di comprare del vino per poi portare a casa del succo di frutta; in una dilagante frustrazione, dopo le serate con i suoi amici inutilmente in cerca di stimoli, come lui.

Fritz sono io, per dirla tutta, e Fritz è il simbolo di un’umanità che ha perso nell’Altro, nella società, ogni punto di riferimento. Mi pare che la grandezza di Gerard Reve stia proprio nel sapere raccontare la condizione esistenziale dell’uomo smarrito nella perdita di senso.

Stoner di John Williams

Mi sono fatta convincere dalle entusiastiche e positive recensioni di Stoner, così l’ho comprato e affermo senza peli sulla lingua che Stoner è un romanzo di una noia mortale. É uno di quei romanzi che apprezzi a-posteriori, quando comprendi l’intento della storia, la riuscita idea dell’autore, l’universalità del tema trattato – la vita umana. Sono eccezionalmente stimolanti tutti quei romanzi che ti conducono a una riflessione finale capace di durare giorni interi, ma nel caso di Stoner il giudizio è troppo influenzato da una lettura piatta, pur funzionale alla costruzione di un personaggio mediocre e apatico. In sintesi Stoner è un libro che non rileggerò mai, che non appassiona, ma che fa così: stimola riflessioni a-posteriori.

Preferirei forse una scrittura disordinata e sperimentale e una trama illogica a questo prodotto preconfezionato e tedioso, ma il punto è che così a volte può essere la vita: Stoner è arrivato ai lettori proprio perché dà voce al tedio di tante esistenze che iniziano e si concludono con lo stesso uguale andamento, questa è la sua forza, la bellezza millantata dalle recensioni. Stoner è l’uomo qualunque che non dà significato altro alla sua esistenza, è un umano tra gli umani e poi?, semplicemente muore.

La vita ordinaria che è la normalità

Stoner è un ragazzo di campagna con capacità introspettive pari a zero, che per caso viene inviato a studiare agraria dal padre ma si innamora invece della letteratura inglese. Il resto degli eventi della sua vita è più un susseguirsi di casualità che di vere e proprie scelte (ancora, come accade in molte vite).

Stoner è un uomo comune che non fa assolutamente niente per rendere la sua vita straordinaria. Diventerà un insegnante, nel frattempo passano due guerre mondiali e lui si sposa con la prima per cui provi qualcosa. La moglie Edith sarà il fulcro di un matrimonio terribilmente insoddisfacente, di cui lei sarà la protagonista infelice indiscussa. Depressa, isterica, schiva, cagionevole, frigida, renderà un rapporto privo di passione una prigione non esente da colpi bassi. La nascita di una figlia, voluta per capriccio, non farà che peggiorare il malessere della coppia in cui Stoner, naturalmente, fa solo da soprammobile.

L’unico ambito in cui Stoner si sente a suo agio, anche se non del tutto, è l’insegnamento. E giù descrizioni minuziose e dettagliate della vita universitaria e degli alunni e dei seminari, quel quotidiano che non mi auguro mai di trovare in un romanzo. Neanche la passione per una dottoranda cambierà la personalità di un passivo Stoner, che anche da innamorato resta attaccato a una vita infelice e modesta, priva di ambizioni e di emozioni.

Il senso dell’esistenza

Un romanzo che stimola riflessioni a-posteriori, dicevo. Perché mentre leggevo Stoner con l’impressione che un vecchio professore (John Williams alias Stoner) con poco talento per la scrittura e tanta nostalgia per il passato avesse semplicemente buttato giù le sue memorie, arriva la vecchiaia. Con il trascorrere lento di anni tutti uguali di inazione e di insegnamento, si apre a una nuova visione delle cose, della sua intera storia, e la vede per quella che è: un flusso di eventi insignificanti. Nel quale lui è stato un uomo tra i tanti, e qui si scorge la terribile coscienza dell’inutilità dell’esistenza.

Si ritrovava a chiedersi se la sua vita fosse degna di essere vissuta. Se mai lo fosse stata. Sospettava che alla stessa domanda, prima o poi, dovessero rispondere tutti gli uomini. Ma si chiedeva se, anche agli altri, essa si presentasse con la stessa forza impersonale.

In fondo, Stoner è un libro scritto in modo mediocre, in cui c’è poco trasporto, una narrazione petulante e scontata: eppure Stoner potremmo essere tutti noi, Stoner sono io, Stoner è l’uomo nel suo tragico destino – vivere per morire, senza sapere il perché.

Infine, se vi va di dare un occhio al mio Instagram ne sono felice – oppure qui ho creato una pagina con i miei ultimi grafici.

Riscoprire le artiste: donne dimenticate

Visitando il museo Hambuger Kunsthalle sono rimasta colpita dal fatto che fossero presenti numerose opere di artiste, sottolineo donne anche se il plurale già è esplicativo di per sé (almeno una volta!). Ci siamo abituati a una preminenza maschile nelle arti, quasi l’unica artista fosse stata Frida Kahlo, mentre invece è in corso una vera rivoluzione che comprende la riscoperta di artiste dimenticate, mai emerse, volutamente seppellite e cancellate dalla memoria. Ma la mia non è stata solo l’impressione di una neo femminista piacevolmente sorpresa: il dépliant all’ingresso era stato pensato volutamente per un coinvolgimento diverso del visitatore nell’esperienza museale. Così sono stata invitata a visitare il sito web e rispondere a determinati quesiti sulle opere che avevo dinanzi, e indovinate un po’, il tema era principalmente “il sessismo nelle opere d’arte”.

Magnifica iniziativa, a mio avviso. E poi scopro queste artiste tedesche e mi chiedo quante altre siano esistite ed esistano ancora nel silenzio. Ho fatto tre foto, ho cercato tre biografie, quindi vi presento tre artiste molto diverse tra loro che meritano di aver voce.


Two nudes
Two nudes, 1919

Dorothea Maetzel-Johannsen

Dorothea Maetzel-Johannsen è stata un’artista tedesca esponente del movimento della Nuova oggettività, nato nel 1920 in reazione all’Espressionismo, e fu co-fondatrice della Secessione di Amburgo. Quando si sposò, in quanto donna maritata, dovette lasciare il suo lavoro di insegnante e si dedicò ai suoi studi pittorici ad Amburgo. Morì lasciando quattro figli a 44 anni a causa di problemi di cuore. La sua biografia può dirsi lineare, donna, madre e artista a cui furono commissionate molte opere. Pur avendo avuto un discreto successo, non viene mai annoverata tra gli artisti del tempo.

Self-portrait, 1929

Anita Rée

Anita Rée era un’artista ebrea di Amburgo che collaboró nella creazione dell’associazione Gedok, fondata nel 1926 per promuovere le artiste donne. Prima di allora nell’inverno del 1912 studió a Parigi per poi risiedere a Positano. Tornata in Germania vide la sua arte essere messa al bando come degenere dai nazisti, e molti suoi murales vennero distrutti. Costretta a scappare in quanto ebrea, si suicidó nel 1933.

Self-portrait with cigarette, 1931

Elfriede Lohse-Wächtler

Elfriede Lohse-Wächtler, che scelse lo pseudonimo maschile di Nikolaus, è stata un’artista tedesca che, lasciata la casa paterna, realizzó cartoline litografate di auguri per pagarsi gli studi. Sposatasi con l’allievo Kurt Lohse, scoprì molto presto i ripetuti tradimenti di lui. A causa di un crollo psichico, nel 1932 fu ricoverata nell’ospedale di Dresda, dove creò le Friedrichsberg Heads, ritratti intensi delle pazienti che erano con lei. Pur vivendo un periodo di grande creatività, nel 1935 le fu diagnosticata la schizofrenia e ricevette la sterilizzazione forzata, fino ad essere definitivamente internata.
Elfriede Lohse-Wächtler fu scelta anche alla mostra dell’Arte degenerata, dove Hitler e i suoi seguaci esposero tutte le forme d’arte che si opponevano all’estetica dei valori nazisti. Motivo per cui molte sue opere furono messe al bando e alcune andarono distrutte.