Categoria: (Un) Lifestyle

La danza, il corpo, i limiti

La danza, il corpo, i limiti

Riflessioni di una (che fu) ballerina

Evito, ci ripenso, lascio stare: eppure dopo un percorso di vita e di danza, in cui l’una non prescindeva l’altra, posso forse scriverci su. Che cos’è la danza lo sanno tutti, ma cosa significhi davvero praticarla, anche professionalmente, non è di facile intuizione. Perchè è uno sport oltre che un’arte, perchè è fisica oltre che mentale, perchè è viscerale e, soprattutto, estremamente selettiva, esclusiva. Tutto ciò la rende super partes, la differenzia dalla musica e dal teatro, dalla ginnastica e dalla pittura.

Cos’è che rende la danza una disciplina e un’arte al tempo stesso totalizzante e limitante? Il corpo, il proprio corpo. Perchè non abbiamo tutti le stesse potenzialità, e fin da bambini la frase che viene detta è : “La danza è di tutti, ma non per tutti“. Questo la rende già dogmatica e irremovibile, perchè una buona, un’ottima tecnica non riparerà mai a dei difetti (che non lo sono affatto al di fuori di questo campo semantico) incorreggibili. Si impara in fretta quali sono i limiti del proprio corpo, come modellarli e migliorarli. A volte, accettarli, seppur con serie difficoltà. Il confronto con le proprie mancanze è continuo ed estenuante, ma non è l’unico metro di giudizio su se stessi che si adotta.

Lo specchio, l’altro

Il primo metro di giudizio è lo specchio, lì di fronte a ogni lezione e ogni prova, distorta realtà e giudice della discrepanza tra ciò che sappiamo in teoria, che sentiamo dentro – dal cuore alla muscolatura, e ciò che non viene fuori come vorremmo, o come vorrebbe il coreografo. Lo specchio è rivelatore non soltanto della riuscita di un movimento, della sua qualità, ma anche delle differenze che intercorrono tra un corpo e l’altro.

Perchè l’altro diventa metro di paragone fin dalla tenera età. Lei sa farlo e io no. Io so farlo meglio di lei. La usa gamba arriva alla sua testa, la mia no. Questa caratteristica insita nella danza, per quanto sia un’arte e come tale con un ampio fattore di soggettività ed espressione personale, in realtà è terreno fertile per la competitività. Perchè la danza non è parola, è corpo che si muove, e non tutti i corpi sono uguali nè si muovono allo stesso modo. Il proliferare di concorsi e scuole in ogni dove ha accentuato un antagonismo di fondo difficile da sradicare, specialmente in Italia.

Anche il più forte e il più onesto ballerino, che non conosce invidia alcuna e osserva l’altro solo per imparare, sa che in una coreografia dove si necessita una sinergia di gruppo, non può ignorare nè la tecnica nè l’altro. E se l’altro riesce meglio (per comunicatività, interpretazione, qualità) bisogna rincorrere una almeno pari livellatura. Anche a modo proprio, anche forzando ciò che non si ha, lavorando dieci ore in più, o adottando degli escamotage. L’altro si manifesta quindi non soltanto come rivale, ma anche come riflesso di un sè manchevole.

Lo specchio, l’io, l’altro sono i tre elementi di costante confronto che si palesano attraverso il corpo. E ciò che bisogna disciplinare è il controllo su questo corpo che sfugge, che necessita di allenamento senza sosta, di privazioni (di cibo) e di riposo. Il ballerino che non possa controllare il proprio corpo non potrà mai sentirsi tale, anche se per arrivare a una piena consapevolezza del proprio sentire ci vuole uno studio quasi a parte, psicologico. Non è ovvia la propria percezione del movimento, e di certo non lo è la sua resa.

Entropia Dance Company
Entropia Dance Company

L’altro che compone

Spesso, a decidere i movimenti del corpo, è un altro: il coreografo. Non sempre lavora sugli elementi che ha, ma su un immaginario di corpi perfetti ed elastici, sinuosi e muscolosi. Il coreografo più in gamba modella le proprie creazioni in base agli interpreti che ha di fronte, ma tale fortuna è purtroppo rara.

Il ballerino deve essere tramite delle emozioni e dei movimenti altrui, interprete di qualcosa che non è non suo rendendolo proprio. Fagocitarlo e danzarlo. Danzare l’altro è al tempo stesso uno stimolo infinito, tante quante sono le possibilità di interpretazione, eppure richiedere la fuoriscita di emozioni è anche, in un qualche modo, un atto di violenza. Il coreografo deve suggestionare i propri danzatori affinchè entrino nella visione che egli ha del pezzo, imponendo la propria personalità in un continuo conflitto tanto proficuo quanto sfiancante. La condizione ideale per danzare una coreografia sarebbe discutere delle intenzionalità dei movimenti e dell’idea del suo creatore, una pratica non sempre attuata.

Nella danza a vincere è la volontà, perchè tutto si deve volere ferocemente. Anche dopo lo scontro con limiti su limiti, anche a faticare il doppio dei dotati per natura. La volontà fa i tre quarti del lavoro del ballerino, che non può darsi pace. La danza richiede devozione, e bisogna distruggere ogni insicurezza, essere vanesi, sgomitare. Troppo spesso la danza è un atto di forza che soltanto i più inflessibili riescono a sostenere.

Il dolore come mezzo

Forzare il proprio corpo è disciplina, e dunque accettazione del dolore. Il dolore sorge durante lo sfibrante lavoro su di sè, sia fisico che psicologico. Lottare con la sofferenza è il fulcro di ogni passione, e nessun amante può escludere una certa soglia di dolore e amore. Per ciò che si fa, per come lo si fa, e per come si vorrebbe farlo senza riuscirvi. Per quella completezza che in realtà non si raggiunge mai.

C’è il dolore appagante, quello che si attraversa dopo tentativi e forzature. Quello del “ce l’ho fatta”, un mezzo immancabile nella danza perchè fa male tutto, i tendini e i piedi e la schiena, tutto sembra innaturalmente contorcersi e la performance finale non è esente da sforzi e sacrifici. Quel dolore è realmente gratificante, come aver avuto le doglie e ritrovarsi dinanzi, pur senza vederlo, il frutto delle proprie fatiche.

E poi c’è il dolore terribile, da cui non si fugge, la consapevolezza di non poter essere diversi da ciò che si è. Arriva il momento in cui lo si sa, in cui la tecnica stessa impedisce di proseguire oltre i propri studi: non essere abbastanza pur senza accontentarsi di ciò che si è, per migliorarsi sempre. La realizzazione che anche dieci anni di studio non ci doneranno quelle doti che avremmo dovuto avere alla nascita. L’accettazione della mediocrità può essere amara, indigeribile. Porta a cercare altre strade, anche perchè la vita del ballerino è breve e la giovinezza è la sua fecondità.

La connessione col proprio sè

Esiste un altro tipo di danza, che fa divertire, smettere di pensare, sentire leggero? Naturalmente sì. Esiste eccome, ma la spensieratezza non è passione, e ogni amante conosce difetti e glorie, sconfitte e vittorie.

Il dolore del danzatore è anche la fine, il sipario chiuso e la domanda nascosta. E adesso?, serpeggia nelle menti stanche. Si sente il bisogno di vedere video, di sentire commenti, di capire cosa è stato di tutto quel dolore e di quella gioia, di quella sensazione di immortalità sul palco. Ritornati nel proprio corpo di esseri finiti, i danzatori provano un senso di vuoto. E ricominciano, perchè la danza quel vuoto lo colma, riempe la testa con sensazioni corporali, umane. E non vuoi smettere di provare, perchè la danza ti fa sentire vivo come nessun’altra arte riesce.

La connessione con le proprie emozioni e il proprio sentire è talmente forte che, poi, senza la danza risulta impossibile trovare una medesima strada per comunicare con se stessi. Consiste proprio in questo la maledizione: la danza diventa indispensabile ma è al tempo stesso una madre severa e troppo esigente da cui è difficile sottrarsi. Pulsioni di vita e di morte (Eros e Tanatos) sono alla base della danza, e non si può fare che amarla e odiarla al tempo stesso, metafora della vita e della finitudine.

Memorie di un viaggio ad Amsterdam

Memorie di un viaggio ad Amsterdam

Io e le mie fedeli ex compagne di banco/amiche abbiamo deciso di ripetere un’esperienza di viaggio insieme, che nemmeno i revival di Gilmore Girls e Streghe messi insieme erano così impensabili e attesi. Ci abbiamo messo soltanto dieci anni per organizzarci, ma ce l’abbiamo fatta: dopo il viaggio dei 18, quello dei 28. Qui di seguito un resoconto di ciò che è stato, la meta scelta è una Amsterdam da vedere in cinque giorni.

Giorno 1: Landing Amsterdam

Arrivo in aeroporto: più grande della città, probabilmente. Gli schermi indicano i minutaggi per arrivare a piedi ai gate. Accapigliandomi tra autobus e treni e la non gentilezza olandese, arrivo a Haarlemmerstraat e penso di essere finita in una città protestante, stile film The village.

Il nostro B&B è una mansarda con tanto di tetto sbilenco. Le scale degli edifici di Amsterdam sono così strette che mi chiedo come facciano gli obesi a passarci: alcune sono talmente alte che arrivano ad altezza viso e ti ci potresti schiantare contro con la fronte. La domanda sorge spontanea: come si affronta quella salita, su gradini più piccoli dei propri piedi, di ritorno a casa alticci? Lascio la risposta al pubblico.

La prima esplorazione della città lascia indubbiamente meravigliati. I canali di Amsterdam sono davvero belli come li si può immaginare, e veritiero è anche l’incredibile numero di bici che affolla le strade. Ma quello che più colpisce sono le case, tutte così diverse tra loro e originalissime. Verrebbe voglia di guardarle a una a una, coi loro colori e forme particolari. Perchè così strette? La mia guida Lonely Planet mi aveva avvisato: quando si pagava in larghezza per costruire, tutti hanno deciso di costruire in altezza (mica scemi, eh).

Amsterdam, Punto Nemo
Amsterdam

Siamo finite al De Prael, un locale super accogliente che serve ottime birre (consigliatami la Milkstout, io ho preso l’Alt). L’aperitivo olandese lascia a desiderare – tutto si paga, chiaramente, e sono famose le Bitterballen, delle polpette ripiene di carne e Dio-solo-sa-cosa buonissime e, chiaramente, fritte. Data la stanchezza del viaggio decidiamo di fare una passeggiata verso casa, sulla di giorno movimentata Haarlemmerstraat. Molti coffeeshop sono per turisti, hanno prezzi assurdi e appaiono poco affidabili, ma non è il caso di quelli presenti su questa strada piena di negozietti di Kaas (formaggio). Ci siamo fermate alla Greenhouse per provare un brownie, di cui adesso comprendo gli effetti “spaziali”.

Giorno 2: piazza Dam, Vondelpark e Red Lights

Bici alla mano (si può dire?) abbiamo iniziato di buon mattino un giro della città e dei canali. Damrak, strada pullulante di grandi negozi, ci ha condotto dritte a piazza Dam con il Palazzo Reale. In zona abbiamo trovato il Burger Bar, all’altezza delle nostre aspettative e di ogni ciccione che si rispetti. Proseguendo la nostra scorribanda soleggiata ma glaciale, siamo giunte in zona musei per comprare dei biglietti in anticipo (mai vista una città in cui è quasi impossibile trovare i biglietti in tempo!). É consigliabile pensare di acquistarli prima di partire, per quanto sia un’imposizione che detesto, poichè avendo orari di ingresso prestabiliti si detta una rigida organizzazione al viaggio. Ma fatelo, o come me perderete l’occasione di vedere la casa di Anna Frank (tutto prenotato per le due settimane successive). Scusa Anna, fedele amica di gioventù.

Il Bloemenmarkt, ossia il famigerato mercato dei fiori, non mi ha colpito, se non per una bancarella (qui in foto), l’unica ad avere davvero fiori e non soltanto bulbi. Ma magari è colpa del mio pollice giammai verde.

Bloemenmarkt, Punto Nemo

Bloemenmarkt

Vondelpark è un suggestivo parco con tanto di laghetto e paperelle, e qualche tulipano sparso qua e là. Dopo averlo girato, abbiamo scovato un bar dall’atmosfera calda e informale, il Fonteyn, a Nieuwmarkt. Pochi turisti, birre tradizionali, cibo sempre fritto ma con musica e tavolini caratteristici. Distrutte e stanche dalla pedalata e dalla lotta contro Eolo, abbiamo fatto un giro nel quartiere Red Lights, inquietante con le sue vetrine in cui si esibiscono donne che svolgono i loro servigi semplicemente chiudendo una tenda. Viva la legalizzazione delle case chiuse, ma forse meglio non aprire uno zoo umano tutto al femminile.

Giorno 3: Rijksmuseum,
Bloemenmarkt e Jordaan

Prende tempo visitare il Rijksmuseum, uno dei musei più importanti di Amsterdam il cui ingresso costa ben 19 euro. Bisogna scannarsi anche solo per vedere le esposizioni temporanee; ci siamo riuscite, tuffandoci nel mondo di Rembrandt. Il resto del museo è interessante, per quanto non tra i miei preferiti. Masterpiece: la meravigliosa biblioteca al suo interno, unico luogo di pace e silenzio.


Rijksmuseum

Vale la pena fare un giro nel quartiere Jordaan, lontano dal caos, seppur limitato, del centro più turistico. Un tempo era il quartiere della classe operaia e degli emigranti, oggi vi troverete le classiche case a tre piani, che sono una caratteristica della zona.

Uno dei locali storici di Amsterdam, come abbiamo scoperto soltanto dopo, è l’Hoppe, che si trova in piazza Spui insieme alla biblioteca nazionale. Il posto è pieno di vita e di altre (indovinate?) ottime birre, e mentre il freddo aumentava insieme agli strati dei nostri vestiti, gli olandesi festaioli giravano a mezze maniche o senza calze. Misteri della vita.

Giorno 4: Van Gogh, Jazz e ancora birra

Avrei sacrificato un agnello agli dèi per vedere il Van Gogh Museum, ma per fortuna non è stato necessario grazie a una celere prenotazione online dei biglietti alle ore 17.00 in punto (alle 17.05 rischiate di non trovarli più). Per quelli che come me hanno letto la biografia di Vincent, questo museo è a dir poco emozionante. Si ripercorrono tutte le tappe della vita travagliata dell’artista, e poco conta quali e quante opere vi si trovino. Le lettere a suo fratello Thèo, la malattia, il rapporto con Gaugin e gli altri artisti… tutto ti fa vivere a pieno l’esistenza tormentata di quel genio che è stato Van Gogh. Non nascondo di aver piagnucolato furtivamente al secondo piano, e al terzo il mio cuore era già infranto.

Per riprenderci da cotale bellezza, abbiamo deciso di ascoltare un po’ di musica dal vivo al Jazz Cafè Alto nella troppo turistica Leidseplein. Questo quartiere è pieno di locali dove una serie di energumeni strafatti e donzelle seminude vagano alla ricerca di un accoppiamento. Se siete nella categoria probabilmente apprezzerete il posto, che comunque vale una visita per questo cafè minuscolo dallo stile vintage. Un palchetto, tanta folla e un bancone anni ’20 rendono l’atmosfera meravigliosa insieme alla musica live che ne è il fulcro. Per concludere, però, abbiamo deciso di spostarci in un luogo più underground, il The Zotte, luogo affascinante per gli amanti delle bettole come me. Un’ubriachezza diffusa nell’aria, i baristi sbronzi e l’arredamento malandato l’hanno reso un posto in cui tornerei anche domani.

Giorno 5: Vintage e Volendam

Svegliarsi presto non è stato proprio il nostro forte, ma con l’obiettivo di raggiungere Zaanse Schans ci siamo inutilmente affrettate per andare alla stazione a ora di pranzo. Caso ha voluto che, lungo Haarlemmerstraat, ci fosse una magnifica chiesa sconsacrata, Posthoornkerk, dove abbiamo perso delle ore perchè ospitava un mercato vintage al kilo. Siamo letteralmente impazzite alla sola vista di quel ben di Dio (la battuta non è affatto voluta), e così ci siamo fiondate sui vestiti alla luce dei mosaici colorati delle finestre.

Riprese dallo shopping compulsivo, sempre più in ritardo per la gita fuori porta, abbiamo fatto sosta alla formaggeria, non mancando di provare senza delicatezza alcuna ogni assaggio di formaggio presente in negozio, per poi decidere di tutta fretta, alla stazione, che dalle recensioni Zaanse Schans ci sembrava solo una buffonata per turisti. Abbiamo quindi optato per Volendam, consapevoli che al calar del sole il gelo ci avrebbe messo a dura prova.

In venti minuti di autobus, dopo la scortesia di vari olandesi incontrati sul percorso, ci siamo accorte di quanto il paesaggio stava cambiando. Mucche cigni e via con le bucoliche, d’un tratto la voglia di girare tutta l’Olanda si è palesata con forza. Difficile da descrivere, la sensazione è di trovarsi fuori dal mondo e dal tempo.

Giunte a destinazione Volendam era nostra, e anche il loro famoso panino con aringhe e cipolla. Una goduria. Il piccolo villaggio di pescatori è una perla sul mare, davvero stupefacente. Naturalmente lì il vento ha iniziato a farsi talmente forte che la sensibilità delle dita era svanita del tutto, ma imperterrite abbiamo deciso di cercare l’unico mulino della zona di cui pareva nessuno sapesse l’esistenza. Eravamo sul punto di arrenderci a una morte per ipotermia quando lo vediamo spuntare al tramonto, e sotto l’effetto di una psicosi abbiamo iniziato a correre e scattare foto compulsivamente, con la stessa foga utilizzata poche ore prima per lo shopping (verificare gli effetti del freddo sulla gente, più che quelli dell’hashish).

Volendam, Punto Nemo
Volendam

Il ritorno da questa cittadina sperduta è stato rocambolesco a dir poco, poichè ogni mondo e paese e gli autobus sono fantasmi pilotati da esseri malvagi, come già accennavo in un altro mio articolo.

Giunte miracolosamente di nuovo ad Amsterdam abbiamo escluso una passeggiata primaverile causa immobilità degli arti e ci siamo rintanate in una serie di locali lungo il percorso, ma conserverò tale ricordo soltanto per me. Avremmo potuto fare molto di più? Non so, ma l’abbiamo fatto nel nostro modo migliore.

Perché Amsterdam: dieci motivi

  1. Per girare in bici senza paura.
  2. Per scovare la casa più bella.
  3. Per Vincent e Anna.
  4. Per la libertà di non sentirsi giudicati.
  5. Per sognare tempi diversi.
  6. Per la convivialità di una birra.
  7. Per respirare aria buona.
  8. Per perdersi tra i canali senza affanno.
  9. Per le luci riflesse sull’acqua.
  10. Per sentirsi giovani, perché Amsterdam è così, una città che sembra dirti che hai ancora tutta la vita davanti.

Vivere (a) Praga

Vivere (a) Praga

Diario di viaggio

di Sara Fedeli

In questo secondo capitolo (clicca qui per il primo!) vado a ritroso raccontando quella che è stata la mia prima esperienza fuori dall’Italia da studentessa Erasmus a Praga. Difficile raccontare un anno di Erasmus in un articolo: la densità di luoghi, persone, esperienze e sensazioni è quasi impossibile da tradurre in parole, motivo per cui cercherò di focalizzarmi sui luoghi che hanno rappresentato il mio percorso personale nella città.

Nel settembre del 2016 sono atterrata in questa sconosciuta città nel cuore dell’Europa dell’Est. Tutto ciò che sapevo di Praga era: la smisurata quantità di birra che si beve a prezzo inverosimile, la strana moda dei calzini con le infradito dei cechi e la storia della defenestrazione. Insomma, in che strano Paese ero mai finita?

Fin dall’inizio, le prime impressioni erano di una città piena di contrasti: una tipica meta turistica ma allo stesso tempo un piccolo borgo dallo stile gotico ben preservato, una città in piena evoluzione ma con i segni ancora visibili della storia passata.

La città dei contrasti

I contrasti sono evidenti già passando dalle affollate viette della Staré Město, la città vecchia – piene di negozi di souvenir, odore di cannella del Trdlo e musicisti per strada -ai quartieri limitrofi, come Letná o Žižkov, dove sembra di essere piombati in un paesino di provincia, pieno di piccoli negozi di alimentari, drogherie e birrerie di quartiere.

Vivendo in centro, ho goduto appieno dell’atmosfera turistica di Praga: vedevo dalla mia camera le piazza dell’orologio e la torre delle polveri; andavo con frequenza a spettacoli teatrali nel meraviglioso Národní divadlo – il teatro nazionale – a soli 5 minuti di tram da casa; l’università era a 10 minuti a piedi e da lì potevo godermi lo spettacolo del Pražský hrad, il castello di Praga e del lungo fiume dalla finestra.

Vivere in centro aveva però i suoi aspetti negativi. Percorrere il tratto da casa all’università a volte si trasformava in una vera e propria impresa, vista la continua folla di turisti e di gruppetti di scolaresche che ostacolavano il mio percorso. Pur essendo una città generalmente tranquilla e con un tasso di criminalità basso, Václavské náměstí di sera non è proprio l’emblema della tranquillità: “Evitate piazza Venceslao dalle 22.00 in poi”, ci sentivamo dire spesso dai locali e all’università.

Praga, università
Praga, università

I must di Praga

Nonostante l’atmosfera turistica, Staré Město nasconde dei posti autentici da scoprire: se vi trovate nei pressi del Karluv Most, vi consiglio di fermarvi al Kafé Domu, il caffè universitario dell’Accademia teatrale di Praga: prezzi economici, caffè e tipici dolci cechi in un’atmosfera minimalista. Per gli amanti dei dolci come me, vi consiglio in particolare i palačinky, gli ovocné knedlíky, il koláč ripieni di marmellata.Il posto è frequentato da giovani artisti e studenti, ed è davvero unico se si pensa alla sua posizione centralissima: mi fermavo spesso a studiare dopo lezione, godendomi del sottofondo del pianoforte.

Di sera invece, un must-visit in centro è il Vzorkovna, un pub e centro sociale che si trova ai piedi del teatro nazionale e dietro il lungo fiume. L’ambiente è underground e alternativo: si entra da un cancello versando dei soldi su un braccialetto elettronico, così è permesso pagare da bere. Le birre e i cocktail hanno prezzi bassi e sono ottimi, oltretutto ogni sera ci sono dei live di gruppi locali, e dopo le loro esibizioni il palco rimane libero a chiunque abbia piacere di cantare o sfogarsi in un karaoke. Il locale ha una struttura unica, composto da diverse stanze ognuna delle quali ha un setting a tema diverso e ed è ornato da murales e graffiti che spesso lasciano i visitatori del locale.

Lucerna Music Bar, Praga
Lucerna Music Bar, Praga

Se, invece, avete voglia di una serata di tutt’altro genere in pieno stile anni ‘90 e 2000, non potete perdere il posto che definitivamente ha segnato il mio Erasmus: il Lucerna Music Bar, uno dei locali più storici e di lunga tradizione della città, che il venerdì e sabato sera si trasforma in un vero e proprio regno del trash pop, tra fiumi di birra e
shots di Becherovka, in cui è impossibile annoiarsi.

Žižkov e Letná, tra Guláš e birra

Spostandosi verso il vicino distretto di Praha 3, Žižkov è uno dei quartieri più underground e “ribelli” della città. Questo è conosciuto come il fulcro ‘rosso’ della città, fatto di un reticolo di piccole strade dominate da palazzi novecenteschi spesso ancora da restaurare, che viene definito “Žižkov la rossa, Žižkov l’operaia, Žižkov la malfamata”. Il quartiere è popolato da studenti, artisti e nuove tendenze ed è animatissimo nella vita notturna: tra i locali migliori cito Uvystřelenýho oka, il Boulder Bar, La Pantera e il Tiki Taky, ma vi assicuro che il quartiere è un vero e proprio pullulare di pub, bar, birrerie e caffè, per cui la scelta è molto ampia e diversificata.

A Žižkov vi consiglio di fermarvi in una tipica ​Pivnice per assaggiare il​ ​Guláš sbramborovými knedlíky, piatto della tradizione per eccellenza, o il​ ​Svíčková na smetaně​: le porzioni sono il doppio più grandi rispetto ai locali del centro e i prezzi più bassi. Ovviamente, il tutto accompagnato da ottime birre, tra cui la ​Pilsner Urquell, la Staropramen e la​ ​Budweiser Budvar ​sono tra le mie top 3.

Un altro quartiere che sicuramente è stato protagonista del mio anno in città è Letná, nel distretto di Praha 7, che si trova dall’altro lato del fiume a poca distanza dal centro storico. Letná è un quartiere residenziale ed è singolare perché al suo interno si trovano due tra i parchi più meravigliosi della città, Letná e Stromovka, che lo rendono in sostanza il cuore verde della città.

Letná, Praga
Letná, Praga

Voglia di verde

I parchi sono un elemento fondamentale nello stile di vita ceco e praghese in particolare: una volta passato il gelido inverno, infatti, il parco assume centralità nella vita sociale e nel tempo libero. I miei ultimi sei mesi nella città si sono svolti nei diversi parchi sparsi per la città, in cui si passava giornate intere a studiare, prendere il sole, e organizzare barbecue. Vi consiglio di fermarvi in uno dei tanti Potraviny vicini al parco e comprare l’immancabile boccione di Gambrinus (2 litri per sole 30 corone!) e rimanere fino a tardi ad ammirare il tramonto. Letná è senz’altro il più suggestivo per la sua posizione in cima ad una piccola collina, che permette di ammirare tutto il panorama della città e dai cui si ha uno scorcio pittoresco del lungo fiume e dei ponti principali.
Un altro parco singolare è il Riegrovy Sady, che si trova proprio dietro piazza Venceslao, nel distretto di Vinohrady a Praha 2: ha più di cento anni di storia alle spalle ed è sicuramente il ritrovo estivo dei cechi. Il parco offre una vista magnifica sul castello di Praga e ospita uno dei Beer Garden più grandi e popolari della città: una magnifica ed immensa birreria all’aperto in cui passare le serate estive bevendo una fresca Pilsner o Cerny Kozel e mangiando una tipica Pražská klobása (salsiccia rossa piccante).

Perchè amare Praga?

Questi sono solo alcuni dei luoghi che hanno rappresentato il mio percorso, ma vi assicuro che ce ne sono un’infinità e su cui forse deciderò di scrivere in futuro.

Ciò mi ha colpito di Praga è stato il fascino di una città e di una cultura in cui le tradizioni e l’innovazione si intrecciano perfettamente e vanno di pari passo. Conoscendo più da vicino i cechi e la loro cultura, ho avuto la percezione di un popolo che dà molta importanza alla creatività, al teatro e al patrimonio nazionale, e che ne dà nuovo valore riproponendolo in chiave alternativa.

La cultura ceca ha senza dubbio un approccio molto diverso dal nostro, ma non per questo freddo e inospitale come è luogo comune pensare: nel mio percorso ho trovato davvero molte persone disposte ad aiutarmi fin dal primo giorno, nonostante la barriera linguistica a volte fosse un ostacolo; ho conosciuto diversi ragazzi locali, che hanno avuto immenso piacere a farmi da guida per la città alla scoperta di luoghi e posti nuovi.

Al momento di ripartire per l’Italia, ero consapevole di aver sfatato i tanti luoghi comuni (tranne quello della birra!) e di aver avuto l’occasione unica di conoscere una cultura di cui si sente parlare poco.

amore e campi

Amami quando

di Umberto Salvato

Ho una premessa da fare a chiunque si accingerà a leggere ciò che sto per scrivere: non ci sarà nulla di coerente, mi avvalgo della facoltà opposta. Sarà un flusso, come una lunga lettera ad un amico caro. Però, questa volta, sei tu, caro Amore, il destinatario. Non ho risposte, solo dubbi e domande.

Amore, chissà dove risiedi? Ovunque tu sia, sei come l’acqua per gli elefanti… Indispensabile.
Partirò col citare il mio adorato Ivano Fossati che nei primi versi della “Costruzione di un amore” racchiude molte cose che penso: «La costruzione di un amore spezza le vene delle mani, mescola il sangue col sudore se te ne rimane.» Quanto è difficile costruire un Amore? Quanta dedizione, impegno ci vogliono per far sì che questo “Castello in riva al mare” non si sgretoli? È tutto così difficile o c’è qualcosa che ci sfugge?

Ripenso a mio nonno, alle sue parole. Diceva che tu, amore, non sei difficile… Sei complesso. Che sei come una malattia. Sei come la febbre, la bronchite. Una folata di vento, entrata dalla finestra socchiusa, e sei fregato. Non c’è niente di sensato, sei un attimo. Non sei niente di voluto, sei un attimo. Non c’è impegno, sei un attimo.

Così diceva, il nonno. Una mattina mi svegliai e con grande curiosità andai a parlargli, gli chiesi se amasse la nonna. Mi spiegò che non sapeva dirmi in parole semplici cosa fosse l’amore, che sapeva, però, che tutte le volte che rincasava trovava sempre la mano della nonna, puntuale, ad aspettarlo fuori dalla finestra. Questo perché lei sapeva che lui avrebbe voluto dare un pizzico di pane al nostro cane.

La nonna lo sapeva prima che il nonno lo dicesse, e la sua mano era lì.

Voleva farmi capire, in parole semplici, che amare significa esaudire i desideri dell’altro prima ancora che l’altro ti chieda. Addirittura, prima che l’altro lo pensi.
Qual’è il segreto dello stare insieme? Quanto è difficile credere in un “Per sempre”? Quanto è difficile resistere al cambiamento?

Amore che brucia

Io credo in un amore che può essere più cose, che può durare bruciando.
Da quanto riesca a ricordare, ci ho sempre creduto. Credo solo nell’amore, nient’altro che l’amore. Credo nel grande amore: quello che ti sovrasta, quello che è fuori controllo e sopra tutto il resto.
Ma perché ci credo? Tutti quelli che conosco pensano che io abbia un’idea fiabesca dell’amore. Eppure… Anche se sto ancora cercando di guarire, penso di crederci ancora ed è una cosa buona. Credo ancora nella magia, nell’amore della vita. Penso che l’amore sia ciò per cui tutti noi siamo qui! Solo per l’amore e nessun’altra ragione!

Che cosa significa amami? E amore? Quello che so è che l’amore è quella cosa bellissima che non riusciamo a controllare, non abbiamo potere su di esso. Non sappiamo da dove viene ne quando ci colpirà, ed è questo il bello.
Quindi penso bisogni  aspettare, sperare di trovare la magia, quella che guarisce ciò che si è rotto e che mette le ali.
Conosco un paio di coppie che funzionano. Ma funzionano sul serio, nel senso che vedi due persone felici, che condividono tutto, dalle preoccupazioni per il conto in banca al tovagliolo a tavola, pur mantenendo le rispettive identità, amicizie, passioni. Sono persone che vedi felici anche quando l’altro non c’è, perché sono risolte e piene anche nei giorni d’assenza. Persone che si amano e che ridono molto, che vivono una vita insieme continuando a tifare l’uno per la vita dell’altro. Che non si sentono monche se l’altro non c’è, ma con un braccio in più se l’altro c’è. Io la felicità l’ho vista lì. Il resto, ossessione, ansie, struggimenti, sono robe che hanno a che fare con l’affanno. E l’amore felice non s’affanna. L’amore felice respira lentamente, a pieni polmoni. Avrei dovuto capirlo, quando mi credevo felice col fiato corto.
Ho diritto di credere alle favole, l’ho promesso da bambino alle lacrime di mia madre, e da grande ad una vecchia fotografia che mi ritraeva da bambino. La promessa è sempre quella e io le promesse le mantengo.
Forse, il problema di oggi non è che non ci si ama ma che ci si ama male.

In questi tempi così invadenti, in questi giorni così violenti… Vi imploro di amarvi. La vita è troppo breve.

Esperimento: che significa amami

Ho fatto un esperimento, ho chiesto a chiunque incontrarsi di concludere questa frase.

Ecco il risultato:

AMAMI…

Amami quando hai tempo
Amami anche quando non hai tempo
Amami se hai coraggio
Amami se vuoi giocare
Amami tutte quelle volte che c’è avanti a te qualcuno migliore di me
Amami quando é freddo fuori
Amami quando hai dubbi
Amami quando sono in ritardo
Amami quando faccio la cacca
Amami quando dovrai insegnarmi ad amare
Amami quando non sono in me
Amami quando il silenzio è più forte di me
Amami quando non lo so
Amami quando puzzo
Amami quando lo dice il tuo cuore
Amami quando non ci sono
Amami quando frano
Amami quando piove
Amami quando ti senti sola
Amami quando dormi
Amami quando davanti a te c’é qualcuno che tu credi sia meglio di te stesso
Amami quando al mattino faccio il caffè
Amami quando mi sveglio la mattina
Amami quando sono sola
Amami quando sono in bagno
Amami quando sono stanco
Amami quando ne hai bisogno
Amami quando puoi
Amami quando perdo
Amami quando sempre
Amami quando vuoi
Amami quando sei libero
Amami quando sarai pronta
Amami quando sei sicuro
Amami quando non sono presente a me stesso
Amami quando non sai come sarà
Amami quando ho il ciclo
Amami quando vedi Gesù
Amami quando mi conoscerai
Amami quando stai bene
Amami quando il profumo buono finisce
Amami quando canto
Amami quando intoni
Amami quando piango
Amami quando sono incazzata nera come una bestia
Amami anche quando non sorrido
Amami quando dormo
Amami quando polemizzo
Amami quando taccio

E quindi, cosa significa amami?

amore e campi

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Post belli vicino Parigi

Alternative a Parigi

Quando evadere diventa un obbligo

di Patrizia Calcagno

Vi è mai capitato di sognare di abitare in una bellissima città, piena di monumenti, edifici con tetti magnifici, parchi che vi lasciano immaginare di essere lontani dal traffico e dallo smog – senza, però, esserlo davvero?
Mettiamo il caso che questo sogno si possa avverare (o meglio ancora, si sia già avverato) e che la città in questione sia Parigi.

Ebbene, tutto il brío del nuovo e il fascino costante sotto gli occhi portano, inconsapevolmente, giorno dopo giorno, a trasformare la novità in scontato, diventando quindi “abitudine”. E a volte si cercano dei posti vicino Parigi che siano un’evasione e perchè no?, una piacevole scoperta.
Cosa fare, dunque, per allietare lo spirito, facendo pace con i troppi pensieri che vanno veloci quasi come le persone che corrono verso il vagone della metro?
Una soluzione ci sarebbe. In effetti, ce ne sarebbero tante ma ve ne propongo una in particolare.

Tra i posti più belli vicino Parigi, la meta che vi suggerisco è Chantilly. È un posto magico che, sebbene abbia del verde e un castello, non ha niente a che vedere con Versailles, e non lo dico in senso negativo. Perchè?
Tanto per cominciare, le file d’ingresso sono molto scorrevoli, quasi troppo veloci. Al contrario, Versailles richiede almeno un’ora e trenta per entrare nel castello ed altrettante ore per visitare i giardini. 
Questo non scredita la meta tanto ambita e descritta nelle guide nella sezione “posti attorno Parigi”, ma se si vuole prendere del tempo per se stessi, perdendosi nella pace e nel silenzio senza sentirsi un turista, Chantilly è il posto giusto.

Chantilly
Chantilly

La verde Chantilly

Vi ho convinti abbastanza? Non resta che prendere i biglietti!
Basterà semplicemente un treno con partenza da Gare du Nord e, nel giro di venticinque minuti, vi sentirete i protagonisti di una fiaba.
Per raggiungere il castello dalla Gare Chantilly Gouvieux, bisognerà attraversare un boschetto, e a coronare la passeggiata ci sarà il canto degli uccellini.
Non è necessario catapultarsi troppo presto a Chantilly: la visita non comporta fretta e i cancelli non aprono prima delle dieci. Intanto,
nell’attesa è bello passeggiare intorno al bacino d’acqua in modo da scorgere una minima parte del bel verde che dipingerà la vostra giornata.

Il castello ha dimensioni contenute ed é scorrevole e piacevole da esplorare poco apoco. Io, personalmente, mi sono lasciata rapire dalla storia d’amore di Amore e Psyche illustrata su vetrate, supportata da didascalie (anche in italiano).
Finita la visita “storica”, inizia la parte più bella: seguire la mappa alla scoperta dei giardini, della grande cascata, del gioco dell’oca (andate a verificare di persona cosa è in effetti!), l’isola dell’amore e il ponte dei grandi uomini.
Per finire, nel biglietto è inclusa anche la visita alle scuderie e il museo del cavallo che, personalmente, ho trovato poco interessante. Mi è bastato dare un’occhiata allo sguardo dei cavalli per capire che la mia visita aveva raggiunto il termine.
Se ogni tanto la voglia di evadere da Parigi si fa forte, scegliere Chantilly è la scelta che placherà il malumore, magari anche con un bel dolce alla crema.

chantilly castello
Castello di Chantilly

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Vivere (a) Barcellona

Vivere (a) Barcellona

Abitudini, angoli e piccole scoperte

di Sara Fedeli

Proverò a racchiudere in pochi paragrafi un’infinità di sensazioni che hanno reso i miei seppur brevi sei mesi nella città di Gaudì memoria indelebile nel mio percorso personale.

Partita in fretta e furia dopo la laurea, spaventata dal futuro lavorativo e senza una direzione precisa da prendere: la mia valigia era piena di ansie e incertezze quando sono arrivata in città.

Ad accogliermi però è stato da subito un clima familiare e inclusivo, soprattutto grazie alla presenza di alcuni amici che, già allo scendere dal bus, mi aspettavano in Plaza Cataluña per darmi il benvenuto.

Barcellona mi sorrideva sin dal giorno uno quando, dopo essere stata accolta con una piccola festa in casa dai miei coinquilini, mi ha conquistata nel piccolo tour notturno in bicicletta da Poblenou al Raval.

La stessa sensazione che mi accompagna il primo giorno a lavoro: una fiesta de bienvenida e il calore dei colleghi che diventeranno la mia famiglia nei mesi successivi. Lavoravo nell’ Eixample, barrio pieno di vita, che mi permetteva di uscire da lavoro e trovarmi in pieno centro e sedere con i colleghi in qualche bar de la esquina: come dimenticare gli aperitivi al Café Urgell a sorseggiare una clara e mangiare patatas bravas fino a tardi.

Ad Aprile si respira già aria di festa: il giorno di Sant Jordi (patrono della Catalogna) si festeggia con grande entusiasmo e riempie la città di rose rosse e libri per la strada. Mentre torno verso casa, una ragazza si ferma a regalarmi la tipica rosa de Sant Jordi, che ancora custodisco gelosamente nella mia stanza.

Casa Batllò

Iniziano i primi weekend al mare. Chi vive a Barcellona è super attrezzato per resistere una giornata intera in spiaggia: si fa pranzo, poi si passa a sorseggiare birra, suonare la chitarra e giocare a volley e calcio. Si parte la mattina presto con i coinquilini in direzione playa de Bogatell e si finisce al tramonto a mangiare nachos al Coconut Club sotto le luci della Barceloneta.

I mesi a Barcellona passano e inizio a prendere piccole abitudini che riflettono il mix culturale in cui sono immersa, come la colazione salata con Pa amb tomàquet (pane con pomodoro) prima di lavoro, il Vermut della domenica a pranzo, il Mate a posto del caffè.

La cultura del Sud America, in particolare, è molto viva, essendo quella latina la seconda comunità più grande presente in città. Io la respiro quotidianamente, condividendo un appartamento con ragazzi argentini, uruguaiani, brasiliani e venezuelani. Scopro un mondo di tradizioni, sapori e valori culturali che mi affascina sempre più.

Con l’avvicinarsi dell’estate Barcellona si riempie di turisti, mentre io scopro i piccoli angoli nascosti dietro la confusione della Rambla. Inizio a pensare alla città come una fusione di piccoli paesini, poiché ogni barrio ha una sua forte identità architettonica, culturale e sociale.

Tra i vari, alcuni hanno segnato fortemente i miei mesi di permanenza: Poblenou, il quartiere di casa, in cui si respira la brezza marina data la vicinanza alla spiaggia, sembra un caratteristico paesino della Sicilia; lo associo al colore delle bouganville e all’odore di paella mentre passeggio per la Rambla del Poblenou, definitivamente il mio posto del cuore.

Il Raval e i suoi mille vicoli segreti, pieni di vita notturna e street art inconfondibile tra cui i messaggi en latas affissi sui muri e il gatto di Botero, ma anche una infinità di gallerie e librerie, il MACBA e il suono degli skate senza sosta: il venerdì sera è tappa fissa in Carrer de Joaquín Costa tra i mille localini, in particolare al Bar 33/45 tra i miei preferiti.

Scopro Grácia, completamente differente dalla frenesia della città e dallo stile bohémien, pieno di artisti e piccoli negozi vintage: i cinque giorni di Fiesta de Grácia ad agosto mi hanno lasciato impresso i mille colori delle decorazioni in strada, il rumore dei tamburi e della cumbia; in quei giorni la sensazione è di vivere nel paese dei balocchi in tutti i sensi, per me la prima volta in cui vivo una festa popolare così attivamente.

Fiesta de Gracia, Barcellona
Fiesta de Gracia

La domenica sera è invece al Poble Sec, quartierino poco frequentato da turisti ma più dai locali, in cui adoro fare aperitivo in Carrer de Blai in uno dei tipici pintxos bar o bere una Alhambra accompagnata da Salmorejo e patatas alinadas a La Chana, un piccolo ma autentico locale in pieno stile andaluso.

Le fiestas de barrio iniziano a susseguirsi una dopo l’altra, fino alla Fiesta Major de Sants, che segna definitivamente i miei ultimi tre giorni di permanenza. La mia ultima sera è all’insegna di giostre da luna park e gli spettacoli di fuoco de los Diables, nel pieno rispetto delle tradizioni popolari.

Barcellona è una città che ti dà ma allo stesso tempo ti toglie; ti arricchisce così tanto per poi lasciarti sempre con l’amaro in bocca quando ti rendi conto che è una tappa temporanea per la maggior parte delle persone che ci vivono, e vedere andare via amici, colleghi e coinquilini con una frequenza quasi regolare ti spezza sempre il cuore. Ma alla fine l’ho lasciata anche io, nonostante abbia portato via un bagaglio stracolmo di storie, volti e posti meravigliosi.

street barcellona
seeking human kindness

E se fossi io?

Il sentimento di umanità

E se fossi costretta a lasciare tutto? E se restassi con niente, infreddolita e con una fame bruciante, senza un tetto sotto cui dormire? Come prenderei sonno, dove andrebbero i miei pensieri e quanta paura avrei?

E se fossi nata in un paese in guerra? Se fossi cresciuta con la consapevolezza di poter restare uccisa, uscendo per comprare del pane, da una pallottola volante? E se avessi il coprifuoco, e se temessi di continuo per i miei cari, come convivrei col mio terrore?

E se fossi stata addestrata a combattere fin da piccola? Cos’avrei pensato di fronte a un bambino tanto innocente quanto nemico, cosa mi avrebbe fermato e cosa spinto ad a uccidere, con un’arma tra le mani? Mi sarei poi pentita?

E se fossi cresciuta senza mai vedere il mare? E se quella enorme massa salata fosse l’unica cosa a separarmi dalla speranza di una vita migliore, la attraverserei? E saprei poi nuotare, in caso di naufragio?

E se per arrivare al domani fossi nelle condizioni disperate di chi elemosina? E se non sapessi quale altro modo c’è di cavarsela, se non rubare? Se nessuno mi avesse mai dato altra possibilità, cosa farei?

Potrebbe bastare, ma in realtà non dovrei smettere di chiedermi.

E se mi avessero picchiato, maltrattato, se avessi subìto violenze piccole o grandi, come mi sentirei? Che senso darei all’odio e quanto amore sarei pronta ancora a dare?

E se avessi perso mio figlio, i miei genitori, o il mio migliore amico, o il mio compagno? E se mi sentissi senza speranza, sommerso dal dolore, come mi comporterei? E se non avessi nessuno con cui parlare?

E se fossi nata uomo in un corpo di donna, come mi sarei sentita? E se anche parlandone nessuno mi avesse capito, e avessi ricevuto solo insulti, cos’avrei fatto? Se mi sentissi tanto sola da credermi pazza?

E se per lo sbaglio di un secondo fossi condannata a vivere in una cella di due metri? E se fossi finita lì ingiustamente? A cosa penserei ogni sera e ogni mattino, a quale sogno mi appiglierei per costruirmi una via di uscita? E se non potessi mai più uscire da quelle quattro mura, cosa proverei?

E se venissi giudicata solo per le mie caratteristiche fisiche che non ho scelto di avere? E se fossi nera in un paese di bianchi? E se fossi povera in un paese di ricchi? E se fossi in minoranza, senza voce, senza modo? Cosa farei, io?

E se ci mettessimo sempre nei panni degli altri prima di parlare?

E se fossimo al loro posto, noi, cosa faremmo?

Io, cosa farei? E se fossi io, se capitasse a me?

Abbiamo bisogno di umanità, sempre, e soprattutto in tempi bui.

fonte: Unsplash
Anna Bocchino, la drammaturgia

Che cos’è la scrittura teatrale?

di Anna Bocchino

Drammaturgia: la difficoltà di una definizione

Non semplice per me parlare di scrittura teatrale. Non sono una drammaturga, un’autrice, una scrittrice (ahimè, ci sono tante specificazioni da considerare in questo mondo!), ma cercherò di rispondere con semplicità a questa domanda. In che modo? Parlandovi da attrice, ovvero da un altro punto di vista, se volete, meno tecnico.

La parola “drammaturgia”, già al sentirla, spaventa un po’, ma in effetti si tratta della scrittura teatrale, per il teatro. O meglio, della scrittura per la rappresentazione teatrale… o composizione drammatica? O potremmo dire… la tecnica del componimento drammatico? No, forse meglio dire… l’arte della poetica del teatro? Ecco qua! (…vi avevo avvisato che esistono parecchie definizioni in questo mondo!)

A questo punto è meglio che non mi soffermi sul fatto che la parola drammaturgia possa essere accostata anche ad altro, perché potremmo ritrovarci infatti in situazioni realmente drammatiche (ops!), ovvero difficili. Ad esempio, potremmo parlare di “drammaturgia musicale”, “drammaturgia dell’attore”, “drammaturgia scenica”, insomma “drammaturgia dell’ogni possibile!”, e quindi per non perdere il focus proseguiamo oltre.

Il testo drammaturgico

Il “testo drammaturgico” diventa “testo teatrale” all’atto della performance in sé, attraverso il dialogo che si instaura tra l’attore e il pubblico, superando la relazione che invece si instaura tra il testo e coloro che leggono il testo. Per me, è parola agìta.

Un testo drammaturgico, a differenza di quello letterario, contiene in sé la dinamica dell’azione. E’ scritto per essere agito, vissuto, pronunciato ad alta voce. Senza queste caratteristiche perde la sua natura/potenza. E sottolineo che, quando parlo di azioni, non escludo le non – azioni. Le azioni emergono anche interiormente e possono intendersi anche come azioni emotive.

Un’altra cosa imprescindibile del testo drammaturgico è la relazione. Un testo che funziona drammaturgicamente è un testo che dà vita alle relazioni sceniche tra i personaggi (vale anche per un monologo), le relazioni anche con e tra gli oggetti, e naturalmente con il pubblico.

Quando un drammaturgo scrive, immagina per uno specifico personaggio delle parole ben precise che non potranno mai funzionare nella bocca di un altro. E soprattutto, quando scrive, ne contempla anche i silenzi.  

Infatti il linguaggio delle dramatis personae ci dice moltissimo. Ogni volta possiamo, leggendo e rileggendo, provando e riprovando, trovare continuamente informazioni e spunti. Fondamentali sono il sotto testo e le parole “degli altri” che determinano e autodeterminano la natura del singolo personaggio.

Attraverso il loro linguaggio, ci danno il permesso di entrare nel loro mondo, ci aprono le porte delle loro dinamiche interiori, dei loro tormenti.  Attraverso i respiri, le pause, i “non detti” sentiamo la loro pelle per un attimo addosso. E come se abitassimo tutti (attori, registi, spettatori) una seconda pelle. Quando accade, pure se raramente, si crea un breve attimo di sospensione dal reale che ti fa sentire ancora più vivo e ancorato alla realtà. E questo trovo sia di una potenza unica. Per me la magia del teatro si trova in questa universalità/collettività.

Quando leggi un testo letterario è come se nella testa in qualche modo risuonasse la voce unica dell’autore. Il che è molto emozionante, ti senti spettatore unico e privilegiato, la tua fantasia corre libera e senza freni. Quando si legge un testo drammaturgico, invece, accade una cosa diversa. E’ come se si ascoltassero tante voci quanti sono i personaggi – nonostante l’uniformità formale del testo in sé – e in qualche modo la lettura da più intima, più delicata, più personale diventa più impattante, più invadente, “meno educata”.  E’ come se la lettura contenesse già il “vivere” un’esperienza.

Ma in ogni caso, senza il corpo degli attori, senza il pubblico seduto in poltrona o per terra o in un piazza e senza le scene fatte di carta o di ferro, il testo drammaturgico resterà sempre e comunque un’opera sterile, incompiuta.

Un esercizio di scrittura teatrale

Potremmo continuare ancora e potremmo parlare dei tantissimi testi scritti e delle loro differenze. Di quelli più folli, di quelli insensati (almeno in apparenza), di quelli senza parole, ma preferisco lasciarvi con un piccolo invito. E una piccola confessione.

Non sono una drammaturga, come ho detto, ma un’esperienza di scrittura l’ho avuta ed è accaduta un po’ per caso. Un mio amico attore scrisse un testo da cui voleva trarne una messa in scena e mi chiese di far parte del progetto come attrice. Dopo un po’ di lavoro, di analisi e di studio, con il regista si decise di ampliarlo. Mi propose di aggiungere qualcosa, di scrivere, e io rifiutai categoricamente.

Alla fine mi feci convincere e con tutti i dubbi del caso accettai. Da qualche parte ero attratta da quell’esperimento e, data la natura appunto sperimentale del progetto, anche solo per studio, decisi di farlo.

Mi colpì un vero e proprio esercizio di scrittura che mi proposero e che ora voglio condividere con voi: attiva un cronometro – datti un tempo – poggia la penna sul foglio bianco – non alzarla mai (nemmeno se dovessi ritrovarti a scrivere sempre “casa casa casa”) – non fare correzioni – non cancellare – non tornare indietro – non aggiungere – è scaduto il tempo – alza la penna – stop. Fine.

Ne uscirà sicuramente qualcosa. Un qualcosa che consiglio di non giudicare e di rileggere sicuramente con coraggio! Questo qualcosa non dovrà essere per forza un racconto, un libro, uno spettacolo (non voglio invitare nessuno ad improvvisarsi scrittore, sia chiaro), ma sicuramente sarà un qualcosa di autentico, intenso e perché no, magari divertente.

Siamo così poco abituati a scrivere e a fermare su carta i pensieri, che ogni tanto farebbe bene. Mette in ordine le cose.

Anna Bocchino per Un Altro Teatro