Una storia quasi solo d’amore di Paolo Di Paolo

Una storia quasi solo d’amore di Paolo Di Paolo

Un romanzo che passa leggero lasciando poche tracce.

SINOSSI: “Si incontrano una sera di ottobre, davanti a un teatro. Lui, rientrato da Londra, insegna recitazione a un gruppo di anziani. Lei lavora in un’agenzia di viaggi. Dal fascino indecifrabile di Teresa, Nino è confuso e turbato. Starle accanto lo costringe a pensare, a farsi e a fare domande, che via via acquisiscono altezza e spessore. Al di là dell’attrazione fisica, coglie in lei un enorme mistero, portato con semplicità e scioltezza. L’uno guarda l’altra come in uno specchio, che di entrambi riflette e scompone le scelte, le ambizioni, le inquietudini. Tanto Nino è figlio del suo tempo (molte passioni spente, nessuna tensione ideologica), tanto Teresa, con il suo segreto, sembra andare oltre. Ostaggi di un mondo invecchiato, si lanciano insieme verso un sentimento nuovo, come si trattasse di un patto, di una scommessa. Accade sotto lo sguardo lungo e partecipe di Grazia, zia di Teresa e insegnante di teatro di Nino, attore giovane allo sbando. Proprio mentre crescono l’attesa e il desiderio, Grazia esce di scena, creando una sorta di “dopo” che rilegge l’intera vicenda di Nino e Teresa, il loro cercarsi là dove sono più profondamente diversi. Paolo Di Paolo entra nel teatro della contemporaneità cogliendo i segni di un bene inaspettato, di una luce che si accende dove smettiamo di esigere garanzie, dove viene voglia di mettersi alla prova. E di capire se siamo in grado di vivere.”

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Questo è un libro che sfiora sempre qualcosa di bello, che sembra arrivare a colpirti ma poi non lo fa. Lascia con un senso di insoddisfazione deludente.

Partiamo dal fatto che l’idea del punto di vista scelto non è propriamente apprezzabile da tutti. Il tutto, infatti, è narrato in prima persona dall’insegnante di teatro, Grazia, che con occhi a volte interni alla storia (perchè è presente) a volte esterni ci racconta lo sbocciare incerto di una storia d’amore.

Può però infastidire che momenti di intimità dei due ragazzi, Nino e Teresa, siano raccontati da lei, che non solo non è presente, non può immaginarli, ma che diventa una presenza ingombrante. Un narratore onnisciente forzato che disturba nel corso della lettura; l’uso della seconda persona plurale nei confronti dei due ragazzi, che poi non è che abbiano questo legame così profondo con l’io narrante, e che anzi sembra stia apposta solo lì per spiarli, lascia perplessi, a tratti inquietati. Potrebbe risultare un elemento innovativo e originale, ma in realtà ha condizionato molto la lettura in modo negativo.

È interessante invece il tema del teatro che dà spunto ad altre tematiche pure stimolanti. Per quanto riguarda invece Nino e Teresa, cosa si può dire? Non un grande spessore psicologico, semplicemente due giovani che come tutti coloro della loro età non sanno cosa vogliono. Per l’appunto, banalizzati. Il loro conoscersi, forse innamorarsi, non cattura l’attenzione in modo particolare. Tutto, anche i dialoghi sull’esistenza di Dio, danno un vago sentore di banalità.

Un libro che si dimentica facilmente, e fa quasi dispiacere perchè sembra ricco di buoni elementi che poi non decollano, restano sospesi, incapaci di toccare la sensibilità (mia) di lettrice.

 

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