P potrebbe significare anche piccola, perchè tale è di statura. Minuta, con un sorriso così grosso che la fa espandere per tutta la stanza. A volte parla così veloce che le parole le mangia, ma il suono della sua voce è sempre limpido. I suoi occhi, invece, sono spesso torbidi, saturi di tristezza. P è un’esplosione di giovialità, eppure dentro è triste. Si sente un albero dai rami spogli, non immagina di apparire come un bucaneve rigoglioso. La sua fragilità si percepisce fin dal primo incontro, pare stia per spezzarsi sotto una bufera interiore. Se la si la comprende, e la si accoglie, ti dà tutta se stessa, dolore incluso. Ed è tanto, e ti bagna in pieno, e allora vorresti solo condividere con lei un po’ di pace.

P pensa di essere molto sola, e pensa di non piacere a nessuno. Ma prima di tutto, lei non piace a se stessa. Si critica costantemente, continuamente: odia il suo corpo, che non è mai come lei vorrebbe, per quanto perfetto; odia la sua solitudine che però è anche una compagna affidabile e silenziosa; disprezza la cattiveria, ma se viene ferita si incattivisce, si chiude a chiave. P è una giudice intransigente, e se non rispetta le sue leggi, la prima punita è sempre e solo lei.

Ci sono tantissimi modi con cui giostra la severità dei suoi giudizi. Alcuni, come quelli di controllare il cibo, sono talmente dannosi che è capace di scoppiare a piangere dopo un’abbuffata, o di perdere le forze dopo un digiuno. Ma sa punirsi e anche perdonarsi. Lei disegna oggetti, ed è eccezionalmente brava, ma a fotografare lo è ancora di più. Tramite il suo sguardo si colgono angoli di mondo che altrimenti resterebbero, ai più, ignoti, e soprattutto brutti. Lei rende l’esterno più bello attraverso l’obiettivo. Ha un senso estetico fine, sintomo pulsante della sua sensibilità acuta. Ogni emozione in lei è triplicata, e in ogni scatto vedo il suo tormento che si libra attraverso le forme.

P è poi coraggiosa, si butta nelle situazioni con una sicurezza invidiabile. Cambia città, cambia universo, ma lei resta agguerrita. Quando studia, P resta sveglia fino alle quattro del mattino, e attorno al suo tavolo inizia a crearsi un villaggio di oggetti. Un cetriolo come snack, ad esempio, e matite e quaderni, e tutto è illuminato dalla luce del suo pc dove lavora selvaggiamente, gli occhiali che scivolano sul naso. Una volta P è tornata a casa con uno specchio che ha trovato vicino alla spazzatura: da allora è diventata la custode degli oggetti abbandonati, che trasformava in progetti. Ci mette tutta se stessa in ciò che ama, sa cosa sia la dedizione. Diventa instancabile per raggiungere i suoi obiettivi.

P sa essere estremamente divertente, specialmente quando racconta le sue figuracce. Un inciampo, un ragazzo bizzarro, un arrossire del viso. La sua risata è contagiosa, suona musica. Sarebbe bello cancellasse la sua paura, l’ansia: Ansia è un’altra faccia di P. La insegue di continuo, la rincorre, lei non prova neanche a scappare perchè sa che verrà presa. Eppure è parte di lei, la spinge a muoversi, sempre, e non è sempre nera. A volte la sua ansia è vitale, di color giallo, ma lei non se ne accorge.

P ha le mani piccole e il cuore grande quanto il mondo. Forse è per questo che è molto facile ferirlo. In ogni situazione P vede il peggio, il lato oscuro, e si dà la colpa di un amore sbagliato, di un’amica perduta, di un lavoro deludente. Se per un solo giorno potesse uscire da sè ed entrare nello sguardo altrui, P si vedrebbe per com’è: insicura e crucciata, eppure splendente, luminosa, pronta a elargire amore, a tendere una mano. Se P un giorno entrasse nel corpo altrui, si vedrebbe come una stella lucente. Questa è P: una stella, che si vede solo al buio e che non sa di illuminare il cielo.

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