Perché creiamo?

Categorie Cogiti

Siamo la specie simbolica, contraddistinta dalla coscienza di second’ordine, del linguaggio verbale e della ricerca di senso e significato. Tutto questo, per il modo in cui si integra nella nostra esperienza relazionale, fa di noi una specie creativa.*

Cos’è la creatività? Banalmente la capacità produttiva della mente, l’inventiva. Considerata un plus, in realtà, grazie ai più recenti studi delle neuroscienze, sappiamo che è una caratteristica fondamentale del cervello umano. Quando vediamo un’immagine, ad esempio un’opera d’arte, non è l’occhio tramite la retina che percepisce l’immagine. Bensì è il cervello che, immagazzinando ciò che vede, attua una selezione e un paragone con ciò che è stato già conservato in memoria. Il cervello è cioè visivo, poichè riceve lo stimolo che ci fa scattare una risposta emotiva, che è anche motoria ed empatica. Ecco perchè è soggettiva la reazione di ciascuno dinanzi a un’opera d’arte, un quadro, un’istallazione, uno spettacolo di danza e via dicendo. Con l’interpretazione del contenuto, e la conseguente attribuzione di significati, mettiamo involontariamente in moto un processo creativo, soggettivo e personale. Memoria ed emozioni sono parti attive della creazione e della fruizione del prodotto artistico altrui.

Siamo individui sdoppiati, poiché ci trascendiamo, e rinviando all’immenso campo del possibile (più esteso del reale), ci distinguiamo da tutti gli altri animali. Il nostro cervello è sì creativo, ma non solo, è anche relazionale: si approccia all’altro e al mondo esterno. Non registra la realtà ma interagisce con essa, in un’interconnessione tra movimento ed empatia.

Lo psicologo Ugo Morelli ci parla nello specifico di “tensione rinviante”: un momento di sospensione, lo scarto tra potenzialità e attualità che fa sì che si concepisca il mondo come una distesa di possibilità che rinviano ad altre possibilità. Si tende a ciò che non è ma potrebbe essere, ed è questa la tendenza dell’uomo che, attraverso l’arte, tenta di colmare un vuoto – desiderando qualcosa che non ha. Un desiderio che va inserito nel contesto della società, brulicante di altri esseri desideranti, con cui interagiamo in un processo continuo di identificazione sociale. La tensione rinviante rimanda al liminale, all’ineluttabile, all’inaudito, è connessa alla capacità di creare segni ed è coevoluta con la consapevolezza e l’azione rispetto all’assenza, alla mancanza, al vuoto. Tendiamo all’inesistente concependolo simbolicamente, da qui nasce l’arte.

Potremmo porci, giustamente, la domanda: ma tutti gli individui sono creativi?

Ebbene sì, anche se secondo lo psicologo ungherese Mihàly Csikszentmihalyi, è il frutto comunque dell’interdipendenza di diversi fattori: l’individuo con il suo bagaglio di conoscenze; il campo culturale in cui opera con i suoi modelli; l’ambiente sociale che offre gli strumenti o le esperienze educative per esternare e accrescere le proprie capacità che verranno poi giudicate. Creativo è ciò che è innovativo, che influenza rilevantemente le creazioni successive, ma in realtà se prima la creatività era innovazione adesso riusciamo a vederla piuttosto come una qualità dell’uomo ed espressione della sua individualità. Ma resta il fatto che l’atto creativo ha in sé qualcosa di deviante, trasgressivo, in quanto supera la realtà organizzata per offrirne una nuova prospettiva secondo angolature differenti. William James già nel 1890 parlava di creatività come di “pensiero divergente”, per cui il processo creativo lascia da parte il pensiero logico razionale, convergente e abitudinario.

Alla domanda: perché creiamo?, possiamo dare una serie di risposte, ancora e sempre in fieri. Creiamo per sopravvivere: per sconfiggere l’ansia, per lottare con il tempo e con la morte; perché ci evolviamo come specie adattandoci; perché necessitiamo una pausa dal peso della nostra esistenza; perché dobbiamo uscire dagli schemi auto imposti e imposti dall’esterno; per ricreare ciò che ci circonda, per riuscire a digerirlo o risputarlo fuori a modo nostro; per dimenticarci dei nostri pensieri imbevendoci di finzione; per rispondere alle esigenze del nostro cervello; per sentire quelle emozioni che, seppur effetto di opere di finzioni, sono vere allo stesso modo; per riprodurre ciò che empaticamente abbiamo sentito negli altri, gli altri uomini che assieme a noi percorrono il filo nel breve lasso di tempo che ci spetta.

*Ugo Morelli. Per approfondimenti al suo saggio “Mente e bellezza”, qui l’intervista

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