Categoria: Libri

L’aggancio di Nadine Gordimer

L’aggancio di Nadine Gordimer

L’aggancio è il tredicesimo romanzo di Nadine Gordimer, scritto dieci anni dopo il Nobel per la Letteratura. Autrice a me prima sconosciuta, mi ha condotto nella storia d’amore tra Julie Summers, bianca e ricca ragazza di Johannesburg, e un uomo che si fa chiamare Abdu, immigrato illegamente in Sudafrica dal Marocco (che tuttavia non viene mai nominato).

Questo romanzo è affascinante perchè la tematica attorno a cui ruota tutta la storia è la differenza culturale tra chi è privilegiato, a casa propria, e chi non ha nulla se non visti scaduti e lavoretti a nero. Differenza che si accentua con l’adattamento forzato con cui i migranti devono lottare quando arrivano in un luogo estraneo, che certo non li accoglie a braccia aperte.

Julie ha preso le distanze dalla sua famiglia biologica, si rintana al bar col suo gruppo di amici fidati e trascorre una vita tranquilla tra un lavoro poco soddisfacente e birre e e chiacchiere. Abdu è un meccanico misterioso e scontroso, senza filtri, il cui flusso di pensieri è una continua critica a ciò che lo circonda, in perenne ansia per l’incerto futuro e la sua sorte di espatriato, le sue speranze sotto terra. Fuga, Abdu ha l’ossessione della fuga e un disprezzo doloroso per il suo paese di origine in cui non vorrebbe mai far ritorno. Eppure questo dovrà accadere, proprio quando la sua storia con Julie, da lui considerata una borghese in cerca di avventure, si fa seria.

Agli occhi di Abdu Julie è una folle, una viziata in cerca di nuove storie da raccontare ai propri amici. Abdu la svaluta, poichè pensa che lei non possa neanche immaginare la povertà e la miseria, i dogmi e la religione che vigono nel suo paese. Ma Julie sorprende lui e anche il lettore.

Storia d’amore e di fuga

E ora i suoi occhi si erano fatti penetranti come fotoelettriche e la scrutavano, le sue labbra erano dischiuse da un intenso dolore anzichè da quel suo bellissimo sorriso sinuoso. Perfino questa cosa che ho addosso, questa lurida… perfino come-si-chiama, un riparo, un angolo della strada in cui dormire, è suo, non mio. Così stanno le cose. Tutto quello che ho è suo.

L’aggancio di Nadine Gordimer è indubbiamente molto più di una storia d’amore, è la storia di due realtà che collimano nonostante difficoltà più che serie quasi insormontabili. Se mai è esplicitata parola sui sentimenti dei due protagonisti, è ben chiaro quanto i due collaborino per combattere le differenze linguistiche, culturali e anche pratiche. La famiglia di lei si opporrà alla descrizione della famiglia musulmana di lui, e Julie riuscirà a integrarsi in un mondo a lei del tutto estraneo e in un modo mai immaginato prima da Ibrahim (il suo vero nome).

Una lettura interessante e scorrevole che si fa apprezzare, ma che sicuramente è stato solo l’incipit della conoscenza di questa autrice, molto più famosa per i suoi saggi e le conferenze. Donna sudafricana con origini ebraiche, portavoce dei più deboli, dei discriminati, non ha mancato di esprimere la propria indignazione per le condizioni attuali del Sudafrica.

Andiamo in un altro paese
Nè il mio nè il tuo
E ricominciamo.
In un altro paese? Quale?
Uno senza fuochi, dove la febbre
É in agguato sotto le foglie, e l’acqua
Venduta a chi ha sete?
E portare roba o soldi
Nelle scarpe per non morire di fame?
La speranza sarà il nostro passaporto,
Tutto il resto va da sè,
Tu dì solo sì.

Cedri e Balene dell’Atlante di Amale Samie

Cedri e Balene dell’Atlante di Amale Samie

Barbés Editore, collana Intersections, ci ha regalato il primo romanzo di Amale Samie, scrittore e giornalista marocchino, morto l’anno scorso (2018). Conosciuto praticamente solo in Francia, veniva soprannominato “TONTON”. Amante della musica e attivista, era uno scrittore di lingua francese che non ha mancato di fare importanti riflessioni sul colonialismo e i suoi effetti.

Cedri e Balene dell’Atlante, in effetti, inizia con uno scontro tra il protagonista, intellettualoide idealista, e sua moglie Edith, francese borghese trasferitasi per amore in Marocco. Amale Samie la chiama “la straniera”, la francese, non mancando di arguire sul modo di fare ottuso e perbenista, nonchè finto femminista, della moglie. “Vedete come sono democratica, vi permetto di non pensare proprio come me“, immagina che pensi Edith. La critica in modo duro, e lo scontro tra i due (non più) innamorati è probabilmente la parte più interessante dell’intero e breve romanzo.

La trama pensata da Amale Samie è lineare, a tratti la sua scrittura è arguta – ma solo a tratti, perchè la storia si fa dimenticare e procede senza originalità alcuna. L’alcol sfrenato e le serate di baldoria di uno scrittore squattrinato: sposato da anni (a soli trent’anni), perde la testa per una giovane e ribelle marocchina. Altro? Poco o niente, se non riflessioni (a volte forzate).

La copertina non fa il libro? Vero, perchè le copertine di Barbés Editore sono tutte veramente accattivanti. Dovreste sapere (io non sapevo) che questa casa editrice è la predecessora (sì, è una parola rara che però utilizzo per dare giustizia al femminile) di Clichy Edizioni. Questo vi farà intuire, data la data (gioco di parole) di pubblicazione, che la mia copia di Cedri e Balene dell’Atlante è stata acquistata in una bancarella alla Fiera del Libro di Bologna, lì nei pressi della stazione.

Se è vero che vi si possono scovare davvero dei gran tesori a prezzi più che modici irrisori, escluderei Amale Samie dalle mie prossime letture di narrativa.

john berger, modi di vedere

Modi di vedere di John Berger

Desiderio e paura, le due parole che respirano insieme in un solo respiro. Se l’amore ha un cuore, è in quel respiro.

Vi prego, leggete John Berger. Potrei riassumere questa raccolta di saggi così, con quest’unica frase. John Berger ha vinto il Booker Prize nel 1972, e in Modi di vedere c’è il suo discorso alla premiazione, il quale fa comprendere ben presto la personalità di questo scrittore. Ha infatti deciso di donare metà dei soldi del premio alle Pantere Nere (movimento rivoluzionario afroamericano), usando poi l’altra parte dei soldi per finanziare il suo studio sui lavoratori migranti (A Seventh Man).

Ma in Modi di vedere troverete molto altro, interviste e soprattutto saggi (curati da Maria Nadotti), uno più interessante dell’altro in cui l’autore ci parla sempre in modo diretto, senza fronzoli. John Berger è stato un critico d’arte, scrittore, disegnatore, insegnante, impegnato nelle grandi cause, schierato politicamente, e tra l’altro molto ammirato da Arundathi Roy con cui ha condivideva la passione per una scrittura impegnata e che desse voce ai più deboli.

Mentre lei sogna

Tra tutti i suoi libri – splendidi quelli di critica d’arte – questa raccolta di testi ha la caratteristica di essere estremamente coinvolgente. Uno dei testi più belli è a mio parere la lettera al sindaco di Lione, “Mentre lei sogna”, in cui Berger parla delle condizioni delle carceri descrivendole nel modo più toccante possibile, in una chiave narrativa che riesce a colpire il lettore. Mi ha emozionato leggerlo:

Continui a sognare, signor sindaco, e lo potrà sentire. Dietro le mura, al di là di un minuscolo cunicolo, a ridosso della seconda serie di mura, a destra e a sinistra, si ha l’impressione di un sonno ammassato; e a fronteggiarlo, quasi toccandolo, la totale indifferenza delle pietre squadrate, delle sbarre in ferro e dei mattoni cementati, in una vicinanza strana, persino più crudele di quella della terra pressata intorno ai cadaveri. […] Qual è, secondo lei, signor sindaco, l’edificio che ospita il più gran numero di sogni? la scuola? il teatro? il cinema? la biblioteca? l’hotel intercontinental? la discoteca? E se fosse il carcere? Innanzitutto, un carcere moderno è fondato su tutto un insieme di sogni: il sogno della giustizia civica, il sogno della riforma, il sogno della polis della virtù civica. E poi ci sono i sogni sognati adesso, notte per notte. Che certo comprendono anche gli incubi e il terrore dell’insonnia. […] E in più, c’è l’infinita successione dei sogni più esili. Il sogno del mare – il Rodano è appena al di là di un giardino, e i piccioni che sporcano le inferriate sorvolano il fiume. Il sogno di prendere il tgv per Parigi: ne parte uno ogni ora, e la linea passa ancora più vicino del Rodano. Sogni di vita privata, di un tempo e di uno spazio privati. Scegliersi una data – ad esempio sabato, 6 maggio – in cui si farà qualcosa che si è deciso di fare per proprio conto! Sabato andrò a trovare mio cognato a Bapaume. Sogni di donne. Sogni di porte aperte. Sogni di sabato sera. Sogni furiosi di farla finita. Sogni della fine delle cazzate. C’è infine il sogno forse più costante, più onnipresente di tutti.

Berger si rivolge al sindaco ricordandogli che nelle carceri ci sono esseri umani con pensieri e emozioni e che hanno delle madri. Immagina che una madre qualunque racconti qualcosa a suo figlio, lì in prigione: inizia la storia metaforica (tremendamente efficace) di un topolino che viene catturato in una trappola, e un detenuto di volta in volta, osservando le reazioni di terrore degli animaletti, li libera. Funziona talmente tanto, il racconto, che fa stringere lo stomaco. La proposta finale di Berger è di trasformare la prigione in un meleto, i cui alberi in teoria dovrebbero avere una distanza di 6 – 8 metri, mentre – ricorda – le celle attualmente misurano soltanto 3 X 3,6 metri.

Berger l’eclettico

Ho scoperto che a questo mondo volevo avere a che fare il meno possibile con chi esercita il potere. 

Un capitolo interessante della raccolta contenuta in Modi di vedere è il capitolo su Ramallah, in cui chiaramente non manca la visione politica dell’autore. Eppure non è neanche quella la centralità del testo, ma i dettagli di vita quotidiana dei palestinesi che ci spingono a riflettere sul concetto di umanità. Vi invito a leggerlo, ancora.

Non manca nel testo un’intervista in merito alla collaborazione con Alain Tanner, regista cinematografico con cui Berger ha lavorato più volte. Toccante è anche il capitolo su Nazim Hikmet, poeta eccezionale e prigioniero politico.

E vi troviamo anche un diario fotografico e un’analisi del Caravaggio perchè, diciamoci la verità, Berger è un maestro appunto del guardare (non per niente la sua opera più famosa è Questione di sguardi), anche se quegli sguardi riesce anche a tramutarli in parole. Appare difficile categorizzare un autore così eclettico che riesce a dare mille spunti in mille modi diversi.

Le domande che mi sono venute in mente dopo aver chiuso Modi di vedere sono state parecchie, ma le principali sono:

  • perchè non conoscevo questo autore?
  • perchè non corro subito a esplorare il suo variegato contributo al mondo?

Alla prima non so rispondere, alla seconda porrò rimedio.

Essere pienamente vivi nel nostro mondo, così com’è. Mettersi vicini a coloro per i quali questo mondo è diventato intollerabile, e ascoltarli…
L’unico sogno che vale la pena di avere è di vivere finché si è vivi e di morire solo quando si è morti.
Che cosa significa esattamente?
Amare. Essere amati. Non dimenticare mai la propria insignificanza. Non abituarsi mai alla violenza indicibile e alla volgare disparità della vita che ci circonda.
Cercare la gioia nei luoghi più tristi. 
Inseguire la bellezza dove si nasconde.
Non semplificare mai ciò che è complicato e non 
complicare ciò che è semplice.
Rispettare la forza, mai il potere.
Soprattutto osservare. Sforzarsi di capire.
Non distogliere mai lo sguardo.
E mai, mai dimenticare.

La ragazza del convenience store di Sayaka Murata

La ragazza del convenience store di Sayaka Murata

A fare il successo de La ragazza del convenience store non è nè l’atmosfera nipponica, nè lo stile di scrittura dell’autrice, piuttosto è la tematica dell’alienazione dell’individuo all’interno della società. Il tutto raccontato con originalità e leggerezza.

Furukura lavora in un kombini – un convenience store, uno di quei negozi aperti 24/24 che vende, praticamente, ogni tipo di genere alimentare. Part-time, in condizioni assurde, i dipendenti devono esercitarsi a dire buongiorno, a dire grazie mille con entusiasmo e a essere, più che gentili, delle vere macchine di falsità e disponibilità davanti al cliente.

Tutto ciò che avviene però all’interno del negozio è una routine salvifica per la protagonista, che fin da bambina si è sentita “anormale”. I suoi genitori, sua sorella e le sue poche amiche la criticano perchè non è sposata e non ha un lavoro a tempo indeterminato, ma lo stesso lavoretto da studentessa da diciott’anni. In poche parole, è un’esclusa, malvista da chiunque.

In questo piccolo mondo che si regge sulla normalità, gli elementi estranei devono essere eliminati, uno dopo l’altro, in silenzio. Le presenze anomale vanno scartate.

Ciò che conta, insomma, non è essere felici e neanche avere proprie peculiarità: ma essere un ingranaggio accettato dalla società.
Furukura soffre perchè non hai mai capito come fare a integrarsi, e quindi lei imita gli altri in tutto e per tutto: il modo di parlare, il tono della voce, le espressioni facciali. Lei cerca di apparire come gli altri copiando
letteralmente i loro gesti e le loro emozioni, simulandole.

Il sistema sociale come giudice spietato

Fa tenerezza, e anche rabbia, pensare a quanti sforzi possa richiedere apparire “normale”, o almeno ciò che per gli altri è visto come normale. L’unico mondo in cui La ragazza del convenience store si sente al suo posto è il kombini. Sistemare le merci, fare felici i clienti, ma anche i suoni, la musica, i ritmi del negozio sono per lei l’unico ponte che ha con una realtà di essere umani normali.

Anche se distante fisicamente, sono in perenne contatto col kombini. Anche se sono lontana, non smetto mai di pensare allo SmileMart e ai mille piccoli avvenimenti che animano quel mondo luminoso, e intanto mi accarezzo piano le ginocchia, le unghie tagliate corte per poter gestire al meglio le operazioni alla cassa. […] Un mondo perfetto, immutabile, che continua a girare senza sosta. Nutro una fede assoluta e cieca in questo microcosmo luminoso.

Furukura è una pazza? Una donna di trentasei anni dedita soltanto al suo lavoro di commessa, è da considerarsi un’emarginata asessuata e fallita? A quanto pare, in Giappone – e non soltanto, sì.

L’incontro con Shiraha, un ragazzo che agli occhi del mondo è considerato come Furukura, un fallito per di più uomo e con ancora più gravi responsabilità, non cambierà nulla. La quarta di copertina fa quasi credere a una svolta, a un tocco romance che in realtà non esiste.

In realtà questo romanzo dai toni molto leggeri è una profonda critica sociale al sistema giapponese che impone pressioni molto forti perchè l’individuo segua le convenzioni sociali: sposarsi, trovare un lavoro, fare figli. La protagonista del nostro convenience store è senza dubbio bizzarra, difficile da interpretare, incapace di capire fin da bambina anche la minima norma del vivere sociale e quotidiano. Eppure, nella sua stranezza in cui difficilmente ci si immedesima, ella incarna la diversità, che andrebbe preservata anzichè soppressa.

La ragazza che brucia di Claire Messud

La ragazza che brucia di Claire Messud

Sarò franca: a bruciare vorrei che fosse questo romanzo. Detesto farmi ingannare nell’acquisto. È vero che non sempre prima di comprare un libro faccio ricerca, leggo recensioni e via dicendo, perchè mi piace anche farmi ispirare dal momento, ma con La ragazza che brucia ho toppato su tutti i fronti.

Non posso non essere intransigente nel parlare de La ragazza che brucia, e rabbrividisco nel leggerlo accostato a la tetralogia di Elena Ferrante, onestamente. La storia tra due amichette, una molto diversa dall’altra, non basta di certo per tenere in piedi un paragone del genere. Mi ha anzi ricordato piuttosto Swing Time di Zadie Smith, scrittrice però da me molto più apprezzata.

Perchè non leggere Claire Messud

Andiamo per ordine. Julia è intelligente e brava a scuola, Cassie no. Julia ha entrambi i genitori, Cassie non ha il padre. Le due si vogliono bene e poi alle scuole medie si allontanano, soprattutto per i comportamenti “devianti” di Cassie, che beve e fa la languida coi ragazzi. Entra in scena il nuovo compagno della madre che le rende la vita insopportabile, tanto che ogni tanto scappa di casa. Questa sarebbe la nota noir di cui si parla nella quarta copertina.

Domanda: ma come vi viene in mente di far passare questo romanzetto adolescenziale per un “mystery ad alta tensione”? Qui si parla di una ragazzina che si racconta in prima persona, che si allontana dalla sua migliore amica quando le due crescono e prendono strade diverse. Niente più niente meno, se non fosse che lo stile di scrittura è a volte imbarazzante. Non mancherò di citarvi alcune parti de La ragazza che brucia per condividere con voi la mia titubanza durante la lettura.

Commento al testo

“Bev era sempre allegra – tranne quando non lo era.” Precisazione fondamentale, direi. Era pure triste, immagino, tranne quando non lo era. E arrabbiata, quando non lo era, ovviamente, eh.

“Ci guardammo, quasi sorridendo ma senza farlo, una specie di reciproco sguardo da Monna Lisa.” Non credo che questo paragone sia efficace.

“Rimasi in mutande e reggiseno – uno che mi piaceva un sacco, con il pizzo e un motivo leopardato fluorescente verde e marrone – e mi tuffai dalle rocce.” Tralasciando il pessimo gusto della protagonista in materia di biancheria intima, vorrei proprio sapere a che scopo fornire questa descrizione.

“E Cassie mi scrisse: Tu sì ke konosci mia mamma. Kekazz, eh? @ kasa!” Non so se la colpa sia della traduttrice, ma l’idea di rendere questo slang adolescenziale con le k è una scelta pessima. Uno scambio di messaggi da evitare, magari in favore di un bel discorso indiretto.

“Stava “facendo la seria”, come se ci trovassimo in un episodio di Supernatural o qualcosa del genere”. Paragone veramente affascinante. Idem per “dove lei era Regina George in Mean Girls, e io ero Janis”.

“… il braccio infilato dentro la vetrata in pezzi, come se stesse facendo partorire una vacca.” Ma in che senso? Ma perchè piazzarmi davanti l’immagine di una vacca che partorisce solo per dirmi che il personaggio ha infilato il braccio nella finestra?

Insomma, la scrittura di Claire Messud, di cui non ho letto altro, a mio parere lascia alquanto a desiderare.

Il paese delle prugne verdi di Hertha Müller

Il paese delle prugne verdi di Hertha Müller

Tutti vivevano di pensieri di fuga.

Questo è uno di quei libri che scopri per caso e che leggi in un giorno. Il paese delle prugne verdi di Hertha Müller è un romanzo difficile, bellissimo, poetico e triste, che ha fatto vincere all’autrice il premio Nobel nel 2009. La Müller? Mai vista in libreria, mai sentita prima, ho trovato il suo romanzo tra gli scaffali di mia madre. Per fortuna.

Mio padre, diceva Georg, ha portato con sè la bicicletta in stazione, in modo da non dover camminare tanto accanto a me all’andata e da non dover sentire con le mani, al ritorno, che stava tornando a casa da solo.

Tutto si svolge a Bucarest, nella Romania di Ceausescu. C’è Lola, ragazza svampita, descritta in modo così ermetico, confuso, che è difficile definirla. Lola viene violentata, dal professore di ginnastica e cade nello sconforto. Molto di ciò che accade lo si intuisce soltanto, se si è bravi a decifrare la prosa complessa dell’autrice. La ragazza finisce per suicidarsi impiccandosi con una cintura e il Partito Comunista la espelle rinnegandola. In una riunione in aula magna tutti sono costretti ad assentire.

Solo coloro che erano diventati pazzi non avrebbero alzato la mano nell’aula magna. Avevano scambiato la paura con la follia.

Soltanto dopo una sessantina di pagine inizia davvero la storia e si entra nello stile della Müller.

L’atmosfera è quella di terrore. Dittatura è mancanza di libertà, senza via di uscita. Dittatura è sospetto, paura, ingiustizia. La voce narrante in prima persona è quella di una ragazza appartenente allo stesso dormitorio e studentato di Lola. Insieme a Edgar, Georg e Kurt – i protagonisti di questo romanzo grigio – tenterà di capire cosa è successo a Lola. Ma sarebbe un errore immaginare Il paese delle prugne verdi come la misteriosa ricerca di un colpevole o della verità. Hertha Müller, con la sua scrittura visionaria, dà spazio all’immaginazione e all’interpretazione, ma un elemento del romanzo resta di univoca comprensione: dalla dittatura non escono vinti e vincitori, solo morti e fautori di cimiteri.

Se uno, solo perchè cammina, mangia, dorme e ama qualcuno, fa cimiteri, allora è un errore più grande di noi. Un errore per tutti, un errore enorme.

Bisogna insistere nella lettura perchè si venga, d’un colpo, trascinati in questa sensazione scomoda di rabbia, impotenza e di amore. I personaggi, di lingua tedesca, vengono minacciati, sono succubi di atti intimidatori e interrogatori, perfino di ispezioni, ma hanno una sola cosa che li spinge ad andare avanti: il loro legame. La loro speranza di farcela.

Poichè avevamo paura, Edgar, Kurt, Georg e io stavamo insieme ogni giorno. Stavamo seduti al tavolo, ma la paura rimaneva isolata in ogni testa, così come ce la portavamo dietro quando c’incontravamo. Ridevamo molto, per nasconderla gli uni agli altri. Perchè la paura svicola. […] Spesso non ci sopportavamo, perchè dipendenvamo gli uni dagli altri. Dovevamo offenderci.

La protagonista, Edgar, Georg e Kurt comunicano tra loro consapevoli di essere costantemente spiati. Per verificarlo, lasciano capelli nelle lettere. Sulle valigie. Se i capelli scompaiono, capiscono di essere stati controllati. Le poesie sono bandite dal regime, non si inneggia ai sogni, non si parla di un futuro altrove. L’arte è proibita, se non conforme al regime. E le persone scompaiono, di volta in volta.

Pensai che Edgar, Kurt e Georg, poichè scrivono poesie, scattano fotografie e intonano un canto qua e là, accendono l’odio in coloro che fanno cimiteri.

I quattro ragazzi aspettano solo il loro turno, piegati dal dolore e dall’ansia. Le morti, spacciate per suicidi, si susseguono, e intanto i protagonisti sono costretti a nascondere i loro oggetti (libri, semplici scritti) in luoghi insospettabili, rischiando la vita di continuo.

Il dittatore è ovunque. Onnipresente, immortale, e “a ognuno passava per la testa il cadavere del dittatore, come la propria vita rovinata. Tutti volevano sopravvivergli”, scrive la Müller, che tanto aggiunge della propria vita a Il paese delle prugne verdi. La potenza di questo romanzo sta nella forza delle parole che diventano immagini, nei minuscoli dettagli. La riuscita è efficace, e va a segno.

Ogni notte devo chiedermi se il giorno arriverà.

Elena Ferrante

L’amica geniale

La tetralogia di Elena Ferrante: perchè si fa amare così tanto?

di Elvira Santagata

La discesa nei meandri di “L’amica geniale” è iniziata quando, in maniera saltuaria, mi sono affezionata ai personaggi delle serie tv trasmessa dalla Rai. Non riuscendo a vedere l’intera fiction, ho deciso, come per ribellione a me stessa, di colmare i miei vuoti nel flusso temporale con il racconto del libro, senza adagiarmi alla ricerca in streaming delle puntate perse. Ho iniziato a leggere sfiduciata, non a causa della Ferrante, ma per me stessa: recentemente non resisto con un libro in mano per più di 10 minuti.

Capirete il mio stupore quando, posando il libro sul comodino la sera per mettermi a dormire, ho preso in mano il cellulare per impostare la sveglia ed erano le 4.00 del mattino! (Ecco perchè la Ferrante continua a essere ai primi posti in classifica per i libri più venduti…)Non mi capitava di far notte fonda a leggere da anni, così persa nelle pagine di ben 4 romanzi, l’uno legato all’altro nell’intreccio delle vite di Lenù e Lila, le due protagoniste: due bambine e poi due ragazzine e infine due donne.

Lenuccia in prima persona racconta la storia sua e di Lina Caracci, la sua “amica del cuore”, la parte di sé più cattiva e più brava, quello specchio in cui vede sempre l’irraggiungibile da sconfiggere. Io lettrice, invece, mi sono appassionata ed affezionata ad ogni personaggio intrecciato con la storia di Napoli e del rione dal quale le due ragazze provengono, in cui nascono e in cui probabilmente (non lo scopriremo mai) muoiono.

Vediamo chi la spunta questa volta, mi sono detta. Ho acceso il computer e ho cominciato a scrivere ogni dettaglio della nostra storia, tutto ciò che mi è rimasto in mente.

Uno stile semplice e una storia accattivante

Le cose da dire sono due: i quattro romanzi si leggono con semplicità, la stessa semplicità che sembra essere evocata dalla scrittura, chiara e nitida, modellata secondo l’ottica enunciata da Lenuccia (anch’essa scrittrice) per cui un testo deve risultare accattivante.

La storia di queste due amiche geniali funziona, anche se si staglia su 60 anni delle loro due vite e tanto geniali forse non riescono ad essere mai davvero. Non è solo la storia di un’amicizia femminile in un quartiere degradato del sud Italia, e dunque un interessante spaccato di storia d’Italia e di Napoli. Quello che colpisce è la qualità del legame, che noi sappiamo essere fin da subito di lunghissima durata, tra le due protagoniste.

Entrando la Ferrante nelle pieghe della testa di Elena Greco, ci porta in un mondo frastagliato, quello dell’io della protagonista, continuamente succube e in competizione con quella che dovrebbe essere la sua amica del cuore, ma che spesso si rivela una nemica geniale. La lotta all’ultima sferzata di genialità, per dimostrare di essere una più vincente dell’altra, risponde al classico modo del rione in cui se uno è meglio di un altro, allora ha vinto. Le due ragazze, entrano ed escono (con fatica) dai canoni del Rione, dove il migliore è ovviamente quello che ha più soldi.

La ricchezza, in quell’ultimo anno delle elementari, diventò un nostro chiodo fisso. Ne parlavamo come nei romanzi di parla della ricerca di un tesoro. Dicevamo: quando diventeremo ricche faremo questo, faremo quello. A sentirci, pareva che la ricchezza fosse nascosta in qualche posto del rione, dentro forzieri che una volta aperti mandavano bagliori, e aspettasse solo che noi la trovassimo. Poi, non so perché, le cose cambiarono e cominciammo ad associare lo studio ai soldi. Pensammo che studiare molto ci avrebbe fatto scrivere libri e che i libri ci avrebbero rese ricche. La ricchezza era sempre un luccicore di monete d’oro chiuse dentro innumerevoli casse, ma per arrivarci basava studiare e scrivere un libro.

La stessa madre di Elena non dimentica mai di fare paragoni fastidiosi su chi è meglio tra le due, se la figlia o l’amica del cuore, e di turbare la figlia con i suoi commenti pungenti paragonandola di continuo a Lina, nel bene e nel male, fomentando ad ogni suo “passo zoppo” e claudicante le insicurezze della figlia. Chi è davvero geniale? Ovviamente nel romanzo nessuna delle due amiche (ognuna reputa l’altra geniale, ma sembra che Lila faccia sentire Elena geniale al fine di gestire e manipolare sempre quella brillantezza con la sua) vince realmente sull’altra.

Cosa significa essere geniali?

La vita stravolge Lila e Lenù, e in questo romanzo – che si fa anche di formazione della coscienza delle due donne, ogni volta le certezze finiscono per essere ammazzate, così come le più luminose o buie personalità del rione. Napoli, Genova, Firenze, Milano, il dialetto, l’italiano, la storia di Italia, del femminismo, l’avvento della tecnologia, il terremoto dell’80… sono il filo rosso che tiene insieme la cornice del romanzo.

Le due protagoniste sono disegnate ad arte dall’autrice, nessun rapporto è semplice, e i legami umani sono sempre scrutati dall’interno: prima ci si gira intorno e poi ci si entra dentro.

Seppur l’insicurezza cronica di Elena mi abbia a tratti molto infastidito, e la sua dipendenza dal confronto e dal giudizio di Lila mi abbiano addirittura irritata, è quello il ponte da cui ci affacciamo, così come fa la protagonista, a tutti gli altri personaggi.

Elena si butta nelle cose ma quasi sempre percepisce che sta per fallire; quando non fallisce, succube delle lodi del prossimo, allora rinasce in se stessa. Ma se fallisce si sente quasi di più se stessa, più vera, in quanto abituata ad essere l’ombra di Lila. Questa idea si trascina fino alla vecchiaia, quando teme di essere sconfitta dall’amica anche nell’unica cosa buona che abbia mai veramente fatto per sé, la scrittrice. E questa idea torna senza fine nel suo lungo e idealizzato rapporto con Nino, del quale quasi ci innamoriamo anche noi e dal quale vorremmo poi proteggerla, invano.

La genialità, senza studio, non dà opportunità per evadere dal Rione. Elena viaggia, Lila no. Lo studio permette a Lenù di diventare una scrittrice, di lasciare il Rione, di sconfiggere, con minuziosa perseveranza (Lenuccia deve combattere molto quando va al Nord all’università, per perdere il suo accento napoletano e liberarsi dei suoi schemi mentali) una serie di caratteristiche che la inchiodano al Rione, ma alla fine, è al Rione che torna. Ci torna da scrittrice famosa, ci torna da donna indipendente, si esilia dalle leggi del Rione, anche l’amica la protegge dal buco nero del Rione, ma è lì torna.

Lila invece resta ormeggiata alle leggi del Rione, e la sua genialità, che le permette di sopravvivere in diverse circostanze e di “vincere” sui capi camorristici del Rione per un po’, non è abbastanza. Infatti alla fine quella stessa vita, da cui non è riuscita mai a sfuggire, esce sconfitta. Insomma, la genialità di Lila senza lo studio non basta, ma quella di Elena votata al sacrificio e allo studio, neanche è abbastanza, perché come spesso lei ricorda, senza Lila non avrebbe mai scritto neanche un rigo.

Capii che ero arrivata lì piena di superbia e mi resi conto che -in buona fede certo, con affetto- avevo fatto tutto quel viaggio soprattutto per mostrarle ciò che lei aveva perso e ciò che io avevo vinto. Ma lei se ne era accorta fin dal momento in cui le ero comparsa davanti e ora, rischiando attriti coi compagni di lavoro e multe, stava reagendo spiegandomi di fatto che non avevo vinto niente, che al mondo non c’era alcunché da vincere, che la sua vita era piena di avventure diverse e scriteriate proprio quanto la mia, e che il tempo semplicemente scivolava via senza alcun senso, ed era bello solo vedersi ogni tanto per sentire il suono folle del cervello dell’una echeggiare dentro il suono folle del cervello dell’altra.

Napoli, una terza amica geniale

Andando mano nella mano con le vicende della vita di ben due donne, opposte e identiche, ovviamente i temi per riflettere non mancano mai. Quale sia la vera liberazione, se è possibile fuggire da Napoli, se mai Napoli o l’Italia potranno davvero cambiare, cosa vuol dire donna oggi e cosa ha voluto dire ieri, quanto pesa la politica o l’educazione e la classe sociale sulle nostre vite e scelte. Cosa significa amare, cosa significa matrimonio, cosa vuol dire comunicare, cosa significa umiliazione e anche cosa significa scrivere.

Che grave negligenza era stata nascere e vivere a Napoli senza sforzarmi di conoscerla. Stavo per lasciare la città per la seconda volta, ci ero rimasta complessivamente per trent’anni pieni della mia vita, e tuttavia del luogo dov’ero nata non sapevo granché.

“L’amica geniale” di Elena Ferrante ti porta per mano nella storia di Napoli, una storia eterna che costringe a prendere coscienza di un vero disagio personale, sociale e assolutamente ancora oggi reale, che pulsa e vive nelle ossa di chi, come le due protagoniste, nasce e cresce in un luogo dove tutto sembra predestinato, eterno, inguaribile. In questo romanzo la città, poi l’Italia, incarnano quasi loro stesse quel gioco di forza che Lila stabilisce sempre con Lenù. La città stessa implica che vali di più se riesci ad essere meglio degli altri. Se hai più soldi, se sei più ricco, se studi al punto di prevalere sui poveri, se comandi tu.

Questo romanzo ti accompagna nelle emozioni umane pure e vere, dove gelosia, invidia, bisogno di sopraffazione camminano insieme ad amore e affetto. Dove vincere vuol dire dimostrare sempre qualcosa e dove si scorge un sentimento basilare del vivere: nonostante tutto, sempre meglio non camminare da soli, anche se la tua amica del cuore forse ti ha manipolata fin dal primo giorno, pur di condurti ad essere più forte di quello che sei.

Elena Ferrante

Tempo di seconda mano

Tempo di seconda mano di Svetlana Aleksievič

“La vita in Russia dopo il crollo del Comunismo”, questo il sottotitolo del libro di Svetlana Aleksievič, premiata col Nobel per la letteratura nel 2015 grazie alla sua ricerca attenta e intensa. Una ricerca che è durata trent’anni, in cui l’autrice ucraina – cresciuta in Bielorussia – ha intervistato persone comuni dando vita a diversi scorci, sotto vari punti di vista, della Russia, amata, detestata, travolta dalla Storia.

Era il socialismo ed era, semplicemente, la nostra vita. Allora non ne parlavamo molto. Ma adesso che il mondo è cambiato in modo irreversibile, tutti hanno incominciato ad interessarsi alla nostra vita di allora: bella o brutta che fosse, era comunque l’unica che avevamo.

A parlare è la verità, la verità di ciascun intervistato che ha vissuto il comunismo, il tempo del sogno di una grande Russia. Ma che ha vissuto anche la paura e Stalin, con le deportazioni e le sparizioni. E poi la Guerra Fredda e la Perestroika di Gorbaciov, l’avvento di un capitalismo senza freni, con le delusioni cocenti per i cittadini russi, e gli spargimenti di sangue.

La voce del popolo russo

La Aleksievič non è brava, di più: dà voce a un popolo intero, senza mai commentare. Racconta – o meglio fa raccontare – come il sogno comune socialista sia crollato e come questo abbia spezzato i russi più della povertà.

Eccola dunque – la libertà! Potevamo imaginare che avesse quest’aspetto? Certo, eravamo pronti anche a dare la vita per i nostri ideali. A lottare strenuamente. E invece era cominciata un’esistenza cechoviana. Senza storia. […] Un socialismo più mite… più umano… E che cosa abbiamo ricevuto? Un capitalismo selvaggio.

Riprendiamo ciò che scrive Valentina Parisi nell’articolo “Auscultazione del mistero sovietico“:
“Se infatti nella prima parte del libro, dedicata agli anni novanta, la dolorosa rielaborazione dell’esperienza socialista riveste un ruolo centrale, nella seconda, centrata sul decennio successivo e significativamente intitolata Il fascino del vuoto, l’accento si sposta sul culto edonistico del benessere odierno, o sull’ancor più attuale revival autoritario alimentato dalla nostalgia per la perduta dimensione imperiale dello stato sovranazionale sovietico.”

Le testimonianze che raccoglie la Aleksievič sono vere e toccanti, terribili. Uno studente condannato a dieci anni di lager per aver scherzato su Stalin, una donna che perde il marito e il figlio perchè denunciati dal vicino di casa senza motivo apparente, l’ondata di cambiamento che inonda il Paese impoverendo le tasche e gli animi. Ciò che esce fuori da Tempo di seconda mano è un quadro, forse riduttivo ma molto vivido, dello spaccato sociale in Russia nell’ultimo secolo. A renderlo interessante è il flusso di coscienza dei personaggi, così reale, che fa da filo conduttore durante anni diversi della storia.

L’autrice, poichè duramente critica nei confronti di ogni violenza e regime dittatoriale, è stata anche esiliata per il suo lavoro. Non di inferiore importanza sono gli altri scritti della Aleksievič, che per quanto non si possano definire puramente letterari, offrono una visione umana e quanto più polivalente possibile.

Non faccio che girare intorno al dolore. Non riesco ad allontanarmene. Nel dolore c’è tutto: tenebra, solennità, qualche volta credo che il dolore crei come un ponte tra le persone, un legame segreto; qualche altra sono in preda alla disperazione, penso invece che si crei un abisso.

Lessi questo libro poichè tra i consigliati del mio esame universitario “Storia e memoria”, e non so se l’avrei letto in altri casi, come scelta personale.