Le ragazze di Emma Cline

Le ragazze di Emma Cline è un romanzo che si presenta malissimo: una copertina trash degna del peggior young adult e un titolo tanto insignificante quanto banale. La sinossi non aiuta e, probabilmente, neanche sapere che la storia è liberamente ispirata alle vicende tragiche e macabre della notte del 9 agosto 1969, in cui i seguaci di Charles Manson compirono una strage brutale al limite di ogni immaginazione, anche la più perversa. (A tal proprosito, da guardare il documentario Roman Polanski, a film memoir: il regista all’epoca era sposato con l’attrice Sharon Tate, uccisa incinta a sole due settimane dal parto). Una storia adolescenziale su fatti tanto drammatici e sconvolgenti? No grazie, risponderebbe un avveduto lettore. Ma farebbe un errore, perchè Le ragazze, l’esordio della ventiquattrenne Emma Cline, merita di essere letto. E soprattutto si fa leggere grazie allo stile originale e accattivante.

Evie contro Evie

Sono numerosi i punti a favore di questo romanzo. Il primo è sicuramente la scelta lessicale dell’autrice. A colpire sono l’originalità delle metafore e la particolare attenzione data all’aggettivazione. Grazie a questi, il lettore entra a pieno nel mondo dell’adolescente Evie, una quattordicenne come tante, inquieta, speranzosa, arrabbiata. In cerca della propria identità, bisognosa di attenzioni, di amore. Il suo è un punto di vista tutto al femminile, consapevole già del potere maschile sulle donne, le quali hanno una capacità di sopportazione quasi smisurata e che comprendono ben presto quanto sacrificio richiede dover compiacere gli uomini. Le ragazze della Cline sono fragili, dedite a ogni sofferenza pur di ricevere in cambio tenerezza e stima.

“Io gliela invidiavo, quella fiducia, il fatto che qualcuno potesse cucire insieme le parti vuote della tua vita fino a farti sentire che sotto di te c’era una rete, capace di legare ogni giorno al successivo.”

Il secondo punto a favore del romanzo è l’accurata descrizione di un’età controversa come l’adolescenza. La Evie ormai matura, che si racconta tramite flashback, ha ben poca personalità – forse perchè troppo segnata dagli eventi passati, mentre la Evie adolescente è un personaggio chiaro per quanto controverso, capace di fagocitare il lettore nel periodo a metà tra l’infanzia e l’età adulta, che forse per lei giunge troppo presto. Un racconto in prima persona di quanto la vacuità di ciò che ci circonda può facilmente condurci in direzioni impreviste, deleterie, purchè si abbia qualcosa in cui sentirsi inclusi – e, ancora una volta, per cui sentirsi amati.

“Ero una ragazza qualunque, e questa era la delusione più grande di tutte: su di me non splendeva nessun’aura di grandezza. […] Il fatto che mi dicevano continuamente che mi stavo divertendo , e non c’era verso di scoprire che non era vero. […] Quell’assenza che avevo dentro, intorno a cui potevo rannicchiarmi come un animaletto.”

Altro merito di Le ragazze è di avere un ritmo incalzante da thriller. Perchè alla base c’è la storia di un ranch, di ragazzi (e soprattutto ragazze) abbandonati dalla società o scappati di casa e sedotti da un guru che, tra acidi e orge, li plasma, li convince, li spinge all’omicidio. Ma le domande sottese sono tante: davvero i personaggi – tutti ispirati a persone reali – vengono spinti a uccidere o era esattamente ciò che volevano? Non è fragile e sottile la linea tra bene e male, non è a volte il caso a scegliere per noi?

Io cosa avrei fatto?

Questa è la domanda della Evie adulta: Io, cosa avrei fatto? Fino all’ultimo se lo chiede, senza mai darsi risposta. O forse la risposta è più inquietante di quanto voglia ammettere: probabilmente l’avrei fatto. Non svelando il perchè lei non parteciperà alla notte di inaudita violenza, anticipiamo che Evie non saprà mai cosa sarebbe diventata se avesse seguito gli altri nella “follia” omicida che li ha travolti. Questo il fascino della storia, la collisione tra la normalità dei “cattivi” e l’ignavia e indifferenza dei potenzialmente “buoni”. Che sono anche potenzialmente cattivi, oltre che facilmente influenzabili.

Il contesto degli anni 60 in America permette alla Cline di affrontare altri temi quali il rapporto con i propri genitori, il sesso libero, la droga, l’idea di una società più libera, o sicuramente diversa, come anche aveva fatto Lauren Groff con Arcadia.

“Il vecchio mondo, dove i soldi rendevano tutti schiavi, dove ci si abbottonava la camicia fino al collo, strangolando tutto l’amore che si aveva dentro.”

Ma ciò che ammalia ne Le ragazze non è soltanto questo, perchè non si può dire che non sia anche un romanzo d’amore. Nella ricerca della propria identità, Evie scopre anche ciò che la attrae, ciò che può essere diverso da ciò che avrebbe pensato. (cit lesbica). Un amore che sembra sempre disperato e bisognoso, spesso univoco, maltrattato, svalutato, ma che sopravvive lucente nel degrado, nello squallore, e che conduce anche a gesti estremi, a farli o soprattutto non farli. Amore è proteggere? Evie diventa, a un punto della sua vita, alter ego della persona amata, come l’autrice spiega nel finale. Ci può mancare un’assassina? Possiamo amarla nonostante tutto, nonostante le unghie spezzate, la faccia scavata dalla fame, la sporcizia, l’impassibilità, la fiducia cieca che nutre per qualcun altro a cui concede il suo corpo, e soprattutto nonostante la sua capacità di uccidere?

Sono tanti gli spunti di riflessione che offre Emma Cline, ed è per questo che tanto ha fatto parlare il suo romanzo d’esordio. Il punto di vista su questa vicenda è giovane, perchè giovane è la Cline, che sembra astenersi da giudizi sulle assassine per ricordare, appunto, che sono solo delle ragazze.

Condivido, solo in parte, la critica di Christian Raimo su L’internazionale, che scrive: “La sensazione che ne ricavavo, pagina ricamata dopo pagina ricamata, era certo quella di una efficacia visiva rara, dall’altra parte però anche quella di un’esibizione del proprio essere ipermetrope.”

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