L’armonia degli opposti di Nicola Bolaffi

L’armonia degli opposti di Nicola Bolaffi

Un romanzo banale che fa fatica a farsi leggere. Stile fiabesco per sognatori senza pretese.

SINOSSI: Otto, calzoncini corti e maglia a righe da cui si intravedono le scapole magre, adora le favole. Quelle che gli racconta suo padre quando lo accompagna a scuola. Perché con il potere della fantasia tutto è possibile. Anche far felice sua madre che passa le giornate nel letto, al buio, senza parlare con nessuno. Senza riuscire a giocare con lui. Otto non sa cosa le accade, ma il suo unico desiderio è farla sorridere.
Greta è una bambina bellissima e delicata. Per tutti è come una principessa. Ma a Greta questo non interessa. Lei vorrebbe solo un padre che la prenda in braccio, che partecipi alle sue recite, come succede a tutti suoi compagni. Lei che un padre non l’ha mai avuto. La madre non parla di lui, troppo intenta a lavorare per occuparsi di lei. Troppo incapace di farle arrivare il suo amore per farla sentire al sicuro.
Otto e Greta sono due bambini che sentono dentro una forte mancanza, una forte assenza. Otto e Greta non possono fare altro che diventare due adolescenti pieni di domande a cui nessuno ha dato risposte. I loro destini corrono su due binari paralleli. Opposti, ma profondamente simili. Apparentemente distanti, ma vicini. Fino al momento in cui, in un istante che sembra infinito, si incontrano. Solo un istante che però lascia il segno. Un segno che scava nel profondo. Otto e Greta non sono più gli stessi. Eppure per cambiare ci vuole coraggio. Il coraggio di credere che, come nelle favole, anche nella realtà l’impossibile accade e due metà possono fondersi in un tutto.

Prima parte: la descrizione dell’infanzia dei due protagonisti. Ripetitiva e sempre scontata, la storia non decolla mai. Una madre assente, un cane, lo sport e l’amore per l’arte per Otto: null’altro di rilevante, la paura di essere abbandonato e l’affetto per la tata. Un personaggio senza pretese, senza infamia e senza lode.

Un padre assente, una maestra che funge da madre e l’amore per l’arte per Greta: leggermente più interessante con la sua adolescenza di sesso facile e droghe, ma psicologicamente poco comprensibile.

Fino all’incontro, un fiume di sdolcinatezza quasi a senso unico, visto che Otto non farà che amare un fantasma. Amerà Greta per anni senza avere mai altre storie, accettando di essere trattato malissimo da lei, allontanato, ferito, per il semplice fatto che non ha nient’altro in testa che lei. Non tanto inverosimile, ma poco credibile sicuramente.

Ad ogni tot di capitoli, il racconto di una favola che prosegue: credevo sarebbe stato un originale e metaforico inframmezzo, invece è risultato stancante. Sembra davvero un romanzo scritto per bambini, e questo potrebbe risultare anche dolce se solo fosse stato specificato prima. Lo stile fiabesco, l’importanza data alla fantasia, sono a tratti anche piacevoli, ma davvero si ha l’impressione che il target a cui è rivolto sia quello di lettori bambini.

Inoltre, se di fantasia parla tanto, mi è sembrato invece che Bolaffi, anzichè costruire una storia, narrasse una sorta di autobiografia. Lo si rintraccia nelle descrizioni noiosamente dettagliate del tennis, nell’idolatria per l’arte, nei pensieri in prima persona che rassomigliano a un diario adolescenziale. Finale insulso di cui non vale la pena parlare.

Con ciò non voglio dire che sia scritto male, semplicemente, se voleste acquistarlo, sappiate che andreste incontro a un genere leggero che sfocia nel fiabesco.

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