L’amante di Wittgenstein di David Markson

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Eccezionalmente intelligente, brillante e commovente. Questo il romanzo di David Markson, L’amante di Wittgenstein, edito da Clichy Edizioni.

Non ho la benchè minima idea del perchè l’abbia fatto.

Se avessi saputo perchè lo facevo, non sarei stata pazza.

Se non fossi stata pazza, non l’avrei fatto.

Non sono sicura che queste due ultime frasi abbiano senso.

A rendere famoso questo splendido romanzo sperimentale è stato David Foster Wallace, il quale, come potete immaginare, ha scatenato la curiosità di lettori e critici defindendolo un capolavoro sottovalutato. In merito a L’amante di Wittgenstein, rifiutato 44 volte prima di essere editato, Wallace ha scritto un saggio, “La pienezza vuota”, che Clichy ha inserito alla fine del romanzo.

Alla lucida analisi filosofica e letteraria di Wallace c’è poco da aggiungere. Leggendo il suo commento si rivede l’intera opera di Markson sotto una nuova luce. Ma non mi soffermerei sull’analisi “wittgensteiniana” dell’opera – se non si conosce bene il filosofo, tantissimi collegamenti che Wallace ha fatto non si comprendono neanche.

L’amante di Wittgenstein, a primo acchitto, potrebbe sembrare il monologo di una pazza. Beh, in parte lo è, visto che la protagonista stessa dichiara di aver avuto dei periodi in cui era completamente pazza. In realtà è il flusso di coscienza di una donna non più giovane, Kate, che ci racconta di rocamboleschi e improbabili viaggi in giro per il mondo. E’ una pittrice che non fa che cercare, lasciando messaggi nei musei e sulle spiagge.

La sua è la disperata ricerca di altri esseri umani, poichè è convinta di essere rimasta l’unica sulla Terra.

Era davvero un’altra persona che ero così ansiosa di trovare, quando cercavo tanto, o quello che non riuscivo a sopportare era solo la mia stessa solitudine?

Quanto vagare, attraverso questo infinito nulla. Di tanto in tanto, quando non ero pazza, diventavo poetica. Mi concedevo di pensare alle cose in quell’ottica.

L’eterno silenzio di questi infiniti spazi mi spaventa. Li pensavo in quest’ottica, per esempio.

Per così dire.

Dietro le riflessioni sul linguaggio, sul pensiero che rende – o non rende – reale ciò che è, c’è la metafora di una disperazione esistenziale. Kate, probabilmente in seguito a un lutto, modifica radicalmente la sua percezione della realtà. Allora appende i suoi quadri al Louvre e poi incendia tele e libri, va in cerca di altri uomini nella desolazione disumana che la circonda. La perdita di senno è la perdita di qualcuno, è la perdita del senso della realtà, del rapporto con l’altro.

Nel frattempo la questione delle cose che esistono solo nella testa continua vagamente a tormentarmi, a dire la verità.
Sostanzialmente perché mi è appena venuto in mente che il fuoco che forse accenderò nell’area smaltimento rifiuti, per vederlo brillare sulle bottiglie rotte, è un’altra cosa che esiste solo nella mia testa.
Se non fosse che in questo caso è una cosa che esiste solo nella mia testa nonostante non l’abbia acceso, il fuoco.
Anzi, esiste nella mia testa anche se probabilmente non accenderò mai il fuoco.
E, a essere sinceri, quello che davvero ho in testa non è nemmeno il fuoco, bensì quel dipinto di Van Gogh che ritrae un fuoco.
Per quanto, in realtà, ora non stia di fatto visualizzando il dipinto stesso, bensì una riproduzione del dipinto.
E la riproduzione riporta una didascalia che segnala come il dipinto si chiama Le bottiglie rotte.
Ed è conservato agli Uffizi.
Ovviamente non c’è alcun dipinto di Van Gogh chiamato Le bottiglie rosseagli Uffizi.
Non c’è da nessuna parte un dipinto di Van Gogh chiamato Le bottiglie rosse, in effetti, nemmeno nella mia testa, avendo detto io stessa che ciò che ho in testa è solo una riproduzione del dipinto.
Mi sa che mi sono confusa.
Ciò che intendevo dire, penso, è che sto visualizzando un dipinto che Van Gogh non ha dipinto, e che ora è diventato una riproduzione di quel dipinto, e che tanto per cominciare ritrae un fuoco che io non ho acceso.

Eppure, il romanzo di Markson si presenta, più che angoscioso, brillante e ironico. Kate non fa che disquisire su Elena di Troia, e su Brahms, e su pittori e scrittori, riscrivendo, in un certo qual senso, la storia, ponendola sotto il punto di vista della possibilità e quindi dell’umorismo.

Allora immaginiamo una Medea mestruata, incontri improbabili tra artisti lontani di anni, scambi di battute in un’ipotetica farmacia tra Rembrandt e Van Gogh. O ancora collegamenti tra maestri e allievi, tra i gatti e i cani di famosi esponenti letterari, fino a citare i più bizzarri anneddoti su Gaddis e Giotto e tanti altri. Calati nella quotidianità, queste personalità che hanno fatto la storia dell’umanità finiscono per essere più vicini a noi e alla stessa Kate.

Ecco che L’amante di Wittgenstein è irriverente, estremo, fino ad essere toccante. La solitudine si fa compagna l’immaginazione, il dolore si fa amico la follia.

Non c’è dubbio che queste siano perplessità ininfluenti. Tuttavia è noto che le perplessità ininfluenti, di tanto in tanto, diventano lo stato emotivo fondamentale dell’esistenza, si potrebbe pensare.

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