La vita (a)social degli (a)sociali digitali

Ho amici che non hanno Instagram, altri che entrano su Facebook una tantum; c’è chi storce il naso a sentir parlare di Twitter e chi non riesce proprio a pronunciare Tumblr. Non essere parte attiva del mondo social ti rende un (a)social? Questa la discussione che ci ha impegnato ultimamente davanti a uno Spritz. Dopo riflessioni e qualche piccola ansia, abbiamo convenuto con rammarico che la risposta è – penosamente – affermativa. Vediamo come si muovono gli (a)social al giorno d’oggi, coloro che non ritengono di dover condividere tutto con il mondo virtuale e che non hanno attacchi di panico se il telefono si scarica d’improvviso.

 

Le convinzioni (a)social

Vivere senza i social è, indubbiamente, possibile e perfino piacevole. Un (a)social è colui il quale molto convinto che sia più facile parlare da vicino che con tremila messaggi su Whatsapp (come dargli torto?), che non far conoscere ad estranei le proprie vicissitudini e la propria geolocalizzazione sia da persone sane di mente (perché il mio vicino di casa dovrebbe scoprire che sono in vacanza alle Canarie e sparlare di me? Tra l’altro, col rischio di farmi svaligiare la casa?). Gli (a)social ritengono che pubblicare la foto della propria patente aspettandosi il commentino “un altro pericolo in mezzo alla strada + occhiolino” sia piuttosto puerile e anche rischioso (lo sapete che si possono duplicare?!), ma soprattutto non ne sentono l’esigenza. Non aver voglia di fare stories e twittare non è  sempre sinonimo di conservatorismo, così come essere attivo sui social non è sempre segno di esibizionismo. A qualcosa serviranno pure i social, ma se si è (a)social perché ci si sente esclusi?

 

Gli ostacoli degli (a)social

Lo scambio universitario di appunti e soffiate sugli esami nei gruppi Facebook, la condivisione di eventi tramite inviti virtuali, la ricerca di una stanza nei gruppi di affittuari, la comunicazione del cambiamento di data o orario di un appuntamento “pubblico”… Se non ho accesso a queste informazioni, molto probabilmente la mia assenza social inizierebbe a farsi sentire. Per non parlare, statistiche alla mano, di quante sono le anime gemelle che si sono trovate sul web (chissà come avrebbero fatto a trovarsi nel ‘700?) o i gruppi di amici nati da una passione condivisa virtualmente (tipo padroni di gatti vegani o amanti del tamburello, veri gruppi di nicchia). Si può ancora incontrare qualcuno face to face e avere un appuntamento che non sia nato dalla scelta di una mia fotografia in costume scattata nel 2005 col filtro bellezza? Naturalmente sì e ancora sì, ma non è solo questo. Sempre di più, al giorno d’oggi, in fase di ricerca di lavoro, i recruiter domandano al candidato i link ai propri profili social. Stalking? Quasi. La nostra immagine pubblica è sempre più importante e non la si può più ignorare, perché anche se è sbagliato – e un tantino triste – il modo in cui utilizziamo i social dice molto di noi, perché anche non dire è, per fortuna, una scelta.

 

 

N.B. Ricordare che è possibile assistere a un concerto senza doverlo registrare tutto e che è possibile visitare una mostra senza scattare foto a ogni quadro. Così, per dire.

 

Disintossicarsi?

Una disintossicazione dalle piattaforme social aiuta molto a rendersi conto di quanto veicoliamo messaggi attraverso i nostri clic e i nostri post. Se ti metto like sono tua amica, se smetto di seguirti mi hai fatto un torto, se ti faccio gli auguri in bacheca sono premuroso… questi esempi, banalissimi, finiscono per diventare significativi, per sostituire il modo di comunicare i nostri pensieri. Se mi trasferissi a Londra, senza social non dovrei annunciarlo pubblicamente con qualche battuta sulla tastiera: ricordandomi che ciò che mi accade è mio, dovrei forse scegliere con cura con chi condividerlo. Non sarebbe tutto ponderato e meno semplice, più vero? L’altra faccia della medaglia è che, escludendomi da questo mondo, anche io non sarei aggiornato su eventi, importanti e non, che accadono “intorno a me”, o meglio intorno al mio avatar. La domanda da porsi è: cos’è che voglio davvero a sapere? Perché abbiamo iniziato a nutrirci di informazioni e immagini non necessarie alla nostra mente? Perché usiamo il poco tempo che abbiamo scorrendo, gli occhi attaccati allo schermo, notizie di cui probabilmente faremmo a meno? Facciamo un esempio pratico: voglio davvero sapere se il mio misconosciuto compagno delle elementari è davvero così ingrassato, se ha messo incinta quella tipa per sbaglio, dove ha scattato quel selfie con il vip di turno, perché se non capisce nulla di politica pretende di sentenziare, com’è andata la sua visita dal dentista descritta per filo e per segno sulla sua bacheca? Questa la domanda: ho bisogno di sapere queste cose?

 

La soluzione (a)social

Se ci sono degli evidenti (ma non insormontabili) ostacoli al rifiuto di essere sui social, e se capiamo che al tempo stesso non farne parte non ci demonizza, possiamo trovare quella soluzione intermediaria che non renda gli (a)sociali digitali degli emarginati reali. E’ vero, i social sono ormai fondamentali alla comunicazione con altri umanoidi occidentali, basterebbe solo utilizzarli con cognizione di causa e bla bla bla. Ma, c’è un ma, sarebbe prezioso ricordare che un giorno, ripensando alla propria unica e sola vita, tutto ciò che è stato davvero importante e di valore sarà stato tangibile: una stretta di mano o un abbraccio, la vista dei tetti parigini inondati di sole, la sensazione del sale di mare sulla pelle, il primo giorno di scuola di un figlio… E via continuando con una serie di romanticherie che – per fortuna – funzionano anche senza Internet.