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La scopa del sistema di David Foster Wallace

A caratterizzare La scopa del sistema, che il genio David Foster Wallace ha scritto a soli 25 anni, è la (sua solita) capacità di creare personaggi senza descriverli. Pur non avendo una panoramica completa dell’autore, di cui ho letto solo La forma dell’acqua e quest’opera, ho compreso fin da subito la grandezza dell’autore. So che fin dal primo racconto (“Solomon Silverfish”, che mi ha fulminato) Wallace marca una linea di confine tra narrativa e la letteratura. Lui appartiene senza dubbio alla seconda categoria.

La scopa del sistema si fa leggere perchè è intelligente, ironico, magnificamente scritto. Sono i dialoghi che spesso danno forma ai personaggi, e Wallace li costruisce con vera maestria: gesti parlati che interrompono lo scambio di battute (“Passami una gomma, per favore”, oppure “Cosa sta facendo quella signora con il suo cane?”) fanno sì che il lettore sia catapultato all’interno di un contesto perfettamente visibile e costruito. Costruito sì, ma senza il bisogno di descrizione alcuna. Qui la genialità di Wallace, che sembra esserne consapevole quando scrive che i veri scrittori il contesto lo creano, non lo dicono. Pagine di dialoghi parlanti, parlanti per le loro battute ma soprattutto perchè detentori di stati d’animo, ambientazione, avvenimenti.

Si alternano poi passaggi scritti in prima persona in  cui a parlare è Rick Vigorous: dal suo punto di vista l’intera storia delineata da Wallace si chiarifica ancora di più, assume sempre senso nuovo dietro prospettive diverse. Ecco ancora la bravura nel creare un contesto.

Dietro le vicende di questi simpatici personaggi a noi da subito così familiari – Leonore che va in cerca della bisnonna Leonore, e Rick e Candy e Norman, e tutti gli altri – c’è una riflessione, a tratti ironica, sulla filosofia del linguaggio di Wittgestein, come del resto ci si sarebbe aspettati da uno studente laureatosi in filosofia con una specializzazione in logica modale e matematica. Eppure traspare – pur senza condizionamenti in merito alla depressione e al suicidio di Wallace – una sofferenza esistenziale legata all’ansia avviluppante dello stare in società e al tempo stesso alla paura della solitudine.

“[…] che la base della Grande Paura sia la paura di un universo personale vuoto e rimbombante, dove uno rischi di ritrovarsi da un lato l’Io e dall’altro vasti spazi deserti dove gli Altri non abbiano avuto accesso. Un universo non-pieno. Solitudine.”

In tutte le sue riflessioni sulla condizione umana – spesso espressa in una forma letteraria incomparabile – fuoriesce un disagio profondo che viene sviscerato attraverso una serie di situazioni, anche esilaranti. L’amore, quello più strano, quello non ricambiato, così come l’inadeguatezza alla socialità, la goffaggine, la bizzaria delle situazioni umane e quotidiane in ci si ritrova, la gelosia, il bisogno dell’Altro, il senso del nostro relazionarci. Non manca la trascrizione dei dialoghi dei due personaggi, Rick e Leonore, con un’analista svitato che dà vita ad alcune delle scene tra le più divertenti che abbia mai letto.

Leggere per credere. Vi lascio con l’incipit di uno dei capitoli iniziali de La scopa del sistema:

“Un’infermiera gettò dalla finestra l’acqua rimanente nel bicchiere di un paziente, l’acqua piovve a terra e soprattutto su un chicco di ghiaia elterandone il precario equilibrio e spedendolo ruzzoloni giù dal marciapiedi e da qui attraverso la grata d’un tombino neòlla fogna sottostante, con uno schiocco secco che atterrì uno scoiattolo intento a rosicchiare una ghianda e lo fece sfrecciare su per il tronco dell’albero più vicino squassando un ramoscello instabile e cogliendo di sorpresa un paio di nervosi uccellini mattinieri, uno dei quali prima di volar via sganciò a mò di zavorra un bolo di escrementi bianco e marroneche piombò sul parabrezza dell’utilitaria di tal Leonore Beadsman che proprio in quel momento completava la manovra di parcheggio.”

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