Isola di Siri R. H. Jacobsen

La migrazione si compie in tre generazioni. La prima avverte il bisogno e porta in sé la volontà, l’ostinazione: una pietra pesante che si sposta con le proprie forze. […] La generazione successiva forse sta a gambe divaricate sulla distanza, finché qualcosa s’incrina e allora si sente doppiamente sbagliata, senza nessuna lingua, doppiamente sola. […] Poi arriva la terza. […] La terza generazione è una coperta troppo corta: è totalmente disinvolta e libera da condizionamenti culturali oppure è a casa solo per metà, padroneggia a metà la lingua, porta la data d’arrivo del suo sangue impressa sulla fronte come un tatuaggio, e pronuncia il proprio nome con orgoglio tra gli stranieri, a mezza voce tra i compatrioti. […] che lo sappia o no, si porta dentro il viaggio come una perdita.

Isola è l’esordio letterario della giovane danese Jacobsen, edita in Italia dalla originale e sempre sorprendente Iperborea. Se ne è parlato soltanto bene, fin dalla sua uscita nel febbraio di questo 2018, e a buon ragione. La prosa poetica della scrittrice riesce perfettamente a rendere vivido quello che è il fulcro di Isola: la nostalgia. Per ciò che è lontano, che non è più, che manca. Per la propria terra, per il mare.

Protagonista è Marita, nipote dell’omonima nonna, scappata dalle isole Faroe per vivere in Danimarca. La storia non è lineare, spesso è soltanto confusa e vaga. Questa è la forza ma al tempo stesso anche la pecca di Isola, che finisce per essere uno di quei libri perfetti da sottolineare, ricercando le citazioni pi belle, ma difficili da decifrare se inserite all’interno di una trama.

Cosa resta, alla fine della lettura? L’ambientazione, che è la vera regina del racconto e che surclassa i personaggi. Sullo sfondo, la storia (anche politica) di queste isole tra l’Islanda e la Norvegia, indipendenti, con una forte identità, a cui la protagonista si approccia da straniera.

Le isole di cui aveva nostalgia non avevano una posizione geografica. Io lo sapevo, e di sicuro lo sapeva anche omma. Che quella di abbi era una patria fluttuante.

Tematica fondamentale è il concetto di “casa”, poichè ci si chiede, in modo sia implicito che esplicito, cos’è che ci rende davvero del posto, quanto siano importanti i legami di sangue, quanto una semplice differenza linguistica (e quindi in generale una diversa appartenenza culturale) possa a volte essere causa di divisione.

Vale la pena leggere Isola per il linguaggio poetico con cui è scritto, più che per la storia in sè. Vince per la sua sua forza evocativa e la capacità di nominare, sottovoce, l’ancestrale, per la profonda connessione con le nostre radici e per il richiamo a sentimenti atavici.

Lassù, ad ascoltare il mare che bruciava. Collegato con tutto e impotente. Il vuoto nelle sue mani disarmate.

Ragazza con libro, sfondo mare. Isola di Iperborea.