Emil Cioran e La Caduta nel tempo

“Più la morte si sottrae, più egli aspira a impadronirsene e soggiogarla; non riuscendovi, mobilita tutte le risorse della propria volontà inquieta e torturata, suo unico appoggio: è un disadattato esausto e tuttavia infaticabile, senza radici, conquistatore proprio perchè sradicato; un nomade insieme folgorato e indomito, che anela a rimediare alle proprie deficienze e, di fronte al fallimento, violenta ogni cosa intorno a sè.”

Il soggetto di questa magnifica descrizione di Cioran è naturalmente l’uomo. L’uomo disperato, continuamente concentrato su se stesso, colui che nel Giardino dell’Eden all’immortalità ha scelto l’albero della conoscenza. Perché, si chiede Cioran, ha provocato egli stesso la Caduta nel Tempo, per poi tormentarsi per la sua caducità?

“I più respirano senza rendersene conto, senza rifletterci […] Guai a coloro che sanno di respirare, guai ancor di più a coloro che sanno di essere uomini. Incapaci di avere in mente altro, ci penseranno per tuttala vita, ne saranno ossessionati e oppressi. Ma essi meritano il loro tormento, per aver cercato, avidi di insolubile, un tema torturante, un tema senza fine.”

Il filosofo rumeno è famoso per aver risposto a Camus – che lo invitava a impegnarsi socialmente – di andare a farsi fottere. Un personaggio controverso, brillante, a-sociale, profondo estimatore del suicidio, ha scritto perché considerava la scrittura una terapia al costante pensiero di togliersi la vita. Scettico, nichilista, esistenzialista? Difficile dargli un inquadramento preciso.

 

Oltre la Storia

In La caduta del tempo, Emil Cioran esorta alla non-azione come unica forma elevazione al di sopra della Storia e dell’Io. La civilizzazione, voluta dall’uomo stesso, lo intrappola nel tempo che non è presente ma solo avvenire; con il progresso e l’evoluzione le ansie si moltiplicano e siamo sempre più incapaci di godere del momento. Accumuliamo cose, ci siamo abituati a pensare al possedimento come a una ricchezza, mentre è ciò che ci allontana da noi stessi. Siamo sempre più spinti da bisogni inutili e superficiali, anticipava Cioran nel 1964, ed è la civiltà a imporcelo con l’idea di Storia.

Il filosofo denigra gli scettici che fanno una fine impietosa senza risolvere alcunché, senza mai scegliere, e critica la condizione tormentata del dubitatore per quanto anche lui si fosse definito “idolatra del dubbio”. Cioran approfondisce il concetto di gloria, che ognuno brama in segreto: essa ha preso il posto del desiderio di immortalità e ci fa credere che sia importante distinguerci, ricerchiamo di continuo l’attenzione altrui perché senza saremmo persi, “l’idolatria del successo”.

“Il solo fatto di volersi distinguere è già un sintomo di morte spirituale. […] La notorietà. Più vi aspiriamo, più ci imbattiamo nell’insolubile: vogliamo vincere il tempo con i mezzi del tempo, durare nell’effimero, approdare all’indistruttibile attraverso la storia e, colmo del ridicolo, farci applaudire da quegli stessi che esecriamo.”

 

Il pessimismo

La visione pessimista di Cioran arriva all’estremo quando definisce così gli uomini:

“Non vi sono più esseri, non vi è che questo pullulare di moribondi affetti da longevità, tanto più detestabili in quanto sanno organizzare così bene la loro agonia. Eppure il Dolore ci dà la certezza che qualcosa esiste e si oppone al non senso del Vuoto.”

Segno di vanità ed egoismo è per Cioran temere la morte e l’oblio, e non manca un riferimento a Tolstoj. Anche la saggezza stessa,però, è distruttiva, perché ci modera distruggendo i talenti. Quale è dunque la soluzione, se essa viene ipotizzata? Lascio a voi la lettura, astenendomi da ogni giudizio.

Vivere significa subire la magia del possibile.