Dolore di Zeruya Shalev

Zaruya Shalev, scrittrice israeliana, è stata comparata a grandi nomi della letteratura del suo Paese (come se provenire dallo stesso posto fosse un termine di paragone) quali Amos Oz e David Grossman. Dopo aver letto Dolore mi domando: perchè? La storia in questione, per quanto scorrevole, ha dell’assurdo pur restando del tutto banale. La protagonista, Iris, è una donna che ci parla, appunto, di dolore: la perdita del suo primo amore, innanzitutto, e quello provato durante l’attentato che l’ha vista coinvolta (anche qui, dove sta il paragone tra le due cose?). Oggi ha una famiglia, un marito che non ama, due figli; si è ripresa, eppure all’improvviso tutto torna: i dolori al bacino assieme ai ricordi dell’incidente, l’incontro con quel suo primo amore che a quanto pare non ha mai smesso di amare. A causa di quest’ultimo tutto sembra passare in secondo piano e assistiamo a scene languide che, per le tematiche trattate, sembrano fuori luogo.

 

Dolore… quale?

L’autrice, che in alcuni punti si sforza di portare il dialogo interiore della protagonista su un certo spessore con un’attenta analisi psicologica, si perde nella descrizione di scene romantiche con un tizio che non ha nè arte nè parte: tutto ciò che fa è mandare messaggini. L’improvviso mood adolescenziale si comprende dal fatto che lei lo salva in rubrica come Dolore, il che farebbe pensare, tristemente, che sia quindi questa relazione il centro del romanzo della Shalev. Ma dalla seconda metà del romanzo il fulcro della storia diventa la figlia della protagonista, Alma, che si è invischiata in affari pericolosi (le hanno fatto un lavaggio del cervello in un bar in cui lavora). Quindi tutto diventa un tentativo di salvarla da uno psicomane, cosa che la porta (e ci credo!) ad allontanarsi dall’amante ritrovato. Quindi viene da chiedersi: dolore quale? Per la Shalev sembra che ogni forma di dolore sia uguale.

 

Israele… dove?

Non è presente (a differenza dei romanzi dei colleghi scrittori compatrioti della Shalev) un quadro politico sociale della situazione israeliana. L’unico accenno è l’attentato, di cui però si parla in senso lato, eppure è la causa scatenante della storia, il suo leit motiv: mi sembrava invece necessario anche solo accennare alle motivazioni di un tale evento drammatico, anzichè concentrarsi sempre alla soggettività della storia (banale). L’ambientazione, per il resto, potrebbe essere una qualunque. Quando ho chiuso questo romanzo mi sono chiesta dove l’autrice volesse andare a parare: un nonsense. Il finale non dà la risposta, o anzi ci conferma che non è chiaro il messaggio dell’autrice e che Dolore è un tentativo fallito di narrare il viaggio interiore di una donna che si raffronta col suo dolore e le sue scelte.