a un cerbiatto somiglia il mio amore

A un cerbiatto somiglia il mio amore di David Grossman

Un romanzo potente, corposo e intenso, che lascia il segno a ogni riga e che si conclude con l’inesprimibile certezza di aver letto una vera e propria opera letteraria e umana.

L’importante non è dove sei, ma dove non sei“, la frase profetica che si chiarifica solo con lo scorrere delle parole. Questo romanzo di Grossman merita di essere letto, e spiegarne il perché risulta difficile: in molti momenti si è tentati di abbandonare la lettura, ma arrivare alla fine di queste 781 pagine edite da Mondadori ripaga di ogni difficoltà riscontrata.

David Grossman ha il potere di creare storie che entrano nella testa e nel cuore, che bruciano dentro. Può scoraggiare la prolissità di “A un cerbiatto somiglia il mio amore”, così come a tratti spaventa l’inevitabile confronto con le più profonde emozioni umane. Perché questo romanzo si regge su due tematiche principali, amore e guerra, e lo fa senza alcuna voluta drammaticità: il dramma sta proprio nella naturalezza con cui la violenza si insinua nella quotidianità e nei rapporti.

 

La protagonista di questa storia è Orah, madre preoccupata dalla partenza del figlio per una missione militare, l’ennesima in Israele. Per un brutto presentimento decide di non restare a casa ad attendere notizie, ma di fare un lungo cammino che è un viaggio nella memoria, un omaggio al suo amato Ofer (cerbiatto, il significato del suo nome in ebraico). Apprendiamo la storia di Orah e dei suoi due figli, del suo amore per Ilan e per Avram, ma non solo. “A un cerbiatto somiglia il mio amore”, verso del Cantico dei Cantici, è una molteplicità di argomenti: Israele e il sogno di una patria, Israele e la guerra che uccide senza sconti, la guerra che cambia e distrugge l’uomo, l’immensità e la forza dell’amore, il dolore profondo e devastante della perdita, della violenza.

“I sentieri di Israele hanno una voce che non ho mai sentito da nessun’altra parte.” 

La guerra attuale, descritta dalla penna del pacificista Grossman, appare per quella che è: spietata. Ma l’attaccamento alla vita, l’importanza di quest’ultima, è il suo contraccolpo.

Tutto inizia con un triangolo amoroso: quello tra Orah, Avram e Ilan, che andrà avanti per tutto il romanzo, tre sedicenni che si incontrano in ospedale. La storia riparte poi venticinque anni dopo, con la curiosità di scoprire cosa è accaduto loro.

Impossibile non amare Avram, il suo cambiamento, la sua personalità vispa, la sua creatività. Si soffre con lui quando si comprende cosa significhi davvero la parola guerra. Ed è con lui che comincia il racconto a ritroso di Orah, a lui sono destinati i dettagli di un’intera esistenza: Ofer sembra essere tenuto in vita dalle parole di sua madre. L’amore si fa spazio nella disperazione dei personaggi, così veri, così umani, resi da Grossman in modo vivido e reale.

“Orah si ricordò di come si immergeva rapidamente nel suo corpo, in profondità, una creatura antica, marina, un pesce per metà fossile che piroettava, si tuffava negli abissi.”

L’illusione di Orah è di proteggere suo figlio dalla morte con i suoi racconti: una forma di protezione che l’autore stesso credeva di attuare mentre scriveva questo libro. Il fatto che proprio durante la sua stesura Grossman abbia perso suo figlio getta una nuova luce sull’intero romanzo, che assume un significato ancora più toccante.

“Lui (Ofer) la lacerava, si scatenava e picchiava i pugni contro le pareti interne del suo corpo. Pretendeva che lei gli desse retta senza limiti, che si liberasse da se stessa e che si dedicasse completamente a lui, che pensasse a lui e parlasse di lui tutto il tempo, senza concedersi pause, che raccontasse di lui a chiunque incontrava, anche agli alberi alle pietre, ai rovi, che ripetesse il suo nome ad alta voce mentalmente, che non lo dimenticasse nemmeno un istante, che non lo abbandonasse, perché lui aveva bisogno di lei per esistere. Come aveva fatto a non capirlo subito? Aveva bisogno di lei per non morire.”

Grossman è geniale anche nel rendere il punto di vista femminile e il valore della maternità: la donna – Orah – colonna portante della storia, è descritta alla perfezione in ogni sua sfaccettatura. Ogni personaggio finisce per diventare vero, terribilmente vero, e il lettore non può far altro che farsi trascinare in questa storia dipinta con estrema sensibilità: lascia un’eco che perdurerà anche giorni dopo la fine della lettura.

Finito questo intenso romanzo, consiglio di leggere le interviste all’autore cliccando qui.

 

a un cerbiatto somiglia il mio amore

 

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